- Abbiamo il testo originale del nuovo testamento?
- Il testo del nuovo testamento è corrotto?
- Marco 1:41 – Gesù si indignò? Che differenza fa?
- Le varianti del nuovo testamento influenzano la teologia cristiana?
- Testi da escludere dal nuovo testamento? La bibbia non è inerrante?
- Coincidenze “casuali” nei vangeli? Parliamone
- Quando e da chi sono stati scritti i 4 vangeli canonici?
- Come sono stati scritti i vangeli? I sinottici, la fonte Q, la tradizione orale
- Il libro degli Atti degli Apostoli è attendibile dal punto di vista storico e culturale?
- Perché ci sono 4 vangeli nella bibbia (e non altri)?
- Il vangelo di Tommaso: perché non è nella bibbia?
- L’antico testamento cita il nuovo testamento in modo errato?
- Fonti non ispirate?
Come viene usato il vecchio testamento dagli autori del nuovo testamento? Chiunque abbia letto il nuovo testamento si sarà accorto che gli autori citano molto frequentemente il vecchio testamento. In diversi casi però le parole non sono proprio uguali se andate a confrontare la citazione nel nuovo testamento con il corrispondente versetto dell’antico testamento. Perché accade questo? Ho ricevuto delle domande su questo tema, quindi proviamo a rispondere in questo video.
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Alcuni affermano che gli autori del nuovo testamento hanno commesso degli errori nel citare il vecchio testamento e a volte avrebbero cambiato volontariamente le citazioni.
In realtà è un po’ troppo semplicistico affermare cose di questo genere, anche perché quando si vanno ad esaminare le citazioni una per una, si trova sempre delle buone ragioni per cui ogni citazione è riportata in un certo modo.
Esaminiamo quindi quali sono le motivazioni principali per cui le citazioni differiscono da ciò che leggiamo nell’antico testamento.
In primo luogo, come si può facilmente intuire, c’è un problema di lingua e traduzioni. Noi oggi leggiamo un testo in italiano che è la traduzione di un testo in greco per quanto riguarda il nuovo testamento e di un testo ebraico per quanto riguarda l’antico testamento. La traduzione dalle lingue originali viene fatta normalmente da gruppi diversi di traduttori che possono usare parole diverse per tradurre. Non dimentichiamo che la traduzione da una lingua all’altra implica sempre delle scelte tra diversi significati e diverse parole possibili, quindi questo è un primo motivo per cui poi ci si può trovare di fronte a testi leggermente diversi per frasi analoghe nel vecchio e nel nuovo testamento.
Ma c’è anche un altro aspetto che rende le cose ancora più complesse. Infatti gli stessi scrittori del nuovo testamento si trovarono di fronte ad un problema di traduzione quando dovettero scrivere in greco le citazioni dell’antico testamento. Essi avevano sostanzialmente due possibilità: potevano tradurre dall’ebraico al greco se ne erano in grado oppure potevano appoggiarsi ad una traduzione in greco già esistente al loro tempo.
Per lo più essi utilizzarono una traduzione greca delle scritture ebraiche che era molto diffusa e disponibile al loro tempo, la cosiddetta Septuaginta, la traduzione dei settanta.
La parte più antica della traduzione dei settanta risale al terzo secolo a.c., probabilmente l’intero testo fu completato nel secondo secolo a.c.. Essa è quindi basata su un testo ebraico piuttosto antico. Tale traduzione era molto diffusa ai tempi di Gesù e al tempo in cui fu redatto il nuovo testamento, e gli scrittori del nuovo testamento la utilizzarono molto di frequente. Delle circa 300 citazioni dirette dell’antico testamento nel nuovo testamento, almeno due terzi sono basate sulla traduzione dei settanta. In altre occasioni gli scrittori stessi del nuovo testamento possono aver tradotto essi stessi dall’ebraico al greco nei loro testi o possono aver adotatto altre traduzioni disponibili al loro tempo. Capite quindi che le singole parole usate per esprimere un concetto potevano essere diverse.
Alcuni protestano di fronte a questa spiegazione perché essi si aspettano che gli scrittori ispirati del nuovo testamento citino l’antico testamento direttamente dagli originali ebraici. Ma perché dovrebbe essere così? Ma soprattutto, a quale originale ebraico avrebbero dovuto fare riferimento? A quello pervenuto fino a noi o a quello che era disponibile al loro tempo? Riflettiamoci un attimo…
Teniamo presente che, quando leggiamo l’antico testamento nelle nostre bibbie moderne, la traduzione è normalmente basata su un testo ebraico conosciuto come testo masoretico, i cui manoscritti disponibili sono datati intorno al 900 dopo cristo. Tale testo era certamente un ottimo testo conservato attraverso la tradizione ebraica, ma è ormai abbastanza appurato che tale testo non corrisponde sempre parola per parola né alla traduzione dei settanta utilizzata invece nel nuovo testamento, né probabilmente ai testi ebraici più antichi dai quali la stessa traduzione dei settanta è stata tradotta. Come possiamo dirlo? Beh,, il ritrovamento di numerosi manoscirtti in ebraico e in greco a Qumran nel 1946 ha confermato che il testo masoretico non corrisponde sempre al 100% a testi più antichi dell’antico testamento. Intendiamoci, le differenze non sono tali da stravolgere il messaggio che emerge dalle scritture antiche, tuttavia queste differenze ci sono.
Tutto questo discorso ci porta a comprendere una cosa molto semplice, che in un modo o nell’altro c’è sempre di mezzo una traduzione da testi che all’origine possono anche avere delle differenze.
Un esempio emblematico è Luca 4:17-19 in cui Gesù legge dal profeta Isaia. Leggo nella nuova riveduta:
gli fu dato il libro del profeta Isaia. Aperto il libro, trovò quel passo dov’era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me, perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha mandato per annunciare la liberazione ai prigionieri e il ricupero della vista ai ciechi; per rimettere in libertà gli oppressi, per proclamare l’anno accettevole del Signore».
Questo testo è tratto da Isaia 61:1-2 che vado ancora a leggere sempre nella nuova riveduta:
“Lo Spirito del Signore, di DIO, è su di me, perché il SIGNORE mi ha unto per recare una buona notizia agli umili; mi ha inviato per fasciare quelli che hanno il cuore spezzato, per proclamare la libertà a quelli che sono schiavi, l’apertura del carcere ai prigionieri, 2 per proclamare l’anno di grazia del SIGNORE…;” (Is 61:1-2)
Avrete notato alcune differenze tra i due testi, vero? Gesù stava leggendo non ci aspetteremmo differenze vero? Ci sono diverse possibilità. Infatti nel testo di Luca 4:17 Luca sembra proprio usare il testo di Isaia 61:1-2 tratto dalla versione dei settanta. Quindi può essere che Gesù abbia letto da un rotolo antico in ebraico che si rifletteva nel testo riportato nella traduzione dei settanta, o può essere che semplicemente Luca, scrivendo parecchi anni dopo, si sia servito della traduzione greca di Isaia a sua disposizione per riportare quel testo.
Infatti nella traduzione dei settanta c’è , ad esempio, il riferimento al recupero della vista da parte dei ciechi che non troviamo nel testo masoretico da cui è tratta la versione del nostro antico testamento. Allo stesso modo nel testo masoretico c’è una frase riferita al “fasciare quelli che hanno il cuore spezzato”, come rileviamo nella nostra versione dell’antico testamento, eppure quella parte non è presente nel testo di Luca anche se risulta comunque presente nel testo della settanta! E non si può certamente dire che questa omissione sia dovuta a motivi teologici, infatti non cambierebbe nulla nel significato globale del testo aggiungendo quella frase. Per quanto ne sappiamo, quindi, Luca può aver citato quindi da una traduzione in greco in cui era assente quella frase, o può aver semplicemente citato in modo libero. Il fatto è che dal punto di vista teologico non cambia nulla e dal punto di vista culturale, ciò era assolutamente accettabile.
Questo potrebbe sembrare sconvolgente per alcuni soprattutto se siamo abituati a basare tutte le nostre convinzioni su singole parole o traduzioni. Ma comprendere il modo in cui il testo della bibbia è arrivato fino a noi è utile proprio per capire che dobbiamo accostarci alla bibbia con umiltà cercando di comprendere il messaggio che emerge dal testo e che si è mantenuto assolutamente inalterato nei secoli, senza fissarci su singole parole o traduzioni di parole.
Se Dio avesse voluto che i cristiani basassero la loro vita su singole parole o specifici versetti piuttosto che sul messaggio di salvezza importante che emerge inequivocabilmente dal testo, avrebbe utillizzato modi diversi per farci pervenire la bibbia, magari facendola scendere direttamente dal cielo. Ma non è così. Abbiamo tra le mani un testo scritto da esseri umani perché il Signore si è compiaciuto di utilizzare degli uomini per trasmettere il suo messaggio e lo hanno fatto con i mezzi a loro disposizione. Sicuramente il Signore ha vigilato affinché la sua parola rimanesse fedele al suo intento originale, senza stravolgimenti, nondimeno dobbiamo accettare l’esistenza di varianti nella trasmissione umana del testo, varianti che però non alterano la nostra comprensione del messaggio, infatti le cose davvero importanti sono ripetute più volte nella bibbia, non certo affidate ad un singolo versetto dubbio… Infatti, è evidente che anche gli scrittori del nuovo testamento erano coscienti di utilizzare delle traduzioni del testo che potevano anche differire tra loro ma è altresì evidente che essi non avevano nessun problema a farlo perché le consideravano comunque parola di Dio…
Mentre alcuni, ancora oggi, mostrano un certo fanatismo nel guardare con sospetto le traduzioni pensando che solo leggendo il testo in lingua originale ebraica ci si può avvicinare al messaggio della bibbia, il modo in cui il nuovo testamento è stato scritto in greco ci permette di dire che per i primi cristiani l’uso di una traduzione era perfettamente lecito perché essi erano convinti che il messaggio importante che Dio voleva trasmettere attraverso quei testi doveva rivolgersi a tutti e veniva comunque preservato. Chi invece ama dibattere e speculare su singole parole e versetti della bibbia, finisce per fissarsi su una traduzione particolare della bibbia per argomentare sui propri temi preferiti. È invece buona abitudine anche confrontare diverse traduzioni della bibbia proprio perché questo modo di fare aiuta a rendersi conto delle difficoltà del testo anche per i traduttori, ci aiuta a comprendere il senso del testo anche quando qualche frase in qualche traduzione può sembrare ostica, e ci rende più abituati a cercare di afferrare il messaggio che quelle parole vogliono comunicarci piuttosto che fissare la nostra fede su una particolare interpretazione di un singolo testo biblico. Dobbiamo essere attaccati al testo e al messaggio della bibbia ma non dobbiamo essere dei fanatici di una particolare traduzione o interpretazione perché in questo modo rischiamo solo di essere inutilmente divisivi nei confronti di altri cristiani.
Ci sono poi altri aspetti da tenere presente quando si considerano le citazioni del vecchio testamento nel nuovo. Ad esempio, noi oggi abbiamo delle bibbie portatili, molto compatte, sempre disponibili, che possiamo consultare; ma nel primo secolo i primi cristiani spesso non avevano nemmeno una copia delle scritture del vecchio testamento che venivano conservate soprattutto nelle sinagoghe per la lettura pubblica. La maggior parte di loro citava quindi i testi a memoria. L’apostolo Paolo, ad esempio, nelle sue lettere cita circa 183 volte l’antico testamento e dimostra di conoscerlo bene.
Ma a volte quando si citava un testo a memoria, ci si preoccupava di conservare soprattutto il senso e il significato dei passi biblici piuttosto che le singole parole. Così, a volte, anche nel nuovo testamento gli scrittori non si preoccupano sempre di tradurre letteralmente ma utilizzano anche delle parafrasi, citazioni molto libere che hanno lo scopo di veicolare il senso del messaggio originale, integrandolo nel proprio discorso, piuttosto che riportare parola per parola quanto scritto nel particolare testo del vecchio testamento. Pensate, ad esempio, al modo in cui Giovanni il Battista cita Isaia 40:3 in Giovanni 1:27:
Egli disse: «Io sono la voce di uno che grida nel deserto: “Raddrizzate la via del Signore“, come ha detto il profeta Isaia». (Giovanni 1:27)
Leggiamo ora Isaia 40:3 nell’antico testamento:
La voce di uno grida: «Preparate nel deserto la via del SIGNORE, appianate nei luoghi aridi
una strada per il nostro Dio! (Isaia 40:3)
Isaia parla in terza persona, ma Giovanni applica a se stesso il brano, parlando in prima persona, quindi più che una citazione precisa è un’allusione ad un testo con un’applicazione specifica. Il fatto che egli cambi dalla terza persona alla prima persona è proprio dovuto a questa applicazione. Il testo originale viene applicato ma il significato rimane lo stesso.
Matteo 3:3, Marco 1:3 e Luca 3:4 citano invece il testo in terza persona come riportato in Isaia 40:3. “raddrizzate i suoi sentieri” è poi un equivalente di appianare una strada, un modo leggermente diverso di esprimere il medesimo concetto.
C’è però un altro aspetto di questo testo di Isaia nelle nostre bibbie che rende il nuovo testamento diverso dalla citazione originale: la punteggiatura. Chi parla si trova nel deserto o sta esortando a preparare una via nel deserto? Insomma, dove vanno messi i due punti? Il fatto è che l’antico testamento scritto in ebraico non ha punteggiatura e anche il greco del nuovo testamento non ha punteggiatura. La punteggiatura è stata ovviamente aggiunta nelle varie traduzioni nel corso del tempo per essere più comprensibile nelle lingue riceventi. Quindi può capitare che in effetti la punteggiatura nei testi sia diversa e quindi diversa l’enfasi a seconda delle scelte dei traduttori nei vari passaggi di traduzione sia antichi che moderni. Ma dovremmo essere abbastanza intelligenti da capire che il significato e il messaggio di un testo come questo non è compromesso da questo tipo di scelte. In questo caso specifico, ad esempio, probabilmente erano vere entrambe le cose, ovvero chi parlava si trovava nel deserto e allo stesso tempo invitava il popolo a preparare una via al Signore nel deserto. Il deserto era un luogo poco accogliente per definizione, e anche sinonimo di povertà spirituale e lontananza da Dio, e l’invito era quello a trasformarlo invece in un luogo pronto ad accogliere il Messia.
A volte, poi, diversi testi venivano fusi insieme nel discorso. Un esempio è il modo in cui Pietro utilizza Salmo 34:6, Isaia 28:16, Salmo 118:22 e Isaia 8:14 integrandoli nel suo discorso in 2 Pietro 2:1-10 in un modo molto simile ad un predicatore che attualizza quei brani per applicarli al suo uditorio.
Spesso gli autori utilizzavano la scrittura del vecchio testamento, non come citazione precisa ma proprio come parte del loro linguaggio dando per scontato che i loro lettori fossero avvezzi a quel tipo di linguaggio, utilizzando più che altro delle allusioni al testo dell’antico testamento. In tali casi non ha senso aspettarsi una citazione precisa, ma ciò che si trova sono singole parole, frasi o concetti che richiamano un testo dell’antico testamento. Un esempio emblematico è quello del libro dell’apocalisse che non contiene citazioni dirette dell’antico testamento eppure gli studiosi hanno contato nell’apocalisse centinaia e centinaia di allusioni al vecchio testamento. Alcune di queste allusioni possono essere appena accennate ma in altri casi è evidente che ci sia un riferimento ad un testo antico pur senza citarlo. Magari un giorno farò un video specifico proprio per parlare delle allusioni all’antico testamento che si trovano in Apocalisse.
Alcuni, con superficialità, sostengono che talvolta gli scrittori del nuovo testamento sbagliavano addirittura a citare i testi, come se non sapessero nemmeno da quale libro fossero stati presi. Un esempio tipico è quello di Matteo 27:9-10.
Allora si adempì quello che era stato detto dal profeta Geremia: «E presero i trenta sicli d’argento, il prezzo di colui che era stato venduto, come era stato valutato dai figli d’Israele, 10 e li diedero per il campo del vasaio, come me l’aveva ordinato il Signore». (Matteo 27:9-10)
Tutti sappiamo che questo testo è tratto da Zaccaria 11:12-13, non da Geremia. Come poteva Matteo aver sbagliato su una questione del genere? Sembrerebbe un errore un po’ troppo grossolano…
Ma la risposta sta proprio nel modo in cui gli autori del nuovo testamento utilizzavano la scrittura dell’antico testamento. In realtà Matteo non cita proprio letteralmente Zaccaria 11:12-13, come potete notare se andate a leggerlo, ma fa riferimento a quel brano di Zaccaria, integrandolo con elementi tratti da altri profeti. Non si tratta di una citazione vera e propria ma più di un commento, un’interpretazione basata sull’unione di diversi testi profetici, un po’ come farebbe oggi un predicatore che vuole portare avanti un argomento mettendo insieme diversi testi che contribuiscono a svilupparlo.
Perché allora Matteo dice che il testo è di Geremia? Viene citato Geremia perché è il profeta principale di quella sezione delle scritture ebraiche. Siccome le scritture erano conservate in rotoli e gli scritti profetici si trovavano uno dopo l’altro nello stesso rotolo, aveva assolutamente senso riferirsi al profeta principale di quella sezione. Questo modo di citare le scritture combinando insieme diversi testi, era una normale pratica letteraria nel primo secolo e ce ne sono diversi esempi nel nuovo testamento. Ci sono frequenti casi in cui gli autori del nuovo testamento combinano appositamente uno o più versi delle scritture ebraiche per portare avanti la propria argomentazione. E facendo in quel modo, essi non si sentivano in dovere di citare precisamente tutte le fonti perché si aspettavano che i loro lettori fossero abituati a quel modo di citare e combinare le scritture.
Tallvolta, gli scrittori del nuovo testamento, come si usava fare, si riferivano semplicemente alla legge, ai salmi, ai profeti. A volte, ad esempio, l’apostolo Paolo dice “è scritto nella legge” come nel caso di 1 Corinzi 9:9, senza dare riferimenti precisi.
Dobbiamo tenere conto del fatto che nell’antichità, fino al sedicesimo secolo, i testi della bibbia non erano raccolti in un libro portatile, diviso in libri, capitoli e versetti come nel nostro tempo. Le citazioni non avevano libro, capitolo e versetto, ma si trovavano, come abbiamo già detto, in rotoli nelle sinagoghe, in cui i vari testi erano raccolti uno dopo l’altro senza soluzione di continuità. Le scritture erano conosciute attraverso ascolto, ripetizione e memorizzazione di interi brani senza versetti specifici o capitoli. Noi oggi diremmo Geremia 8:1, ma per loro non significava nulla.
Gli scrittori del nuovo testamento conoscevano l’antico testamento non come libro, capitolo e versetto, ma si riferivano ad esso come ad un’unica composizione. Essi, quando fanno delle citazioni, non si riferiscono a singoli versetti ma evocano interi passaggi dell’antico testamento. Spesso veniva usata una frase o un passaggio più estesi tratti da una certa sezione delle scritture ebraiche ma lo scopo non era tanto quello di citare perfettamente i testi quanto quello di evocare un intero contesto, utilizzandoli direttamente all’interno del proprio discorso.
Infatti gli autori nel riportare una citazione, non avendo capitolo e versetto, dovevano dare più che altro un riferimento contestuale. Così, ad esempio Luca 20:37 si riferisce a Esodo 3:6 come a “Mosè nel passo del pruno”. allo steso modo Marco 2:26 si riferisce a 1 Samuele 21:1-6 con le parole “ al tempo del sommo sacerdote Abiatar” giusto per dare un riferimento temporale. In Luca 4:17, che abbiamo visto insieme, non è scritto che Gesù citò Isaia 61:1-2 ma è scritto che trovò nel rotolo di Isaia quel posto in cui era scritta una certa frase… Paolo in Romani 11:2 si riferisce al contesto di 1 Re capitoli 17-19 introducendo il suo dire con ”ciò che la Scrittura dice a proposito di Elia”, senza dare ovviamente libro, capitolo e versetto.
Eb 4:4 non si prende nemmeno la briga di indicare un autore ma dice, “ in qualche luogo, a proposito del settimo giorno, è detto così”. E’ solo un modo per richiamare alla memoria un contesto.
A volte potevano citare una sola frase di un salmo per richiamare l’intero contesto del salmo, come fece probabilmente Gesù sulla croce riferendosi al salmo 22 con la frase “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” Chi conosceva il contesto di quella frase si sarebbe reso conto che la situazione in cui Gesù si trovava era perfettamente analoga a quella descritta nell’intero salmo!
Gli scrittori del nuovo testamento non usavano il virgolettato per le loro citazioni, come faremmo noi oggi, ma le includevano nel loro discorso come un modo per richiamare l’intero contesto da cui quella particolare citazione veniva presa. A volte infatti le loro citazioni sembrano fin troppo ermetiche e a prima vista non sembrano nemmeno così esplicative per l’argomentazione in cui sono inserite. Ma quando si va a prendere il contesto orginale di quel verso si capisce perché è stato usato. Essi davano per scontato come premessa il contesto originale della citazione e si aspettavano che i loro lettori lo conoscessero.
Facciamo un esempio. Pensiamo al modo in cui viene usato il salmo 116:10 in 2 Corinzi 4:13. Paolo estrapola dal salmo una frase: “Ho creduto, perciò ho parlato”. Onestamente sembra un po’ poco. Sembra una frase totalmente avulsa da un contesto, una frase che uno potrebbe utilizzare come vuole. Ma se leggeste il salmo 116 vi rendereste conto che è un ringraziamento a Dio per la liberazione ed è proprio il contesto in cui Paolo la inserisce nel suo scritto. Paolo vede la sua sofferenza in linea con quanto desdcritto nel salmo 116. Come il salmista era afflitto, anche Paolo lo era stato. E così come il salmista aveva gioito della sua liberazione e condiviso con gli altri nella pubblica assemblea, così Paolo lo voleva condividere con i suoi fratelli di Corinto. In realtà il salmo 116 ha molte connessioni con l’intero brano di 2 Corinzi 4:7-18, quindi la citazione della frase “Ho creduto , perciò ho parlato” è solo un modo che Paolo utilizza per richiamare l’intero contesto del salmo.
Spesso gli autori del nuovo testamento utilizzano ancora l’antico testamento per applicare un principio per i loro uditori. A volte vedono delle connessioni tra ciò che Gesù aveva fatto e ciò che era prefigurato ad esempio nei sacrifici dell’antico testamento, vedono similitudini tra ciò che era accaduto ad Israele come figlio di Dio e a Gesù come figlio di Dio. Altre volte vedono un’ombra che diventa poi realtà. A volte semplicemente vedono un principio che in qualche modo si ripete nel tempo. Essi erano abituati ad un contesto ebraico in cui la storia stessa funzionava come profezia, ovvero la storia tende a mostrare pattern, modelli che si ripetono a distanza di tempo sia nei comportamenti umani che in quelli divini. Quindi loro si aspettavano che le cose avvenute nel passato fossero tipi di cose che stavano accadendo nel presente e ciò si riflette nel loro linguaggio che evoca situazioni antiche che trovavano nuove applicazioni nel loro presente.
Ad esempio Matteo 1:23 si riferisce a Emmanuele basandosi sull’intero contesto di Isaia capitoli 7-8… Ciò che aveva comunque un significato al tempo di Isaia viene riattualizzato in Gesù. Giovanni 19:36 è un’allusione a ’Esodo 12:46 che si riferisce all’agnello pasquale, ma l’autore del nuovo testamento la vede come una coincidenza piuttosto interessante che si applicava a Gesù come agnello pasquale. Si tratta quindi di un pattern che si ripete. Anche Ebrei 5:5 si riferisce al salmo 2 applicandolo a Gesù; nel contesto originale quel testo è applicabile in generale al Re discendente di Davide, quindi a maggior ragione è applicabile a Gesù stesso il Messia Figlio di Davide.
Questo modo di usare e citare la bibbia era perfettamente accettabile in quel tempo e in quella cultura, quindi non possiamo imporre i nostri attuali standard a quegli scrittori, dobbiamo piuttosto capire il modo in cui essi si riferivano al testo delle scritture antiche.
In conclusione, tutti questi aspetti sono importanti quando leggiamo le nostre bibbie e facciamo un confronto tra nuovo testamento e antico testamento. Quando leggiamo e studiamo la bibbia non dobbiamo essere superficiali e frettolosi. Andando a fondo nello studio, esaminando il contesto, potremo comprendere perché proprio quel passo del vecchio testamento è stato utilizzato dall’autore. Infatti gli autori del nuovo testamento certamente davano per scontato che i lettori non solo conoscevano i testi citati a cui si faceva allusione, ma ne conoscessero anche il contesto. Potremmo trovarci davanti ad una citazione precisa, all’utilizzo di una traduzione, ad una parafrasi, ad un commento che include insieme diversi testi, insomma le possibilità sono davvero tante.
Grazie a Dio, ci sono studiosi che hanno già fatto anche gran parte del lavoro per noi e quindi possiamo usare degli ausili. A questo proposito, per chi conosce l’inglese ed è abituato a letture di taglio accademico, suggerisco l’ottimo libro che mi è capitato tra le mani diversi anni fa e che è diventato un punto di riferimento per me quando leggo la bibbia e, in particolare, mi trovo ad esaminare citazioni dell’antico testamento nel nuovo testamento: “Commentary on the new testament use of the old testament” dei due esperti studiosi Gregory Beale e Donald Carson. Per chi è interessato alla parte teorica in cui uno dei due autori, Beale, spiega i criteri utilizzati nel valutare le citazioni del vecchio testamento nel nuovo, suggerisco anche “Handbook of the new Testament Use of the Old Testament: Exegesis and Interpretation”. Ho scoperto che esistono anche in italiano editi da Claudiana in un set completo di tre libri dal nome “L’antico testamento nel Nuovo”, ma i libri in tialiano costano parecchio, quindi consiglio la versione inglese più economica per chi può accedervi.
Come sempre spero che questo video, seppur breve e incompleto, sia servito a qualcuno per avere maggiore chiarezza sulle citazioni del vecchio testamento nel nuovo.


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