Nessuno dunque vi giudichi quanto al mangiare o al bere, o rispetto a feste, a noviluni, a sabati, che sono l’ombra di cose che dovevano avvenire; ma il corpo è di Cristo. Nessuno vi derubi a suo piacere del vostro premio, con un pretesto di umiltà e di culto degli angeli, affidandosi alle proprie visioni, gonfio di vanità nella sua mente carnale, senza attenersi al Capo, da cui tutto il corpo, ben fornito e congiunto insieme mediante le giunture e i legamenti, progredisce nella crescita voluta da Dio. Se siete morti con Cristo agli elementi del mondo, perché, come se viveste nel mondo, vi lasciate imporre dei precetti, quali: «Non toccare, non assaggiare, non maneggiare» (tutte cose destinate a scomparire con l’uso), secondo i comandamenti e le dottrine degli uomini? Quelle cose hanno, è vero, una parvenza di sapienza per quel tanto che è in esse di culto volontario, di umiltà e di austerità nel trattare il corpo, ma non hanno alcun valore; servono solo a soddisfare la carne.
(Colossesi 2:16-23 – La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Colossesi
È piuttosto comune ancora oggi incontrare persone convinte che la vita cristiana sia associata ad uno stile di vita fatto di privazioni volontarie di ogni genere. Ho conosciuto persone che addirittura pensavano che infliggersi delle penitenze autonomamente fosse un modo per rendersi più graditi a Dio. Purtroppo questo modo di pensare è legato al fatto che, in fondo, all’uomo piace pensare di poter fare delle opere che lo rendano meritevole di fronte a Dio. È un pensiero che ha sempre accompagnato l’uomo nel corso dei secoli e purtroppo ha influenzato anche molti cristiani. Ma è proprio così?
In precedenza Paolo aveva messo in guardia i suoi lettori, invitandoli a guardarsi dai raggiri legati a filosofie, tradizioni, ogni cosa che non fosse legata a Cristo ma piuttosto agli elementi del mondo, ovvero a forze spirituali che niente avevano a che vedere con Cristo ( Vedi Col 2:8). Dopo aver ribadito ai suoi lettori che il cristiano ha ogni cosa pienamente in Gesù Cristo, nella sezione attuale egli ribadisce che, essendosi identificati con Gesù, essi sono morti agli elementi del mondo e non devono quindi avere più nulla a che fare con loro. Essi non devono comportarsi come se “vivessero nel mondo”, ovvero come se fossero ancora legati al “mondo” inteso come sistema che si oppone a Dio.
Paolo temeva proprio che le pratiche ascetiche a cui alcuni volevano assoggettare i credenti di Colosse avrebbero finito per spalancare nuovamente le porte a forze spirituali contrarie a Cristo. Infatti Dio vuole che la comunità cristiana cresca spiritualmente ma tale crescita deve dipendere esclusivamente da Cristo e dalle sue direttive così come il buon funzionamento di un corpo dipende dal Capo.
Le pratiche proposte erano evidentemente presentate in un modo che sembrava avere senso, infatti l’apostolo Paolo afferma che quelle cose “avevano una parvenza di sapienza per quel tanto che è in esse di culto volontario, di umiltà e di austerità nel trattare il proprio corpo”. Ma il problema era che tali pratiche non erano direttive del Capo, non erano richieste e non avevano alcun valore per Gesù Cristo, ma erano solo frutto delle visioni personali di individui che volevano imporle anche ad altri.
Normalmente si definiscono come ascetiche tutte quelle pratiche per cui, attraverso privazioni e austerità nel trattare il proprio corpo, si mira al raggiungimento di uno stato spirituale superiore.
Ma, sottoponendosi a quelle pratiche i credenti non avrebbero ottenuto nulla di buono in cambio. Anzi si sarebbero fatti derubare anche del loro premio, ovvero di tutti i benefici derivanti da un rapporto corretto con Gesù. Infatti essi avrebbero potuto godersi la pace che Cristo donava loro, camminando con Lui e crescendo nel loro rapporto con Lui, testimoniando della loro fede e vivendo con semplicità una vita che onorava Cristo. Invece sottoponendosi a pratiche ascetiche essi avrebbero vissuto nella paura di non avere mai fatto abbastanza per soddisfare Dio e inoltre, qualora fossero riusciti a sottoporsi con diligenza a tali pratiche, essi non avrebbero comunque soddisfatto Cristo, ma avrebbero solo soddisfatto la propria carne, il proprio io, alimentando in se stessi un falso senso di superiorità nei confronti di altri che non poteva certamente provenire da Dio.
Le pratiche a cui Paolo si riferì erano piuttosto generiche e potevano caratterizzare qualunque religione, filosofia o tradizione. Esse includevano cibi o bevande che non dovevano essere assunti, oggetti che non dovevano essere toccati o giorni particolari che dovevano essere rispettati in modo particolare, tutte cose che come Paolo osservò, erano destinate a cambiare e scomparire con il tempo perché non esprimevano valori eterni. Paolo cita poi anche una pratica specifica che chiama “culto degli angeli”, della quale non conosciamo i dettagli. Potrebbe riferirsi ad una adorazione diretta di creature angeliche o, più probabilmente, alla ricerca della mediazione angelica per raggiungere uno stato spirituale superiore. Comunque sia non si trattava certamente di qualcosa che Gesù aveva comandato!
Qualcuno potrebbe essere sorpreso dal fatto che Paolo incluse in questo suo breve elenco esemplificativo anche noviluni e sabati, facendo quindi un chiaro riferimento anche a feste solenni nell’ebraismo che, evidentemente, per Paolo rientravano nelle pratiche che non dovevano essere imposte agli stranieri, a coloro che non appartenevano al popolo di Israele.
Ovviamente Paolo nel citare pratiche provenienti da ambiti filosofici o religiosi differenti, voleva fare comprendere che, sia che si trattasse di influenze provenienti dal paganesimo o dalla filosofia greca, sia che si trattasse di tradizioni legate al Giudaismo, qualora una pratica particolare non fosse stata richiesta dal Signore stesso ai discepoli di Gesù, inclusi gli stranieri, essa non doveva essere considerata necessaria per loro.
Era infatti evidente che anche molte tradizioni giudaiche, soprattutto diverse feste solenni, erano “l’ombra di cose che dovevano avvenire”, ovvero anticipazioni profetiche di eventi futuri. Si pensi ad esempio al “gran giorno delle espiazioni” descritto in Levitico 16 che, come ben descritto nella lettera agli Ebrei, anticipava ciò che Cristo ha fatto dando se stesso una volta per tutte per i peccati dell’umanità. Ora che Cristo era venuto, non era più necessario che i discepoli di Gesù, Giudei o stranieri, si sottoponessero alle prescrizioni previste per tale giorno nel libro del Levitico.
Il pensiero di Paolo è quindi chiaro: il corpo è di Cristo, ovvero Cristo è il Capo della Comunità cristiana, e i discepoli di Gesù non devono quindi sottoporsi ad alcuna pratica che non sia necessaria per crescere nella loro relazione con il Capo.
Anche noi potremmo essere tentati di sottoporci a pratiche particolari, a privazioni, superstizioni, al rispetto di regole che derivano da comandamenti e dottrine degli uomini. Talvolta potrebbe anche trattarsi di pratiche che potrebbero anche sembrare buone ma che non hanno alcun valore per quanto riguarda il nostro rapporto con Cristo. Anche noi potremmo poi essere tentati di rivolgerci a mediatori invece di rivolgerci direttamente a Gesù Cristo: anche questo non ha alcun senso.
Molti cristiani, purtroppo si lasciano derubare del loro premio, ovvero della gioia della salvezza e della pace che caratterizza la vita cristiana, per ricadere nelle paura e nell’incertezza. Che Dio ci guidi a non perdere il nostro tempo in cose senza valore ma a camminare ogni giorno crescendo nella nostra conoscenza del Signore Gesù Cristo.


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