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Qual è il nome di Dio? Dio ha un nome personale? È importante conoscerlo e pronunciarlo con esattezza per onorarlo? Perché alcuni insistono molto su questo punto?
In questo video vorrei tranquillizzare chi dovesse avere questo tipo di dubbi. Vedremo infatti che questo è un falso problema. Se comprendiamo il modo in cui Dio si rivela nella bibbia e comprendiamo a cosa ci si riferisce nella bibbia quando viene usata l’espressione “il nome” di Dio, comprenderemo infatti che il modo di pronunciare il suo nome è l’ultimo dei nostri problemi e non dovrebbe condizionare la nostra relazione con Lui.
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Dio si rivela in molti modi nelle scritture con espressioni che il più delle volte esaltano le sue caratteristiche, ad esempio El Shadday, il Dio onnipotente, oppure El Elyon, il Dio altissimo, El Olam. il Dio Eterno, ecc. Molte volte viene indicato semplicemente come Elohim, il nome più generico per una divinità.
Cosa c’è quindi di tanto misterioso intorno al nome di Dio? L’alone di mistero riguarda il fatto che c’è un nome personale con cui Dio si presenta nell’antico testamento, un nome che viene usato più di 6000 volte nell’antico testamento per identificare il Dio creatore dei cieli e della terra. Questo nome è conosciuto come tetragramma, ovvero parola di quattro lettere, quattro consonanti, in ebraico Yod He Wav He, che spesso troverete traslitterato come YHWH o affini.
Mentre Elohim non è un nome personale ma un modo per indicare la divinità e nella bibbia viene utilizzato anche per indicare altri esseri soiprannaturali, ad esempio angeli o altri dèi, il tetragramma YHWH è utilizzato solo per il Dio creatore dei cieli e della terra che si rivela nella bibbia.
Cosa significa questo nome di quattro lettere? Un’indicazione ci arriva dal brano di Esodo 3:13-14, in cui Mosé chiede proprio a Dio di indicargli il suo nome:
13 Mosè disse a Dio: «Ecco, quando sarò andato dai figli d’Israele e avrò detto loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi”, se essi dicono: “Qual è il suo nome?” che cosa risponderò loro?» 14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono». Poi disse: «Dirai così ai figli d’Israele: “l’IO SONO mi ha mandato da voi”. 15 Dio disse ancora a Mosè: «Dirai così ai figli d’Israele: “Il SIGNORE (YHWH), il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi”. Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione.»
Perché Mosè aveva chiesto il nome di Dio? Perché per gli antichi il nome era molto imnportante. il nome rappresentava la persona, le sue caratteristiche, il suo modo di essere.
La risposta di Dio è per certi versi sorprendente. Quella frase “Io sono colui che sono” è un’espressione che ha sempre arrovellato gli esperti perché presenta un misto di presente e futuro. Alcuni la traducono come:“Io sono colui che sarò” o “io sarà colui che sono”. Ciò che questa espressione ci fa comprendere è che Dio è immutabile. Egli si presenta come Colui che è, colui che non ha né inizio né fine, l’eterno presente. Infatti al versetto 14 Dio dice proprio “L’IO SONO (Eh Yeh)mi ha mandato a voi”. Infine al versetto 15 viene utilizzato il tetragramma «Dirai così ai figli d’Israele: “Il SIGNORE (ovvero YHWH), il Dio dei vostri padri…
Dice quindi “Io sono” (Eh Yeh) e poi introduce il tetragramma YHWH, che talvolta sentiamo pronunciare come Yhawhe. Non è sicuro cosa significhi il tetragramma ma dal contesto che abbiamo appena letto, gran parte degli studiosi pensano che abbia a proprio a che vedere con quanto detto nei versi precedenti, ovvero con questa dichiarazione di esistenza, di eterna presenza, Colui che è e che sarà.
Ma, qualcuno si starà chiedendo: perché nella maggioranmza delle versioni moderne il tetragramma viene tradotto come “Il SIGNORE”? Perché non viene tradotto in modo diverso? Semplicemente perché viene seguita una tradizione molto antica che risale proprio agli Ebrei e che illustrerò tra un attimo.
Innanzituttoi oggi nessuno sa esattamente come vada pronunciato quel tetragramma. Tipicamente lo sentirete pronunciare come Jahvè, ma non ci sono certezze sulla sua corretta vocalizzazione. Perché? Da dove nasce questa difficoltà?
Il fatto è che l’Ebraico antico aveva solo consonanti e quindi le vocali venivano trasmesse per tradizione orale. Di generazione in generazione ci si tramandava il modo in cui il testo doveva essere letto. Perlopiù questo veniva fatto imparando a memoria porzioni molto grandi del testo. Sappiamo infatti che le popolazioni antiche utilizzavano molto più di noi la memoria, essendo quello lo strumento principale per tramandare informazioni da una generazione all’altra.
Ma dopo l’esilio babilonese, a partire dal terzo secolo a.c., durante il periodo del secondo tempio, gli Ebrei cominciarono a sviluppare una tradizione secondo cui il nome di YHWH assumeva connotati metafisici, come se la parola stessa avesse un certo potere in se stessa, e per timore e rispetto, per paura di abusare del nome di Dio, cessarono addirittura di pronunciare quel nome anche nelle letture pubbliche nelle sinagoghe. Quando nella lettura incontravano il tetragramma, essi non lo pronciavano e al suo posto veniva letto Adonai, Signore, oppure HaShem, un’espressione che significa semplicemente “il nome”. Come potete immaginare questa pratica, nel corso delle generazioni ha impedito di tramandare la corretta vocalizzazione. Nessuno la udiva più leggere e nessuno imparva a pronunciarla.
Questa pratica di non leggere il tetragramma si è consolidata anche nella famosa traduzione dei settanta dall’ebraico al greco, a cavallo tra il terzo e il secondo secolo, nella quale fu utilizzata dai traduttori proprio l’espressione greca “Kurios”, Signore, quando nel testo originale c’era il tetragramma.
Quella traduzione era quella che ai tempi di Gesù era diffusa nelle sinagoghe dell’impero romano, ed essendo in greco, permetteva di raggiungere un pubblico molto più vasto di persone rispetto all’ebraico. I proseliti giudei, ovvero persone di altre nazioni, che aderivano alla religione giudaica, certamente avevano più famigliarità con il greco che con l’ebraico. E fu proprio quella traduzione in greco che permise al giudaismo di diffondersi ampiamente nell’impero romano.
Nel nuovo testamento la maggioranza delle citazioni dell’antico testamento sono prese da quella traduzione dei settanta, in greco. E siccome non esiste un equivalente greco del tetragramma ebraico, il nuovo testamento, essendo in greco, presenta sempre la parola Kuriuos, Signore.
Da queste considerazioni capiamo subito che la tradizione di tradurre “Signore” il tetragramma, il nome di Dio, nelle nostre bibbie, non è un’invenzione moderna, ma ha radici molto antiche. In pratica, la tradizione cominciata dalla traduzione dei settanta, che peraltro era la traduzione adottata dagli scrittori stessi del nuovo testamento, è continuata prima nella traduzione in latino e poi nelle lingue moderne.
Ora la domanda che possiamo farci è: se addirittura gli Ebrei non pronunciavano il nome di Dio al punto che la vocalizzazione corretta è andata persa, perché ci sono persone o gruppi religiosi che insistono oggi su forme specifiche moderne del nome di Dio? Ad esempio, da dove è venuta fuori la parola GEOVA che alcuni, erroneamente, utilizzano ancora oggi?
Tutto è nato qualche secolo fa da un fraintendimento del cosiddetto testo masoretico. Vediamo cosa è successo.
Nei primi secoli dopo la venuta di Gesù, in seno all’Ebraismo, ha cominciato a prendere forma il testo masoretico, edito e diffuso da un gruppo di ebrei noto come masoreti. Questa revisione del testo è particolamente famosa perché in essa i masoreti hanno introdotto dei segni nel testo che permettono di ricostruire la vocalizzazione. Inoltre ci sono molte note a margine nelle quali sono annotate particolarità del testo, usi e osservazioni, ad esempio il modo in cui alcune parole devono essere pronunciate in modo esatto. Le note sono soprattutto in aramaico ma ci sono anche parti in Ebraico.
Ci sono note nei margini laterali, nei margini superiori ed inferiori e anche note alla fine dei vari libri dell’antico testamento. Essi non modificavano il testo quando vedevano discrepanze tra il testo a disposizione e la tradizione tramandata, ma inserivano nelle note a margine nei i casi in cui c’era una parola scritta che però andava letta in modo diverso, note tipo: “è scritto così, ma si legga in questo modo”
Insomma i masoreti fecero un lavoro molto minuzioso. Ma nel caso del nome di Dio per un certo tempo il loro lavoro è stato frainteso da alcuni traduttori cristiani e questo fraintendimento ha portato, tyra le altre cose, alla diffusione della parola GEOVA, una parola che gli Ebrei non hanno mai pronunciato in quel modo perché nella loro lingua non esiste! Come è successo?
Gli studiosi hanno scoperto che i masoreti, in molti casi, introducevano nel testo delle forme ibride, introducendo le vocali della forma orale tra le consonanti della forma scritta. Quindi per alcune parole applicavano le vocali della parola da leggersi direttamente alla parola che stava scritta, senza commento a margine. Fecero proprio questo nel caso del tetragramma. Essi scrissero le vocali di ADONAI (Signore) direttamente tra le consonanti del tetragramma. In questo modo crearono un ibrido illeggibile per un ebreo, che di fronte a quella strana forma si ricordava di leggere ADONAI. In sostanza, per quanto riguarda il nome di Dio, i masoreti stavano quindi distinguendo la forma orale dalla forma scritta, portando avanti, di fatto, la medesima tradizione precedente, quella di non leggere il tetragramma ma sostituirlo con ADONAI, Signore.
Penso quindi che abbiate capito qual’è stato il fraintendimento in cui sono caduti qualche secolo fa alcuni traduttori. Hanno pensato che quella fosse la corretta vocalizzazione del tetragramma, non riconoscendo la forma ibrida che serviva a ricordare la parola da pronunciare, e hanno pensato che il nome di Dio dovesse essere tradotto e letto come Yehowah. Il motivo per cui le vocali di Adonai porterebbero a leggere il tetragramma come Yehowah è implicito in alcune regole della grammatica ebraica che i più coraggiosi possono approfondire per conto proprio. Ovviamente questi tecnicismi esulano dallo scopo dei miei video e li lasciamo agli appassionati e agli esperti.
A testimonianza di questo fraintendimento, non è infrequente trovare ancora oggi su alcuni edifici religiosi di alcuni secoli fa la forma JEHOVAH che deriva proprio da un fraintendimento del testo masoretico.
Semberebbe che il primo a cadere nell’errore di tradurre la forma scritta YHWH interpolandola con le vocali della forma verbale sia stato il frate Pietro Colonna detto il Galatino, vissuto a cavallo tra il quindicesimo e il sedicesimo secolo.
Tale acrocchio di vocali e consonanti, tale parola che di fatto in ebraico non esiste, si è trasferito dal latino anche a diverse bibbie in varie lingue, a partire dal sedicesimo secolo.. Alcune come la King James inglese o la Reina Valera spagnola sono ancora molto diffuse oggi nel mondo protestante.
In tempi più recenti, l’errore è stato compreso e, normalmente nelle bibbie moderne, utilizzate sia nel mondo cattolico che nel mondo protestante, trovate semplicemente il tradizionale “Signore” al posto del tetragramma, sia nel vecchio testamento che nel nuovo testamento. Infatti nell’antico testamento viene seguita la tradizione masoretica di utilizzare ADONAI, tradotto con “Signore”, al posto del tetragramma, e nel nuovo testamento, in greco, il tetragramma non c’è, quindi il problema non si pone nemmeno. Troviamo sempre la parola kurios, “Signore”, o la parola Theos, “Dio”. A questo proposito…
Riassumendo fin qui, la forma Yehovah o Geova, benché diffusasi negli scorsi secoli, è una forma errata che deriva dal miscuglio della forma orale ADONAI con quella scritta YHWH. Anche se può capitare di sentire la pronuncia Yahweh come vocalizzazione del tetragramma, di fatto non è possibile oggi ricostruire con sicurezza le vocali da mettere nel tetragramma YHWH per pronunciare il nome di DIo. La pronuncia del tetragramma è ancora oggetto di dibattito tra gli studiosi.
Quanto vi ho raccontato è basato su fatti che chiunque può verificare, non si tratta di una mia opinione. Eppure ancora oggi ci sono persone che insistono sul fatto che bisogna utiliizare il nome personale di Dio. La setta dei testimoni di Goova ad esempio insiste con la vocalizzazione errata, Geova, anche perché altrimenti dovrebbero addirittura cambiare il proprio nome.
Ma è davvero è importante utilizzare un nome specifico per il Dio creatore dei cieli e della terra, perché Signore è troppo generico come alcuen sette affermano? Alcuni hanno qualche dubbio in proposito e cadono proprio vittima di sette che propongono la loro ricetta, perché, viene detto loro che nella bibbia è scritto di invocare il nome del Signore. Ma allora dobbiamo trovare un modo per pronunciare il tetragramma?
Ad esempio, in Gioele 2:32 leggiamo: “Chiunque invocherà il nome del SIGNORE sarà salvato;” Qalcuno potrebbe dire: “Come possiamo invocarlo se non sappiamo nemmeno come si pronuncia il nome di Dio”?
Bene, ho una buona notizia per te. Infatti si tratta di un falso problema che non dovrebbe turbarti in alcun modo. E ti spiego il perché.
Innanzitutto, come abbiamo già detto, gli Ebrei stessi, i primi destinatari della rivelazione di Dio, i primi che avrebbero dovuto invocare il nome di Dio, di fatto non lo pronunciavano. E quindi? Il fatto è che essi sapevano molto bene che invocare il nome di Dio significa invocare la sua persona, non utilizzare per forza il tetragramma. Riferirsi al nome di Dio significa semplicemente riferirsi alla sua persona più che pronunciare una forma grammaticale specifica per il suo nome.. Questo è evidente se esaminiamo il modo vario in cui nella scrittura dell’antico testamento, ma anche del nuovo, viene utilizzato il riferimento al nome di Dio.
Vediamo quindi alcuni esempi:
Il SIGNORE ti risponda nel giorno dell’avversità; il nome del Dio di Giacobbe ti tragga in alto, in salvo; (Salmo 20:1)
Qui c’è un parallelismo tra la prima parte e la seconda parte del versetto. Il Signore ti risponda, il nome del Dio di Giacobbe ti tragga in alto. E’ un modo diverso di dire la stessa cosa con un classico paralleismo ebraico. Qui il “nome di Dio” è usato in riferimento alla sua persona non in riferimento ad una forma grammaticale. Se diciamo che il nome di Dio ti trae in alto, diciamo semplicemente che Dio stesso ti trae in alto.
Un altro esempio: Ecco, il nome del SIGNORE viene da lontano; la sua ira è ardente, grande è il suo furore; le sue labbra sono piene d’indignazione, la sua lingua è come un fuoco divorante; Is 30:27
In che senso il nome del Signore viene da lontano? Forse il tetragramma viene da lontano? E se si tratta solo di una forma grammaticale, cosa significa la sua ira, il suo furore? E’ chiaro e comprensibile a tutti che anche qui il nome del Signore è un modo per riferirsi alla persona del Signore.
Di esempi come questi in cui il nome del Signore è un riferimento alla sua persona ne trovate quanti ne volete nelle scritture dell’antico testamento, quindi vi invito a fare le vostre ricerche.
In deuteronomio, ad esempio, si trova parecchie volte l’espressione “dimora del suo nome” in riferimento a Gerusalemme. Ad esempio:
Allora porterete al luogo che il SIGNORE, il vostro Dio, avrà scelto per dimora del suo nome, tutto quello che vi comando: i vostri olocausti e i vostri sacrifici, le vostre decime, quello che le vostre mani avranno prelevato, e tutte le offerte scelte che avrete consacrato per voto al SIGNORE (De 12:11)
Anche nel libro delle cronache leggiamo:
Costruì pure altari ad altri dèi nella casa del SIGNORE, riguardo alla quale il SIGNORE aveva detto: «In Gerusalemme sarà per sempre il mio nome!» 2 cr 33:4
È piuttosto ovvio che qui non ci si riferisce al fatto che il tetragramma, il nome di Dio, doveva essere scritto da qualche parte in Gerusalemme e solo lì… Ci si riferisce piuttosto al fatto che il Signore aveva garantito la sua presenza in modo particolare a Gerusalemme, facendone la sua dimora, perché lì sarebbe stato costruito il tempio e sarebbe stato quindi il centro dell’adorazione della religione giudaica. La dimora del suo nome è semplicemente la sua dimora. Il nome di Dio rappresenta la sua persona.
Analogamente, nell’antico testamento, trovate molte volte l’idea secondo cui sul tempio o sul popolo è invocato il nome del Signore. Ad esempio: Daniele 9:19: “Signore, ascolta! Signore, perdona! Signore, guarda e agisci senza indugio per amore di te stesso, o mio Dio, perché il tuo nome è invocato sulla tua città e sul tuo popolo”.
Cosa significa? In che senso il suo nome è invocato sul popolo e sulla città di Gerusalemme? Ritorniamo a quanto dicevo prima. In Gerusalemme c’era il tempio che rappresentava la dimora di Dio in mezzo al popolo di Israele. Sul popolo e sulla città è invocato il nome di Dio nel senso che Dio è colui che si prende cura di loro e loro sono un popolo che appartiene a quel Dio Creatore dei cieli e della terra, colui con il quale essi hanno una relazione come quella di un figlio con il proprio padre. I figli prendono il nome del padre.
Infatti nell’antico testamento troviamo anche l’ìespressione “portare il nome del Signore”. Ad esempio:
Tutti i popoli della terra vedranno che tu porti il nome del SIGNORE, e ti temeranno. (De 28:10)
Il contesto di questo brano di De 28 è la promessa di benedizioni ad Israele se avesse ubbidito al Signore. Ubbidendo al Signore, le altre nazioni avrebbero visto che loro “portavano il nome del Signore”. Ma cosa significa? Non significa certamente che tutti loro avevano addosso scritto il tetragramma, ma piuttosto cve avevano una relazione con il Signore, con la sua persona, dimostrata dai fatti. Essi erano il popolo di Dio. In sostanza con la loro ubbidienza dimostravano di appartenere alla famiglia del Signore e onoravano il nome della famiglia, onoravano il loro Padre. Questo è confermato, ad esempio dal prossimo versetto di Nu 6:22-27:
Il SIGNORE disse ancora a Mosè: 23 «Parla ad Aaronne e ai suoi figli e di’ loro: “Voi benedirete così i figli d’Israele; direte loro: 24 ‘Il SIGNORE ti benedica e ti protegga! 25 Il SIGNORE faccia risplendere il suo volto su di te e ti sia propizio! 26 Il SIGNORE rivolga verso di te il suo volto e ti dia la pace!’”. 27 Così metteranno il mio nome sui figli d’Israele e io li benedirò». (Nu 6:22-27)
Cosa significava “mettere il mio nome” sui figli d’Israele? Non significava certamente marchiarli fisicamente con il tetragramma, ma significava semplicemente metterli sotto la sua protezione e benedizione, come abbiamo letto. Ancora una volta, si tratta di stabilire una relazione, non di pronunciare ocrrettamente un nome.
Proprio perché avevano questa relazione con Dio, essi portavano il suo nome, appartenevanmo alla sua famiglia, e quindi non dovevano disonorare il nome di Dio attraverso il loro comportamento. Questo è in qualche modo implicito nel comandamento di Esodo 20:7:
Non pronunciare il nome del SIGNORE, Dio tuo, invano; perché il SIGNORE non riterrà innocente chi pronuncia il suo nome invano. (Esodo 20:7)
Molti ‘pensano che pronunciare il nome di Dio invano abbia qualcosa a che vedere con la bestemmia moderna, ma questo comandamento è più profondo, come emerge anche da alcune traduzioni, e ha proprio a che vedere con il “portare il nome di Dio invano” ovvero riconducibile in generale al comportamento, non solo ad un uso verbale discutibile del nome di Dio. Se tu porti il nome di Diuo, ovvero ti poni sotto la sua protezione, nella sua famiglia, non devi disonorare la famiglia con il tuo comportamento.
Ciò emerge chiaramente da alcuni esempi:
Non darai i tuoi figli perché vengano offerti a Moloc; e non profanerai il nome del tuo Dio. Io sono il SIGNORE. le 18:21
Non giurerete il falso, usando il mio nome; perché profanereste il nome del vostro Dio. Io sono il SIGNORE. le 19:12
perché io, una volta sazio, non ti rinneghi e dica: «Chi è il SIGNORE?» oppure, diventato povero, non rubi, e profani il nome del mio Dio. (Pr 30:9)
Da questi esempi è chiaro in quanti modi si poteva profanare il nome di Dio. Comportandosi male, facendo cose che Dio aveva proibito. Non è necessario parlare, bestemmiare ocn la bocca, per profanare il nome di Dio.
È come se i miei figli, che portano il mio nome, appartengono alla mia famiglia, commettessero dei reati gravi e io dicessi loro: “Che figura mi fate fare? Così disonorate il mio nome!” Questo è esattamente ciò che Dio non voleva che gli Israeliti facessero.
Quindi disonorare il nome di Dio ha a che vedere con il gettare fango sulla reputazione di Dio. Portare invano il suo nome significa disonorare la sua persona attraverso il comportamento, dando quindi a coloro che non lo conoscono una cattiva rappresentazione di Dio.
Ecco perché nella bibbia è scritto diverse volte che Dio agisce per amor del suo nome. Significa proprio che Dio agisce in modo che la sua reputazione non ne venga fuori distorta. Dio non vuole che il suo nome, e quindi la sua persona, venga discreditato. Ecco un paio di esempi:
1 sa 12:22 Infatti il SIGNORE, per amore del suo grande nome, non abbandonerà il suo popolo, poiché è piaciuto al SIGNORE di fare di voi il suo popolo.
Perciò, di’ alla casa d’Israele: Così parla il Signore, DIO: “Io agisco così, non a causa di voi, o casa d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete profanato fra le nazioni dove siete andati. Ez 36:22
E qual popolo è come il tuo popolo, come Israele, l’unica nazione sulla terra che Dio sia venuto a redimere per formare il suo popolo, per farsi un nome, per compiere cose grandi e tremende, cacciando davanti al tuo popolo, che ti sei redento dall’Egitto, delle nazioni con i loro dèi? (2Sa 7:23
Duo vuole farsi un nome attraverso Israele, ovvero farsi conoscere al mondo attraverso questo popolo e attraverso le sue azioni in favore di qeusto popolo.
Cosa accade nel nuovo testamento? Come abbiamo detto, il tetragramma non esiste nel nuovo testamento. Ripeto NON ESISTE nel testo originale in greco, e qualunque traduzione che lo riporti, ad esempio la traduzione del nuovo mondo dei testimoni di Geova, lo fa arbitrariamente.
Comunque, anche se non ‘cè il tetragramma, in qualche modo si parla del nome di Dio anche nel nuovo testamento. Vediamo qualche esempio:
Fratelli, ascoltatemi: Simone ha riferito come Dio all’inizio ha voluto scegliersi tra gli stranieri un popolo consacrato al suo nome. At 15:14
un popolo per il suo nome …Cosa significa? Un popolo che conosce il suo nome e lo pronuncia correttamente? No. Infatti, in coerenza con l’antico testamento, un popolo consacrato al suo nome è un popolo consacrato alla sua persona, devoto a lui, pronto a spendere la propria vita per lui.
Nella famosa preghiera del Padre nostro leggiamo: “Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; (Mt 6:9) Cosa significa volere che il nome del SIgnore sia santificato? Ha qualcosa a che vedere con una corretta pronunica? Asolutamente no. Ha a che vedere con onorare la persona di Dio. Un apersona santifica e onora il nome di Dio, onorando Dio, ubbidendo a Dio.
Un altro passo famoso è quello di Gv 17:26: “e io ho fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere, affinché l’amore del quale tu mi hai amato sia in loro, e io in loro».
In che senso Gesù ha fatto conoscere il nome di DIo? Pensate che sia un problema di pronuncia? Ha insegnato ai suoi discepoli come pronunciare il nome? Quando leggete i vangeli avete l’impressione che le diatribe tra Gesù e i Farisei fossero sul modo in cui pronunciare il nome di Dio o fossero piuttosto sul modo in cui la persona di Dio andava onorata? Gesù ha fatto cnoscere il nome di Dio nel senso che ha fatto conoscere la persona di Dio ai suoi discepoli e ha insegnato loro come rispettarlo e onorarlo nella loro vita.
D’altra parte, al culmine del suo ministero, sulla croce, poco prima di esalare l’ultimo respiro, Gesù gridò verso Dio e non si preoccupò di pronunicare il tetragramma, cosa che avrebbe dovuto fare se fosse stato così importante, ma leggiamo:
All’ora nona, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì lamà sabactàni?» che, tradotto, vuol dire: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Mc 15:34
Gesù negli ultimi istanti della sua vita, colui che si era occupato di fare conoscere il nomne di Dio ai suoi discepoli, si rivolge a Dio con il più generico Elì del Salmo 22, per riferirsi al Padre. Qualunque persona onesta si rende conto che, per Gesù, fare conoscere il nome di Dio non aveva a che fare con tornare a diffondere la corretta pronuncia, ma insegnare una relazione con il Dio creatore dei cieli e della terra.
In conclusione, abbiamo visto che gli Ebrei stessi sapevano che nelle loro scritture il tetragramma YHVH indicava il nome di Dio eppure lo chiamavano Signore, Adonai o Hashem come abbiamo visto. Non risulta che questo sia mai stato un problema per il Signore stesso. Perché dovrebbe esserlo per noi oggi?
Avere una relazione con il Dio creatore dei cieli e della terra, non rende necessario conoscere le lingue antiche, ebraico o greco, o traslitterare in modo corretto il tetragtramma. Chiunque trasformi un rapporto con Dio in una questione inguistica o grammaticale, sta deviando dal vero vangelo perché sta portando le persone a credere che per essere accettati da Dio occorre scrivere, leggere o parlare delle lingue specifiche, il che è contrario alle scritture stesse. Infatti, come abbiamo detto,nel nuovo testamento stesso, sia gli scrittori di origine ebraica che quelli di lingua greca hanno citato molte volte l’antico testamento dalla traduzione dei settanta in greco, che veniva utilizzata tantissimo nel primo secolo anche nelle sinagoghe. E in quella traduzione il tetragramma era tradotto semplicemente come Kurios, Signore.
Gesù stesso ha insegnato a chiamare Dio semplicemente “Padre”. D’altra parte io chiamavo mio padre papà e non l’ho mai chiamato per nome, ma questo non ha mai generato dubbi sul fatto che io mi stessi rivolgendo a lui. Perché dovremmo chiamare Dio con un nome di fatto inventato, e senza senso in italiano come in ebraico, come Geova, quando possiamo rivolgerci al Dio che ci ha creati chiamandolo semplicemente Padre?
Pensiamo forse che egli non comprenderà che stiamo cercando proprio Lui?
Preoccupiamoci piuttosto della presenza di Dio nella nostra vita. Cerchiamo di avere una relazione con Colui che ha fatto il mondo e possiamo essere certi che Lui capirà quando ci riferiamo a Lui? Se Gesù stesso insegnando ai discepoli come dovevano pregare,si rivolse a Dio chiamandolo Padre nostro, non vedo perché non dovrei farlo anche io. E non vedo perché non dovreste farlo anche voi.


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