- Partecipi della grazia
- Gioia nell’annuncio del vangelo
- Per me il vivere è Cristo
- La gioia dell’unità
- Il sentimento di Gesù
- Testimoni efficaci
- Tutti cercano i propri interessi
- Un mucchio di spazzatura
- Corro verso la mèta
- Facciamo la pace?
- Dall’ansia alla pace
- Posso ogni cosa in Lui
- Sono contento per voi!
Soltanto, comportatevi in modo degno del vangelo di Cristo, affinché, sia che io venga a vedervi sia che io resti lontano, senta dire di voi che state fermi in uno stesso spirito, combattendo insieme con un medesimo animo per la fede del vangelo, per nulla spaventati dagli avversari. Questo per loro è una prova evidente di perdizione; ma per voi di salvezza; e ciò da parte di Dio. Perché vi è stata concessa la grazia, rispetto a Cristo, non soltanto di credere in lui, ma anche di soffrire per lui, sostenendo voi pure la stessa lotta che mi avete veduto sostenere e nella quale ora sentite dire che io mi trovo. Se dunque v’è qualche incoraggiamento in Cristo, se vi è qualche conforto d’amore, se vi è qualche comunione di Spirito, se vi è qualche tenerezza di affetto e qualche compassione, rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento.
(Filippesi 1:27-2:2 – La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi
“L’unione fa la forza”. L’apostolo Paolo in questo brano ci dona una versione cristiana di questo famoso detto popolare, una versione che potremmo riassumere così: “Essere uniti in Cristo è la nostra forza”.
Mentre Paolo si trovava in carcere egli pregava per i suoi fratelli e pensava a loro continuamente. Egli non sapeva se li avrebbe rivisti presto o se addirittura non li avrebbe rivisti mai più. Comunque fosse andata, il suo più grande desiderio era che essi rimanessero uniti. Paolo desiderava che i Filippesi provassero la gioia dell’unità cristiana in modo che lui stesso potesse gioire di tale unità. Egli scrive infatti: “Rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento.”
Fin dal principio i cristiani trovarono opposizione, prima internamente all’ebraismo e in seguito ad opera dei Romani. D’altra parte Gesù stesso aveva avvertito i suoi discepoli: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi…” (Giovanni 15:20).
L’apostolo Paolo stava vivendo sulla sua pelle questa realtà e sapeva che anche i suoi fratelli, fuori dalla prigione, stavano sostenendo la stessa lotta. Infatti i cristiani annunciavano che c’era un altro Re, Gesù il Messia, di fronte al quale tutti si sarebbero dovuti piegare prima o poi. Non era certamente un messaggio che poteva passare inosservato in un mondo in cui Cesare dominava incontrastato (vedi At 17:7).
L’apostolo Paolo sapeva bene che non era facile affrontare gli avversari rimanendo fermi nella fede; per riuscirci era dunque necessario restare uniti.
La persecuzione fa sicuramente paura. Nessuna persona normale accetterebbe di essere maltrattata o addirittura uccisa per la propria fede se ciò dovesse dipendere esclusivamente dalle proprie forze. Se oltretutto i cristiani fossero divisi tra di loro e non trovassero incoraggiamento l’uno nell’altro, la cosa diventerebbe ancora più ardua.
Ma Paolo sapeva che lui e i suoi fratelli erano uniti in Cristo ed era certo che Gesù Cristo li avrebbe incoraggiati, li avrebbe confortati con il suo amore attraverso lo Spirito che aveva donato a tutti loro. Il senso di appartenenza alla medesima famiglia, la famiglia dei figli di Dio, con l’affetto naturale e l’empatia reciproca che da ciò derivava, avrebbe contribuito a renderli forti e determinati anche nella persecuzione.
In sostanza, invece di concentrarsi sulle differenze tra di loro, essi dovevano rimanere uniti concentrandosi su ciò che avevano in comune. Gesù doveva costituire il pensiero comune, colui che li univa in un medesimo animo e in unico sentimento! Era quello il segreto per resistere di fronte agli avversari.
Solo restando insieme essi avrebbero potuto incoraggiarsi a vicenda, solo sapendo che altri pregavano per loro essi avrebbero potuto affrontare anche le prove più difficili. Lo stesso Paolo trovava incoraggiamento mentre si trovava in prigione proprio perché sapeva che c’era una squadra di fratelli e sorelle là fuori che erano solidali con lui, e continuavano a predicare il vangelo, lottando e vincendo delle anime per il Signore, nonostante le avversità.
Capiamo quindi perché Paolo sosteneva che la persecuzione doveva essere considerata un’altro aspetto della grazia di Dio per loro. Infatti se quella unione in Cristo si realizzava davvero, allora anche la persecuzione costituiva una manifestazione della grazia di Dio, in quanto attraverso la sofferenza essi avrebbero sperimentato un’unione ancora più profonda con il Signore e tra di loro.
Così la persecuzione non doveva spaventarli. Anzi, nulla doveva spaventarli perché Cristo era con loro e non li avrebbe abbandonati nell’ora della prova. La prova li avrebbe condotti alla loro salvezza in un modo o nell’altro. Erano piuttosto i loro aguzzini che avrebbero dovuto aver paura se si fossero resi conto che quel loro atteggiamento nei confronti di Cristo e dei suoi figli li avrebbe condotti senza dubbio alla perdizione!
Ancora oggi non passa un giorno senza che ci sia notizia di cristiani che subiscono abusi e ingiustizie in varie parti del mondo. Ma anche oggi valgono le stesse considerazioni che Paolo fece circa duemila anni fa: I figli di Dio vengono perseguitati ma questo li proietta solo più velocemente verso la gloria e la salvezza eterna. Ma guai a coloro che li perseguitano perché Dio si ricorderà di coloro che hanno messo le mani addosso ai suoi figli. Alla fine si vedrà davvero chi sono i veri vincitori e chi sono gli sconfitti.


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