Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura – 2Corinzi 5:17 – La Bibbia

Le varianti del nuovo testamento influenzano la teologia cristiana?

Video e/o audio (se presenti per questo articolo):

This entry is parte 4 di 13 in the series Affidabilità del Nuovo Testamento

In questa serie ci stiamo occupando di affidabilità del testo del nuovo testamento. Nei primi video di questa serie abbiamo spiegato i motivi per cui, come tutti gli studiosi di critica testuale confermano,  la maggioranza delle varianti sono irrilevanti e non impediscono di ricostruire la lettura originale del testo del nuovo testamento.

Nello scorso video abbiamo poi cominciato a occuparci di quei pochi testi problematici, quelli che non sono ancora stati risolti completamente attraverso la critica testuale o sui quali la critica testuale ha messo in evidenza possibili letture alternative.  

Avevo fatto notare la tesi di Ehrman nelle conclusioni del suo libro “Gesù non l’ha mai detto” quando afferma che “ in alcuni casi, dalla soluzione di un problema testuale dipende il significato stesso del messaggio”. E poi Ehrman aveva posto delle domande sollevate da alcune varianti. 

La prima delle sue domande era “Gesù andava in collera?” ed è la questione di cui ci siamo occupati nello scorso video parlando di Marco 1:41, uno dei testi che hanno almeno due possibili letture che possiamo trovare nelle varie traduzioni della bibbia. Avevamo però visto che  entrambe le letture porterebbero comunque ad un ritratto di Gesù coerente con il resto del nuovo testamento.

Oggi ci occupiamo velocemente di altre domande  poste da Ehrman nelle conclusioni del suo libro, legate ad altri testi specifici e vedremo che in tutti i  casi in cui ci siano delle varianti per le quali non è stata determinata in maniera univoca la lettura originale, le diverse sfumature provenienti dalle diverse varianti sono comunque coerenti  con il resto del nuovo testamento. Vedremo diversi esempi.

Il primo esempio è Giovanni 1:18. Lo leggo nella nuova riveduta: Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere.”

Leggo ora lo stesso brano nella nuova diodati:  “Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Figlio, che è nel seno del Padre, è colui che lo ha fatto conoscere.”

Avete notato? La nuova riveduta traduce “l’unigenito Dio”, mentre la nuova diodati e la CEI, ad esempio, traducono “l’unigenito Figlio”. 

Questo è il testo a cui Ehrman fa riferimento quando, nelle sue conclusioni , chiede: “Nel nuovo testamento Gesù viene davvero chiamato l’«unico Dio»?”. Notiamo che Ehrman utilizza Unico e non unigenito perché in effetti diversi studiosi di greco ritengono che la parola monogenes abbia proprio a che vedere con l’unico del suo tipo o l’unico del suo genere. Queste considerazioni però esulano dagli scopi di questo video e chi è interessato può approfondire per conto suo, infatti la variante di cui ci stiamo occupando ha a che vedere con la parola Dio piuttosto che la parola Figlio. Dio o Figlio? Come sempre, non essendo io un esperto, non posso dare un parere su quale sia la traduzione corretta e neanche mi interessa farlo! Ma ciò che invece vogliamo capire insieme è il motivo per cui ci sono queste differenze di traduzione e le eventuali implicazioni per la teologia cristiana, qualora ve ne fossero.

Chiaramente, come abbiamo capito dagli scorsi episodi,  ci troviamo di fronte a due letture che originano da due varianti per le quali non tutti gli studiosi concordano su quale sia la lettura originale, motivo per cui troviamo traduzioni differenti. Le due letture nell’originale variano per poche lettere infatti Dio è la parola greca Theos, mentre Figlio è la parola greca Uhios.

Bruce Metzger che è stato  Professore di Nuovo Testamento e Letteratura al Princeton Theological Seminary. e tra l’altro è stato mentore di Bart Ehrman, ha scritto un interessante  libro  “ A textual commentary on the Greek New testament”, che riporta le note del comitato di studiosi che avevano  curato la terza edizione del  testo in greco del nuovo testamento con apparato critico, prodotto dalla United Bible Societies. A proposito di Giovanni 1:18,  Metzger scrive che, con il ritrovamento di manoscritti antichi come P65 e P75, la lettura “Theos”, Dio, ha evidenze esterne molto forti rispetto alla traduzione “figlio” ed infatti è proprio Theos la variante che trovate nel suddetto nuovo testamento con apparato critico…

Tuttavia, come abbiamo detto,  molte  traduzioni continuano a riportare  la parola “Figlio”. E quindi?  Queste poche lettere di differenza hanno implicazioni sulla teologia cristiana e , quindi , sul nostro credo? 

Il fatto  che i cristiani credano nella divinità di Gesù dipende dalla traduzione di Giovanni 1:18? Certamente no! I cristiani credono nella divinità di Gesù anche quando nelle loro bibbie quel testo è tradotto come “Figlio”, infatti il loro credo si basa non su un versetto ma su tutto il capitolo 1 di Giovanni,  tutto il vangelo di Giovanni, e tutto il nuovo testamento nel suo insieme. Non è la traduzione di quel singolo versetto che fa la differenza in ciò che i cristiani credono intorno alla divinità di Gesù. 

Si pensi a tutto il brano di Giovanni 1 e al suo contesto. In quel capitolo è evidente che quando si parla dell’unicità di Gesù come Figlio non si sta parlando di un uomo come tutti gli altri, infatti si sta parlando di Colui che nel primo versetto  è chiamato la parola di Dio : “Nel principio era  la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio.” Nel vangelo di Giovanni Gesù viene chiamato Figlio di Dio numerose volte e, allo stesso modo, ci sono affermazioni che mettono in luce la sua divinità. Si pensi all’espressione di Tommaso in Giovanni 20:28 che di fronte a Gesù risorto esclama:  «Signor mio e Dio mio!».  Entrambe le letture, Dio e Figlio, sarebbero quindi confermate da altri passi giovannini ed entrambe, nel contesto di Giovanni, mettono in luce la sua divinità.  Le due letture “Figlio” o “Dio” in questo versetto non pongono alcun problema particolare per la teologia cristiana nel suo insieme. 

Voglio ora affrontare altre domande che Ehrman pone nelle conclusioni del suo libro “Gesù non l’ha mai detto”. La prima è: “Nel nuovo testamento si dice che lo stesso Figlio di Dio non sa quando verrà la fine di ogni cosa?” 

Questa domanda emerge da una variante di Matteo 24:36 che leggo nella nuova riveduta: «Ma quanto a quel giorno e a quell’ora nessuno li sa, neppure gli angeli del cielo, neppure il Figlio, ma il Padre solo. “

In alcuni manoscritti antichi non c’è la frase “neppure il Figlio”.  Ecco perché Ehrman si chiede se il figlio di Dio sappia o non sappia quando verrà la fine di ogni cosa. Ma è davvero rilevante in questo caso quale sia la lettura originale? Questo cambierebbe la nostra percezione di Gesù?  

Le limitazioni di Gesù nella sua incarnazione sono comunque note. Nella sua incarnazione Gesù ha svuotato se stesso prendendo forma umana, secondo Filippesi 2:6-8, e aveva delle limitazioni imposte dalla sua natura umana, infatti aveva fame e aveva sete, poteva essere ferito, poteva sanguinare e addirittura morire, ad esempio. Come uomo sulla terra,  nel suo ministero terreno Gesù non era indipendente ma dipendeva completamente dalla guida dello Spirito Santo come si legge in brani come Luca 4:1 o Matteo 12:28.  Come parte di questo svuotamento, mentre era sulla terra, Gesù dichiarò di avere delle momentanee limitazioni  anche nella conoscenza. D’altra parte nella sua preghiera in Giovanni 17:5, in vista della sua morte, egli guardava  alla risurrezione e pregava di essere glorificato della gloria che aveva prima che il mondo esistesse, a dimostrazione della sua preesistenza e del fatto che nella sua incarnazione le cose erano diverse. 

Tornando a Matteo 24:36, che quella frase sia presente oppure no negli originali di Matteo 24:36, non cambierebbe nulla. Infatti tutti sono concordi sul fatto che quelle medesime parole “neppure il figlio” sono presenti in Marco 13:32 sul quale non esistono dubbi testuali di alcun tipo: “Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno li sa, neppure gli angeli del cielo, neppure il Figlio, ma solo il Padre.”

Oltretutto il brano di Matteo 24:36, anche senza la frase “neppure il figlio”, dice che il Padre solo conosce quel giorno e quell’ora, quindi comunque non avremmo alcuna contraddizione con Marco 13:32.  Se le conosce solo il Padre, significa che non le conosce nessun altro.  La domanda di Ehrman su Matteo 24:36 è quindi piuttosto irrilevante.

Un’altra domanda che troviamo in quell’elenco di Ehrman è: “Gesù era sconvolto davanti alla morte?” Leggendo gli scritti di Ehrman ci si rende conto che egli ha una particolare interpretazione di tutta la lettera agli Ebrei che lo porta a pensare a un Gesù abbandonato da Dio, disperato, in cerca di una rivincita. In realtà l’interpretazione della lettera agli Ebrei nel suo insieme, da parte di Ehrman, è piuttosto bislacca e va al di là delle evidenze testuali come altri interpreti hanno fatto notare.  

Tra gli altri testi, Ehrman cita il testo della lettera agli Ebrei 2:9 che presenta una variante interessante. Nella nuova riveduta in Ebrei 2:9 leggiamo di: “Gesù, coronato di gloria e di onore a motivo della morte che ha sofferto, affinché, per la grazia di Dio, gustasse la morte per tutti.”  Ma c’è una variante di Ebrei 2:9 a cui Ehrman si riferisce nel suo libro che al posto dell’espressione “per la grazia di Dio”, avrebbe l’espressione “senza Dio”. Questa diversità emerge in una variante in cui  la parola “cariti”  diventa invece la parola “coris”.

Questa variante è certamente minoritaria, infatti la variante che viene tradotta “per la grazia di Dio”  si trova in modo consistente in molti manoscritti antichi. Tuttavia occorre riconoscere che l’altra variante “coris”, che porta all’espressione “senza Dio”, sebbene minoritaria è presente  in manoscritti del terzo secolo e nella patristica viene frequentemente citata, ad esempio da Origene o Ambrosio. Ma, come sempre, il punto che ci interessa comprendere è: in quale modo questa lettura influenzerebbe  la dottrina cristiana?

Ro 5:15, Ef 2:5, Gal 2:21 sono comunque altri testi del nuovo testamento che  connettono la morte di Gesù  con  la grazia di Dio. D’altra parte Matteo 27:46 e Marco 15:34 ci dicono che Gesù sulla croce gridò : “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” richiamando il testo del salmo 22 che mette proprio in evidenza la sofferenza fisica, psicologica e spirituale che avrebbe accompagnato il Cristo sulla croce. Mentre portava su di sé i peccati dell’umanità Gesù sperimentò l’abbandono del Padre, quindi si può ben dire che, pur essendo egli stesso Dio, nella sua incarnazione, nella sua umanità sperimentò la separazione da Dio. Quel grido non presenta un Gesù disperato che non sa ciò che lo aspetta,  ma un Gesù che, essendo vero uomo, sente su se stesso tutto il peso del peccato dell’uomo che porta alla separazione da Dio. Mai come in quel momento, la sua natura umana e la sua natura divina sono così distanti tra loro. Ma la stessa lettera agli Ebrei ci dice anche che quel grido di Gesù è stato ascoltato dal Padre, infatti in Ebrei 5:7 leggiamo: “ Nei giorni della sua carne, con alte grida e con lacrime egli offrì preghiere e suppliche a colui che poteva salvarlo dalla morte ed è stato esaudito per la sua pietà.”  Come è stato esaudito? La risposta a quel grido di dolore è  la risurrezione che dimostrò che Gesù non era solo vero uomo ma anche vero Dio, come poi i suoi discepoli capirono.  Come scrive l’apostolo Paolo all’inizio della lettera ai Romani,  Gesù  era nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, dichiarato Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità mediante la risurrezione dai morti.

Anche in questo caso, possiamo dire che entrambe le letture, quella che evidenzia la grazia di Dio e quella che evidenza la separazione da Dio nella morte di Gesù,  avrebbero comunque senso alla luce del resto del nuovo testamento. Pertanto qualunque sia l’originale di Ebrei 2:9 non influenzerebbe la teologia cristiana in modo determinante.

Quelli di cui vi ho parlato finora sono i passi che normalmente vengono considerati tra i più incerti a causa delle varianti, eppure abbiamo visto che neppure questi minacciano in alcun modo la teologia cristiana nel suo insieme.

Ma, i più informati sanno che esiste un’ultima categoria di testi del nuovo testamento che spesso sono segnalati, con onestà, nelle note di qualunque bibbia moderna. Sono davvero pochi ma sono piuttosto conosciuti. Si tratta di quei brani che mancano  nei più antichi manoscritti e per i quali, ogni evidenza porterebbe a pensare che non facevano parte del testo del nuovo testamento originale.  Se quei testi non fossero presenti nel nuovo testamento cosa cambierebbe? Ci sono pochissimi testi rilevanti di questo genere e li vedremo uno per uno nel prossimo video.

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