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In uno scorso video abbiamo discusso dell’espressione “Figlio dell’uomo”, così come Gesù la intendeva e siamo arrivati alla conclusione che si trattasse di un’espressione che non indicava il suo semplice essere umano, anzi era un riferimento ad un personaggio con caratteristiche divine… Trovate il link di quel video qui in alto e nella descrizione di questo video..
Oggi ci occuperemo di un’altra espressione associata a Gesù, ovvero l’espressione “Figlio di Dio”. Anche in questo caso, come vedremo, Gesù intendeva questa espressione in un modo che andava ben oltre l’uso comune da parte dei suoi contemporanei, al punto da spingere alcuni suoi interlocutori a cercare di ucciderlo. In questo video cercheremo di capire come mai.
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Prima di addentrarci nell’uso del termine “Figlio di Dio” nei vangeli, vediamo come veniva usato nell’antico testamento e, di conseguenza, qual’era la concezione di questa espressione che potevano avere i contemporanei di Gesù.
In primo luogo l’espressione, nell’a.t viene usata diverse volte per riferirsi a esseri angelici, o comunque soprannaturali. Ad esempio in Gb1:6 dove leggiamo che Un giorno i figli di Dio vennero a presentarsi davanti al SIGNORE, e Satana venne anch’egli in mezzo a loro.
E’ chiaro che qui non ci si riferisce ad esseri umani ma piuttosto ad esseri che si trovano nel mondo spirituale al cospetto di Dio stesso.
Sempre in Giobbe 38:7, in riferimento alla creazione del mondo, è scritto che “le stelle del mattino cantavano tutte assieme e tutti i figli di Dio alzavano grida di gioia”. In quel contesto, gli esseri umani non erano ancora stati creati, quindi il riferimento è inequivocabilmente riferito ad altri esseri soprannaturali presenti all’evento.
Anche un pagano come il re babilonese Nabucodonosor, dovendo riferirsi all’essere soprannaturale presente nella fornace insieme ai tre amici di Daniele, in Daniele 3:25 affermò: «Eppure», disse ancora il re, «io vedo quattro uomini, sciolti, che camminano in mezzo al fuoco, senza avere sofferto nessun danno; e l’aspetto del quarto è simile a quello di un figlio degli dèi.
Insomma figli di Dio o degli dèi, era un termine comune per riferirsi a creature soprannaturali, che potremmo definire angeliche. Abbiamo fatto solo alcuni esempi ma ne potete trovare altri, ad esempio in alcuni salmi o in Genesi che rientrano in questa categoria.
C’è però un secondo modo importante in cui il termine “figlio di Dio” è utilizzato nell’antico testamento ed è in riferimento al popolo di Israele. In Esodo 4:22 , Dio disse a Mosé: “Tu dirai al faraone: “Così dice il SIGNORE: Israele è mio figlio, il mio primogenito”. Abbiamo qui un primo riferimento ad un popolo, Israele, come figlio di Dio, per di più primogenito. La primogenitura non ha a che vedere in questo caso con l’essere il primo nato tra diversi figli, che nel caso di Israele come popolo non avrebbe senso, ma ha un significato qualitativo e indica che tra tutti i popoli della terra, Dio ha scelto Israele per avere la preminenza, un ruolo speciale nel suo piano di salvezza per l’uomo. È un modo per cominciare ad introdurre un rapporto speciale tra Dio e Israele che poi si svilupperà nel resto dell’antico testamento. Attraverso Israele il Signore avrebbe raggiunto e benedetto tutti i popoli della terra. A volte Dio dirà chiaramente agli Israeliti che essi sono suoi figli, ad esempio in De 14:1 leggiamo “Voi siete figli per il SIGNORE vostro Dio” . È però importante sottolineare l’aspetto corporativo di questa espressione. Tutti gli Israeliti fedeli potevano considerare Dio come loro Padre, ma nessuno di loro avrebbe pensato di dire io sono il figlio di Dio, in modo personale ed esclusivo, come Gesù farà invece nel nuovo testamento.
Vi ’è poi un terzo modo che rileviamo nell’antico testamento circa l’uso di questa espressione ed è riferita al Messia, ovvero al Re discendente di Davide che avrebbe stabilito un regno eterno. Ci sono infatti alcuni brani che vanno proprio in quella direzione:
In 2 Sam 7:13-14, riferendosi a Davide, il Signore dice: “Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu riposerai con i tuoi padri, io innalzerò al trono dopo di te la tua discendenza, il figlio che sarà uscito da te, e stabilirò saldamente il suo regno. 13 Egli costruirà una casa al mio nome e io renderò stabile per sempre il trono del suo regno. 14 Io sarò per lui un padre ed egli mi sarà figlio…”
Il contesto immediato di quel brano porta a comprendere che si stia parlando di Salomone, figlio di Davide che Dio avrebbe adottato come un figlio. Ma, gli Ebrei nell’antichità avevano compreso che per essere stabile per sempre, il trono di Davide sarebbe dovuto finire ad un discendente speciale che avrebbe regnato per sempre, in armonia poi con altre profezie dell’antico testamento, il Messia appunto, una parola che significa “Unto”, infatti sarebbe stato Unto Re di Israele.
Questo concetto si sviluppa nel resto dell’antico testamento dove ci sono molte promesse inerenti il Messia Figlio di Davide, ma anche figlio di Dio perché Dio lo avrebbe adottato come suo figlio, come promesso in 2 Sa 7:14. In effetti, anche nel salmo 2:7 leggiamo che Dio adotta il Re di Israele come suo figlio: “Io annuncerò il decreto: Il SIGNORE mi ha detto: «Tu sei mio figlio, oggi io t’ho generato.” Comincia quindi a svilupparsi l’idea che Davide e i suoi discendenti reali fossero adottati da Dio come suoi figli, quindi a maggior ragione il Messia che è il culmine di questa dinastia reale e che avrebbe regnatoi per sempre. Infatti in Giovanni 12:34 la folla disse a Gesù “Noi abbiamo udito dalla legge che il Cristo dimora in eterno”. Essi si aspettavano un Messia che, in qualche modo, fosse vissuto per sempre. Torneremo su questo più avanti.
Dopo questo breve excursus, siamo pronti per vedere il modo in cui il termine “figlio di Dio” viene usato nei vangeli e, in particolare, come lo usava Gesù e come lo intendevano i suoi interlocutori.
Diciamo innanzitutto che c’è un uso dell’espressione “figli o figlio di Dio” nel nuovo testamento che viene applicato ad esseri umani che hanno un rapporto speciale con Dio, un po’ come abbiamo visto nell’antico testamento per Israele. Lo stesso Gesù in Luca 20:-34-36 chiama in questo modo:”… quelli che saranno ritenuti degni di aver parte al mondo avvenire e alla risurrezione dai morti” infatti dice che “ non possono più morire perché sono simili agli angeli e sono figli di Dio, essendo figli della risurrezione.”
Nel resto del nuovo testamento è piuttosto usuale chiamare “Figli di Dio” coloro che hanno creduto in Gesù e che un giorno riosrgeranno per non morire mai più. Ci sono davvero tanti brani in cui questo viene fatto. In questo video, noi siamo però interessati a comprendere come “Figlio di Dio” venne usato in modo particolare per Gesù, in modo diverso da qualunque essere umano e anche in modo diverso da qualunque essere soprannaturale. Continuiamo quindi a indagare in quella direzione.
Come è logico immaginare, gli interlocutori Ebrei di Gesù, erano famigliari con i concetti di cui abbiamo parlato in precedenza, quindi i “figli di Dio”intesi come esseri angelici e Israele come popolo speciale di Dio. Essi conoscevano anche il Messia in modo specifico come figlio adottivo di Dio e si aspettavano che vivesse per sempre, come dicevamo in precedenza, ,ma questo non implicava per loro che fosse addirittura un’incarnazione di Dio stesso. In particolare troviamo diversi personaggi che usarono il termine “figlio di Dio” riferito al Messia, al Re di Israele. Vediamo alcuni esempi:
Gv 1:49 Natanaele gli rispose: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele».
Mt 26:63 Ma Gesù taceva. E il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro per il Dio vivente di dirci se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio».
Giovanni 11:27 (Marta sorella di Lazzaro) Ella gli disse: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo».
Quando queste persone utilizzavano il termine “figlio di Dio” pensavano al Messia, al glorioso Re che avrebbe ridato lustro ad Israele.
Diverso è il modo in cui questo termine fu usato dal centurione di fronte alla croce, in Mc 15:39: E il centurione che era lì presente di fronte a Gesù, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Veramente, quest’uomo era Figlio di Dio!». In questo caso, il centurione, non essendo Giudeo, utilizzò probabilmente il termine più pensando ad un essere in qualche modo soprannaturale, a causa dei segni che avevano accompagnato la sua morte.
Nei vangeli troviamo poi anche il diavolo e i demoni che si riferiscono a Gesù come Figlio di Dio, e in quel caso lo riconoscono sicuramente come una figura del mondo spirituale, che ha un’autorità su di loro. Ad esempio leggiamo in Mc 5:7 di un uomo indemoniato che “a gran voce disse: «Che c’è fra me e te, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Io ti scongiuro, in nome di Dio, di non tormentarmi».”
Tutti questi usi dell’espressione “Figlio di Dio” comunque non esauriscono completamente il modo in cui questa espressione si applica a Gesù. È infatti chiaro che nei vangeli questa espressione viene utilizzata per Gesù, e da Gesù stesso, in un modo che implica molto più chiaramente la sua divinità di quanto abbiamo visto fino ad ora. Ed è proprio per questo motivo che Gesù incontrò una dura opposizione e, in alcune circostanze, ci furono persone che volevano addirittura ucciderlo accusandolo di bestemmia.
Innanzitutto Gesù viene presentato in modo speciale già quando l’angelo annuncia il suo concepimento miracoloso a Maria. In Luca 1:35 leggiamo: “L’angelo le rispose: «Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà dell’ombra sua; perciò, anche colui che nascerà sarà chiamato Santo, Figlio di Dio.”
Queste parole implicano che Gesù sarebbe stato chiamato Figlio di Dio in un modo particolare rispetto ad altre volte in cui queste espressioni vengono usate. Infatti il suo essere santo, ovvero speciale, appartato per Dio e il suo essere Figlio di Dio, sono legati in modo particolare anche al suo concepimento miracoloso, al fatto che lo Spirito Santo, lo Spirito di Dio è artefice di questo concepimento miracoloso. Questo già ci fa capire che Gesù è di una categoria diversa rispetto a chiunque altro, èp unico avendo una madre umana senza avere un padre umano. Pensateci bene: se il Messia fosse soltanto un essere umano, non ci sarebbe nemmeno bisogno di questa caratteristica.
Inoltre la voce di Dio dal cielo conferma in alcune occasioni la specificità di Gesù come Figlio di Dio, In particolare nel momento del suo battesimo, in Marco 1:11 leggiamo:
Una voce venne dai cieli: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto».
E quando ci fu la trasfigurazione di fronte a tre dei suoi discepoli, come riportato ad esempio in Marco 9:7: Poi venne una nuvola che li coprì con la sua ombra; e dalla nuvola una voce: «Questo è il mio diletto Figlio; ascoltatelo».
Ci sono quindi momenti particolari in cui la voce del Padre conferma che Gesù è il Figlio di Dio, in un modo specifico. Qualcuno potrebbe pensare che la voce dal cielo confermi semplicemente che Gesù è il Messia, Il Re discendente di Davide che viene adottato da Dio. Ma leggendo altri brani dei vangeli ci rendiamo conto che c’è di più in quelle parole, c’è la dichiarazione di un rapporto particolare tra Padre e Figlio che non eguali.
In particolare c’è una parola che viene utilizzata per indicare Gesù che lo distingue in modo specifico. Questa parola la troviamo ad esempio nel famoso brano di Gv 3:16-18:
Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
Sto ovviamente parlando della parola “unigenito” utilizzata per Gesù anche in Gv 1:14 e in 1 Gv 4:9. Unigenito è la traduzione della parola greca “monogenes”. Potete fare le vostre ricerche in un moderno lessico per comprendere cosa significhi. In questo caso vi mostro la definizione dal testo A Greek-English Lexicon of the New Testament and Other Early Christian Literature, uno dei lessici più diffusi tra gli studiosi di nuovo testamento. Apprendiamo che questa parola indica un soggetto che è unico nel suo tipo, nella sua classe, nella sua categoria. Quindi, applicato a Gesù comprendiamo che questo termine non significa che è l’unico figlio generato, infatti per Gesù non avrebbe senso questa definizione, ma è Figlio di Dio in un modo speciale, un tipo unico nel suo genere, che non può essere confuso con alcun altro cosiddetto figlio di Dio. Gesù è Figlio di Dio ma questa espressione utilizzata per lui non ha nulla a che vedere con il modo in cui è utilizzata nella bibbia per altri.
Che “unigenito” significhi unico, unico nel suo genere, unico del suo tipo, lo si capisce bene da Ebrei 11:17 in cui la medesima parola viene applicata a Isacco: Per fede Abraamo, quando fu messo alla prova, offrì Isacco; egli, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito.
Sappiamo che Isacco non era certamente l’unico figlio di Abramo e non era nemmeno il suo primogenito come ordine, ma qui la parola monogenes, tradotta come unigenito, si riferisce al fatto che Isacco è l’unico figlio della promessa, è un figlio unico nel suo genere, un figlio speciale da non confondere con nessun altro. Sono contento che qualcuno abbia messo questo esempio illuminante sull’uso della parola anche nell’articolo su wikipedia.
Quindi, Gesù è Figlio di Dio in un modo che non può essere confuso con nessuna creatura angelica né terrestre. È un figlio di Dio unico nel suo genere, speciale.
A questo punto dobbiamo chiederci cosa lo rende così speciale, così diverso da chiunque altro.. Ed Gesù stesso che ce lo fa capire se esaminiamo il modo in cui egli si riteneva Figlio di Dio.
Coinsideriamo uno dei brani più chiari in tal senso, Gv 5:16-27
Per questo i Giudei perseguitavano Gesù; perché faceva queste cose di sabato. 17 Gesù rispose loro: «Il Padre mio opera fino ad ora, e anch’io opero». 18 Per questo i Giudei più che mai cercavano d’ucciderlo; perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio. 19 Gesù quindi rispose e disse loro: «In verità, in verità vi dico che il Figlio non può da se stesso fare cosa alcuna, se non ciò che vede fare dal Padre; perché le cose che il Padre fa, anche il Figlio le fa ugualmente. 20 Perché il Padre ama il Figlio, e gli mostra tutto quello che egli fa; e gli mostrerà opere maggiori di queste, affinché ne restiate meravigliati. 21 Infatti, come il Padre risuscita i morti e li vivifica, così anche il Figlio vivifica chi vuole. 22 Inoltre, il Padre non giudica nessuno, ma ha affidato tutto il giudizio al Figlio, 23 affinché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio non onora il Padre che lo ha mandato. 24 In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. 25 In verità, in verità vi dico: l’ora viene, anzi è già venuta, che i morti udranno la voce del Figlio di Dio; e quelli che l’avranno udita, vivranno. 26 Perché come il Padre ha vita in se stesso, così ha dato anche al Figlio di avere vita in se stesso; 27 e gli ha dato autorità di giudicare, perché è il Figlio dell’uomo.
In questo lungo brano notiamo che i Giudei volevano ucciderlo perché chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio. Essi percepivano che Gesù non parlava come un semplice uomo e nemmeno come un angelo. Il modo in cui Gesù descriveva la sua relazione con Dio implicava la sua convinzione di condividere le caratteristiche del Padre. Egli infatti aveva appena detto che siccome Dio operava di sabato, anche lui poteva farlo.
Avevano forse capito male? In tal caso Gesù avrebbe potuto correggerli, ma la sua risposta conferma appieno la loro percezione. Rivediamo infatti le sue affermazioni:
- V. 19: il Figlio fa le medesime cose che fa il Padre
- v. 20: Il Figlio è a conoscenza di tutto ciò che il Padre fa.
- v.21: il Figlio condivide con il Padre la capacità di risuscitare i morti.
- v.22 e 27: il Figlio ha l’autorità di giudicare, autorità che come tutti sapevano spetta a Dio.
- v.23 Tutti devono onorare il Figlio nello stesso modo in cui onorano il Padre, anzi non si può onorare davvero il Padre senza onorare il Figlio.
- v.24 e 25: La vita eterna deriva da un rapporto sia con il Padre che con il Figlio. Occorre credere nel Padre ma anche nel Figlio e sarà la voce del Figlio a riportare addirittura in vita i morti.
- Infine come il Padre ha vita in se stesso, così ha dato anche al Figlio di avere vita in se stesso. Si noti che nessuna creatura può dire di avere vita in sé stesso, perché ogni creatura riceve vita da un creatore, ma solo chi vive in eterno e non ha inizio né fine può dire di avere vita in se stesso.
Tutte queste affermazioni, secondo voi, servivano forse a scusarsi davanti a coloro che volevano ucciderlo? Anzi, con queste affermazioni Gesù confermava ancora di più ciò che loro avevano percepito, ovvero che Egli, chiamando Dio suo Padre, stava in realtà reclamando per se stesso le caratteristiche del Padre, che poi abbiamo elencato.
Di situazioni come queste ne trovate altre nei vangeli. Ad esempio in Gv 8:48-59 potete vedere che i Giudei volevano lapidare Gesù perché, parlando di Abramo si era riferito alla sua preesistenza in un modo molto provocatorio. In Gv 8:58-59 leggiamo infatti Gesù disse loro: «In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo fosse nato, io sono».
59 Allora essi presero delle pietre per tirargliele; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.
Quel tempo presente “Io sono” utilizzato da Gesù non poteva sfuggire ai suoi interlocutori. Se egli avesse voluto semplicemente dire di essere una creatura preesistente ai tempi di Abramo, avrebbe detto “Io ero”. Ma quell’”io sono” fa il paio con quanto abbiamo visto in Gv 5. Sono le parole di qualcuno che afferma di esistere sempre al tempo presente, senza inizio né fine, il modo che Dio utilizzò proprio quando si presentò ad Abramo in Es 3:14. Tu dirai agli Israeliti “L’IO SONO mi ha mandato a voi” .
Non ci stupisce che gli interlocutori di Gesù considerassero blasfeme quelle parole al punto da volerlo lapidare.
Anche in Gv 10:31 troviamo un tentativo di lapidazione. E anche in quel caso, nei versetti precedenti Gesù aveva parlato di se stesso come il Buon Pastore di Israele, una figura che nell’antico testamento era associata a Dio. Si pensi ad esempio a Salmo 95:7 “Poich’egli è il nostro Dio, e noi siamo il popolo di cui ha cua e il gregge che la sua mano conduce…”
Ma Gesù in Gv 10 afferma di essere il buon pastore che da la vita eterna alle pecore e afferma di agire in completo accordo con il padre al punto da affermare :”Io e il Padre siamo uno”.
Tale affermazione scatenò l’indignazione dei suoi interlocutori che intendevano lapidarlo. E ai versetti 32-33 leggiamo: Gesù disse loro: «Vi ho mostrato molte buone opere da parte del Padre; per quale di queste opere mi lapidate?» 33 I Giudei gli risposero: «Non ti lapidiamo per una buona opera, ma per bestemmia; e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio».
Anche in questo caso i Giudei avevano compreso molto bene che Gesù si stava paragonando al buon pastore di Israele, Dio, affermando addirittura di agire in armonia completa con il Padre come un tutt’uno. Inutiule girarci intorno, nessuna creatura potrebbe mai affermare una cosa simile. Una creatura potrebbe affermare di essere obbediente, ma non di essere tutt’uno con Dio al punto da sovrapporsi e diventare egli stesso il Pastore divino di Israele.
In conclusione, dalle parole stesse di Gesù comprendiamo che il suo essere “Figlio di Dio” non è da confondersi con il modo in cui una semplice creatura può essere chiamata così. Per quanto gli Ebrei potessero avere un’alta concezione del Messia di Israele, persino loro percepivano che Gesù aveva un concetto di se stesso che superava ogni loro immaginazione. L’espressione “unigenito” utilizzata da Giovanni coglie appieno l’unicità di Gesù.
I discepoli di Gesù, come emerge anche dagli scritti del nuovo testamento, a cui magari dedicheremo un prossimo video, compresero che l’espressione “Figlio di Dio” applicata a Gesù non indicava solo il suo essere il Messia di Israele, ma unita anche all’espressione Figlio dell’uomo di cui abbiamo parlato nello scorso video, descriveva quello che in seguito i cristiani avrebbero definito come vero uomo ma anche vero Dio. E in effetti i primi cristiani cominciarono a rivolgersi a Gesù in preghiera e ad adorarlo, d’altra parte Gesù aveva detto che il Figlio andava onorato nello stesso modo in cui andava onorato il Padre.
So che ancora oggi ci sono diverse persone sincere che hanno difficoltà nell’accettare la divinità di Gesù perché non riescono a capire come potrebbe Dio essere incarnato in un uomo e allo stesso tempo rimanere il Dio onnipotente che controlla l’universo. Preferiscono quindi pensare al Figlio come a una creatura perché sembra loro più logico. Ma se tenete conto di tutti i dati a disposizione, le affermazioni di Gesù vanno ben oltre questo, e ciò che vi sembra più logico lo è solo perché, da umani, tendiamo a pensare ad un Dio che sia semplice come noi, quindi ci sembra impossibile che egli possa esistere contemporaneamente in persone diverse e in modi diversi. Ma se ci pensiamo un attimo Dio è il Creatore dell’universo ed è perfettamente logico aspettarsi che abbia caratteristiche completamente diverse dalle nostre, altrimenti come potrebbe essere onnisciente, onnipresente, onnipotente? Come potrebbe ascoltare in lingue diverse le preghiere contemporanee di migliaia o milioni di individui? Più avanti farò anche un video in cui esamineremo le manifestazioni visibili di Dio nell’antico testamento e vedremo che ci sono molte situazioni in cui Dio si manifesta, anche in forma visibile, ma ciò non significa che, allo stesso tempo, egli non sia presente anche nel mondo invisibile. Le nostre difficoltà nascono solo dal fatto di confinare Dio nelle nostre tre dimensioni, ed è per certi versi comprensibile. Ma egli è certamente molto più di questo, altrimenti come avrebbe potuto creare l’universo?


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