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Leggendo Matteo 10, Marco 6 e Luca 9 ci troviamo di fronte a quella che per alcuni è una delle apparenti contraddizioni più difficili da spiegare nei vangeli. Gesù diede delle istruzioni ai suoi discepoli per il viaggio, ma, mentre Marco invitò i discepoli a prendere con sé un bastone, Matteo e Luca dicono esattamente il contrario, ovvero di non prenderlo. Quindi cosa dovevano fare i discepoli? Prendere un bastone oppure no? Come può essere spiegata questa contraddizione?
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In Matteo 10 Gesù inviò i dodici, i suoi più stretti collaboratori, affinché andassero nelle varie città di Israele per portare la buona notizia del regno di Dio che si stava avvicinando! Essi avrebbero portato guarigione e liberazione che avrebbe avvalorato la loro testimonianza. Nel mandarli in missione, Gesù diede loro alcune istruzioni per il viaggio:
Non provvedetevi d’oro, né d’argento, né di rame nelle vostre cinture, né di sacca da viaggio, né di due tuniche, né di calzari, né di bastone, perché l’operaio è degno del suo nutrimento. Matteo 10:9-10
In Marco 6:8-9 troviamo le medesime istruzioni riassunte così:
Comandò loro di non prendere niente per il viaggio; né pane, né sacca, né denaro nella cintura, ma soltanto un bastone; di calzare i sandali e di non portare tunica di ricambio. (Marco 6:8-9)
Ci avete fatto caso? Nel brano di Matteo Gesù invitò i discepoli a non prendere né calzari, né bastone. Nel brano di Marco, invece, dovevano prendere il bastone e calzare i sandali.
A questi due brani si affianca poi Luca 9:3 in cui leggiamo:
E disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio: né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non abbiate tunica di ricambio. (Luca 9:3)
Come vediamo, anche in Luca ai discepoli non è richiesto di prendere il bastone per il viaggio. E i sandali non vengono nemmeno menzionati.
Come spiegare queste differenze?
Innanzitutto possono essere utili alcune osservazioni sull’uso della lingua da parte dei vari autori dei vangeli. Gli studiosi delle lingue originali hanno osservato i verbi che Matteo, Marco e Luca hanno utilizzato in questo episodio e il modo in cui utilizzano quei verbi e i loro sinonimi nel resto dei loro vangeli. Hanno quindi osservato che ci sono delle differenze interessanti.
So che questa parte può risultare un po’ noiosa per alcuni, ma purtroppo a volte ci sono temi che richiedono un minimo di approfondimento. Non vi preoccupate se citeremo qualche parola greca, perché ciò che conta davvero sono le conclusioni che trarremo. Io non sono un esperto di queste cose, quindi ciò che riporto è un sunto delle mie ricerche in vari commentari specialistici e le parole originali le riporto solo per completezza, per coloro che sono interessati ad approfondire.
I linguisti osservano che Matteo utilizza nel testo il verbo “ktaomai” che indica la necessità di procurarsi qualcosa, tradotto nel nostro brano come “provvedere”. Nel testo di Matteo, quando Gesù dice “non provvedetevi”, egli sta dicendo ai suoi discepoli di non procurarsi nulla, di non prepararsi in modo specifico per il viaggio. Sostanzialmente, gli apostoli avrebbero utilizzato ciò che avevano già, infatti Dio avrebbe provveduto per il resto, attraverso l’ospitalità di chi li avrebbe ricevuti, come confermato in Matteo 10:11, Marco 6:10 e luca 10:5-8.
Marco invece riassume le istruzioni di Gesù utilizzando il verbo ”airo” che è stato tradotto nel nostro testo come “prendere”, e si riferisce in effetti semplicemente al portare con sé.
Questa osservazione ci aiuta a raccordare Marco e Matteo. Infatti essi, in modo diverso, ci stanno dicendo la stessa cosa. Il brano di Matteo evidenzia che non era necessario procurarsi nulla, il che implica che bastava portare solo ciò che già si aveva. In tale ottica non era nemmeno necessario procurarsi un bastone e dei sandali perché comunque essi avrebbero usato il bastone e i sandali che avevano. D’altra parte Gesù, dicendo di non procurarsi dei sandali, non si aspettava certamente che andassero scalzi di città in città. Allo stesso modo dicendo loro di non procurarsi un bastone, intendeva che era più che sufficiente quello che già avevano e che veniva utilizzato normalmente come aiuto durante gli spostamenti a piedi.
Marco invece, spiegando ciò che non era necessario portare con sé, mise in evidenza ciò che potevano invece portare, ovvero il bastone e, i sandali che avevano già ai piedi e, anche se non è esplicito, la tunica che già indossavano, infatti non dovevano portarsi una tunica di ricambio.
In effetti, se ci pensate, il concetto espresso dai due brani è il medesimo, ovvero era sufficiente portare con sé ciò che già avevano, senza procurarsi nulla di specifico.
Il brano di Luca complica un po’ le cose dal punto di vista della lingua.
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E disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio: né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non abbiate tunica di ricambio. (Luca 9:3)
Infatti nel brano che abbiamo letto in Luca 9:3, Luca fornisce una lista simile a quella di Matteo, ma i linguisti ci dicono che Luca utilizza il verbo “airo” utilizzato da Marco piuttosto che il verbo “ktaomai” utilizzato da Matteo.
È un problema? Il fatto è che i linguisti, analizzando il vangelo di Luca, deducono che il suo linguaggio greco sia più ricco e che egli utilizzi alcune parole in modo più vario rispetto a Matteo e Marco.
Analizzando tutto il vangelo di Luca gli esperti vedono che Luca utilizza in effetti il verbo ktaomai solo per riferirsi al verbo “acquistare”, mentre quando vuole intendere semplicemente “provvedere” o “procurarsi” utilizza proprio “airo”. Inoltre, in alcuni brani, ad esempio Luca 10:4, dove Marco userebbe “airo”, Luca, per il verbo “portare”, utilizza il verbo “bastazo” che Marco non utilizza mai.
Ora, mi rendo conto che tutti questi discorsi possono fare girare un po’ la testa a noi che non siamo addetti ai lavori… Ma cosa comprendiamo da queste osservazioni sull’uso della lingua?
Comprendiamo che, sostanzialmente, accade nei vangeli ciò che riscontriamo molto spesso nella nostra vita di tutti i giorni. Il vocabolario che le persone utilizzano è diverso a seconda del grado di istruzione, a seconda del contesto in cui si vive, o delle abitudini consolidate. Nel caso dei vangeli, come abbiamo detto, Luca utilizza le parole in modo più vario, più ricco, rispetto a Matteo e Marco.
Ma, alla fin fine, tutti e tre i brani, con particolari diversi, mettono in luce il fatto che gli apostoli non dovevano procurarsi equipaggiamento aggiuntivo ma portare con sé solo ciò che già avevano.
Come abbiamo già detto in altre occasioni, il fatto che i vangeli riportino degli episodi in modo leggermente diverso, mettendo in luce aspetti diversi, non deve stupirci.
Come molti sanno, Gesù molto probabilmente parlava aramaico con i suoi discepoli, ed è probabilmente quella la lingua in cui sono state raccolte le testimonianze poi tradotte in greco nei vari vangeli. Nessuno dei tre vangeli riporta quindi le parole originali in aramaico così come Gesù le ha pronunciate, ma ci riportano un riassunto dei concetti principali.
In questo brano Gesù fornì delle istruzioni pratiche, riportate in modo diverso dai tre vangeli, ma sostanzialmente concorde dal punto di vista teologico.
Sostanzialmente tutti e tre i brani concordano nel dirci che i discepoli non dovevano portare equipaggiamento extra per il viaggio, ma semplicemente dovevano partire per il viaggio con ciò che avevano. Si sarebbero portati il bastone, i sandali che avevano e la tunica che indossavano.
Non si tratta di istruzioni che portano un messaggio teologico particolare, quindi non si tratta del genere di frasi pronunciate da Gesù che dovevano essere registrate dagli apostoli con la massima precisione, anche decine di anni dopo, quando i vangeli furono redatti. Ciò che contava per chi ha redatto i vangeli, in casi come questo, era la ricostruzione di ciò che Gesù intendeva comunicare ai suoi discepoli, non le parole esatte utilizzate.
Per gli evangelisti Matteo, Marco e Luca, la sostanza delle parole di Gesù non era la lista delle cose da portare o da non portare ma il fatto che dovessero viaggiare leggeri portando solo ciò che avevano, il minimo indispensabile, e dipendendo dal Signore per tutto il resto. Infatti il principio teologico del brano è proprio quello secondo cui “l’operaio è degno del suo salario”, ovvero coloro che lavoravano per il Signore potevano essere certi che il Signore avrebbe provveduto loro attraverso le persone che li avrebbero ospitati. Ed è proprio quello il principio che viene esaltato in tutti e tre i brani.
Brani come questo dovrebbero quindi essere armonizzati basandosi sul loro significato, che è il medesimo, piuttosto che su differenze linguistiche che possono dipendere dal modo in cui ogni autore ha tradotto le parole dall’aramaico al greco, oppure dal modo in cui l’episodio stesso è stato raccontato mettendo l’accento su ciò che ci si poteva portare, come fece Marco, piuttosto che sul fatto che non avevano bisogno di procurarsi nulla come hanno fatto Matteo e Luca. Dal punto di vista teologico, ripeto, il significato delle parole di Gesù rimane lo stesso in tutti e tre gli episodi. Ed è in effetti questo il modo più semplice con cui molti commentatori spiegano questa apparente contraddizione.
Come ho già fatto notare in altre occasioni, nei vangeli troviamo frasi spesso riportate in modo diverso perché, chi raccontava un episodio a distanza di tempo, riteneva sufficiente riportare il senso di ciò che era stato detto, piuttosto che le parole esatte. Questo può sembrare una debolezza, ma invece è anche una forza dei vangeli.
Infatti, si noti che molti scettici, ancora oggi, soprattutto coloro che ritengono Gesù una figura inventata, mitica, i cosiddetti miticisti, accusano i vangeli di aver copiato l’uno dall’altro a partire da uno di loro che aveva inventato tutto. Come ho già affermato nella serie sull’esistenza di Gesù, questa tesi è stata rigettata dalla maggioranza degli storici e, uno dei motivi per respingerla è proprio il fatto che i vangeli hanno abbondante evidenza di essere indipendenti tra loro.
Queste variazioni minime tra i vangeli, come quella che abbiamo esaminato oggi, confermano questa indipendenza, perché se i vangeli fossero copiati l’uno dall’altro, gli autori avrebbero cercato di evitare queste apparenti contraddizioni.
Quando parliamo di ispirazione della bibbia, crediamo che Dio abbia guidato gli scrittori nello scrivere, rispettando la loro personalità ma anche le loro conoscenze, ovvero le fonti da loro utilizzate. Questo è ciò che i cristiani hanno sempre creduto ed è ciò che in effetti appare leggendo i testi.
Alla fine, se teniamo conto della natura dei vangeli, del modo in cui si sono formati, e dello scopo che si prefiggono, ciò che sorprende davvero è che, pur con parole diverse, tutti e tre i brani veicolano il medesimo messaggio, lo stesso insegnamento. Che siamo credenti, oppure no, dobbiamo ammettere che tutto ciò è davvero affascinante.


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