Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura – 2Corinzi 5:17 – La Bibbia

Comunione vera

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This entry is parte 13 di 13 in the series Lettera ai Colossesi
Vi salutano Aristarco, mio compagno di prigionia, Marco, il cugino di Barnaba (a proposito del quale avete ricevuto istruzioni; se viene da voi, accoglietelo), e Gesù, detto Giusto. Questi provengono dai circoncisi, e sono gli unici che collaborano con me per il regno di Dio, e che mi sono stati di conforto. Epafra, che è dei vostri ed è servo di Cristo Gesù, vi saluta. Egli lotta sempre per voi nelle sue preghiere perché stiate saldi, come uomini compiuti, completamente disposti a fare la volontà di Dio. Infatti gli rendo testimonianza che si dà molta pena per voi, per quelli di Laodicea e per quelli di Ierapoli. Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema.  Salutate i fratelli che sono a Laodicea, Ninfa e la chiesa che è in casa sua.
Quando questa lettera sarà stata letta da voi, fate che sia letta anche nella chiesa dei Laodicesi, e leggete anche voi quella che vi sarà mandata da Laodicea. Dite ad Archippo: «Bada al servizio che hai ricevuto nel Signore, per compierlo bene». Il saluto è di mia propria mano, di me, Paolo. Ricordatevi delle mie catene. La grazia sia con voi.
(Colossesi 4:10-18 – La Bibbia)

Indice della serie sulla Lettera ai Colossesi


In alcuni momenti la vita può essere davvero difficile.

Ed è proprio in quei momenti che può fare la differenza avere dei fratelli e delle sorelle che condividono la nostra fede e possono consolarci con la loro presenza e il loro affetto fraterno.

L’apostolo Paolo era in carcere e non possiamo pensare che non abbia avuto momenti di sconforto. Certamente egli sapeva che il Signore era con lui, ma aveva anche bisogno di avere vicino fratelli e sorelle che gli volevano bene e mostravano il loro amore in modo pratico. Paolo aveva già fatto del bene a molte persone predicando loro il vangelo e aveva certamente molti fratelli e sorelle in varie città della zona. Ma come spesso accade, quando si hanno dei problemi, non sono molte le persone sulle quali si può contare davvero…

C’è un’amara ironia nelle parole di Paolo, infatti egli si era soprattutto battuto per portare il vangelo agli stranieri, agli incirconcisi, eppure ora che si trovava nel bisogno, essendo in carcere probabilmente ad Efeso,  gli erano rimasti vicino solo tre circoncisi, tre Giudei come lui:  Aristarco, Marco il cugino di Barnaba e Gesù detto Giusto. Solo questi ultimi avevano continuato a collaborare con Paolo per il regno di Dio e lo avevano confortato. Questo dimostra che colui che si autodefiniva apostolo degli stranieri (Ro 11:13, Ga 2:8) non aveva certamente rotto i ponti con quelli del suo popolo, come alcuni potrebbero pensare, ma li accoglieva volentieri come fratelli e compagni di servizio del comune Messia Gesù. Per Paolo tutti coloro che avevano accolto Gesù Cristo nella loro vita, circoncisi o incirconcisi, erano fratelli e sorelle con cui condividere una comunione vera, un’armonia che derivava dall’essere parte dello stesso corpo, dello stesso edificio spirituale fatto di discepoli di Gesù.

Paolo porta loro anche i saluti del medico Luca, di Dema e di Epafra che era uno dei loro, quindi proveniva probabilmente da Colosse ed era particolarmente impegnato in preghiera per loro ma anche per le comunità nelle vicine Laodicea e Ierapoli. La preoccupazione di quel servo di Gesù Cristo era che i credenti di Colosse e delle città vicine fossero saldi, maturi, disponibili a lasciarsi usare da Dio.

Lo scopo di Paolo nel portare i saluti di quei collaboratori era proprio quello di spronare i suoi interlocutori a crescere imparando a sentirsi parte del medesimo corpo non solo con lui ma anche con quei suoi collaboratori, tenendosi anche pronti ad accoglierli se fossero venuti da loro. Paolo desiderava che tutti coloro che avevano creduto nel Messia Gesù si sentissero uniti gli uni agli altri e desiderava quindi insegnare ai credenti di Colosse a non restare isolati ma ad avere contatti con altri gruppi di credenti come quelli che si trovavano nella vicina Laodicea e si radunavano in casa di una certa Ninfa.

Insomma, i credenti di Colosse dovevano imparare a sviluppare quella comunione vera con gli altri fratelli e sorelle in Cristo che portava ad interessarsi degli altri, ad accogliersi e ad aiutarsi a vicenda. Per favorire questo interscambio,  Paolo aveva mandato di proposito, attraverso i suoi collaboratori, una lettera anche alla vicina Laodicea e il suo desiderio era che le due comunità si scambiassero tali lettere, concepite come circolari i cui contenuti potevano essere utili non solo ai destinatari primari ma anche anche ad altri.

Il riferimento finale ad un certo Archippo (probabilmente lo stesso citato in Filemone 2, dal momento che gli studiosi sono concordi nel pensare che Filemone si trovasse a Colosse) sembra essere un modo per spronare in particolare questo fratello a compiere bene il proprio servizio di responsabilità nella chiesa. Questo incoraggiamento non deve stupirci perché proprio coloro che svolgono un servizio di responsabilità all’interno della chiesa sono quelli che devono dare il buon esempio per favorire la comunione vera tra i credenti. Archippo insomma non doveva fare come Diotrefe, citato in 3 Giovanni 9, il quale, invece di servire la comunità, cercava il primato nella chiesa e non era accogliente nei confronti dei fratelli in visita. 

In conclusione, nel salutare i credenti, raccomandandoli alla grazia di Dio, apponendo anche la propria firma autografa e esortandoli ancora a ricordarsi di lui nelle loro preghiere, Paolo riuscì ancora a dare un’ultima lezione in questa bella lettera, una lezione che noi credenti del ventunesimo secolo abbiamo bisogno di fare nostra. Infatti molte moderne comunità cristiane si sentono autosufficienti e vivono nell’isolamento, disinteressandosi di ciò che vivono gli altri fratelli e sorelle anche nelle comunità più vicine. Alcuni credenti addirittura non fanno neanche parte di una comunità perché credono di poter vivere la propria fede per conto loro…

Che il Signore ci illumini e ci ricordi che siamo parte di uno stesso corpo e che ciò che accade nella vicina Laodicea o Ierapoli o Efeso  ci riguarda da vicino. Preghiamo il Signore perché ci dia di realizzare ancora quella comunione vera che unisce tutti i figli di Dio sparsi nel mondo.

 

Lettera ai Colossesi

Uniti nella preghiera

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