- Quale vangelo?
- Un unico messaggio
- Un grande pericolo
- Figli di Abraamo
- Sotto maledizione?
- Legge senza fede?
- Riscattati dalla maledizione
- Dio mantiene le promesse
- La legge e la vita
- Lo scopo della legge
- Siamo schiavi o figli?
- Rapporti incrinati
- Liberi in Cristo
- Quello che conta
- Camminate per lo Spirito
- Giudizio o aiuto?
- Seminare e raccogliere
- Nuove creature
Ditemi, voi che volete essere sotto la legge, non prestate ascolto alla legge? Infatti sta scritto che Abraamo ebbe due figli: uno dalla schiava e uno dalla donna libera; ma quello della schiava nacque secondo la carne, mentre quello della libera nacque in virtù della promessa. Queste cose hanno un senso allegorico; poiché queste donne sono due patti; uno, del monte Sinai, genera per la schiavitù, ed è Agar. Infatti Agar è il monte Sinai in Arabia e corrisponde alla Gerusalemme del tempo presente, che è schiava con i suoi figli. Ma la Gerusalemme di lassù è libera, ed è nostra madre. Infatti sta scritto:
«Rallègrati, sterile, che non partorivi!
Prorompi in grida, tu che non avevi provato le doglie del parto!
Poiché i figli dell’abbandonata saranno più numerosi
di quelli di colei che aveva marito».
Ora, fratelli, come Isacco, voi siete figli della promessa. E come allora colui che era nato secondo la carne perseguitava quello che era nato secondo lo Spirito, così succede anche ora. Ma che dice la Scrittura? «Caccia via la schiava e suo figlio; perché il figlio della schiava non sarà erede con il figlio della donna libera». Perciò, fratelli, noi non siamo figli della schiava, ma della donna libera. Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù.(Galati 4:21-5:1- La Bibbia)
Chi mi conosce sa che consiglio sempre di leggere la bibbia libro per libro e non solo qualche versetto preso a caso qua e là. Infatti questo ci aiuta ad avere una comprensione più completa ed evita che l’interpretazione di un singolo versetto magari fuori dal suo contesto ci porti a sviluppare idee sbagliate, spesso in contrapposizione con il resto delle scritture.
Paolo si trovava di fronte a persone la maggior parte delle quali proveniva da religioni che ignoravano il Dio creatore dei cieli e della terra rivelato nelle scritture, persone che non conoscevano nei dettagli le scritture dell’antico testamento. Proprio per questo motivo essi erano facile preda di individui che li stavano influenzando con insegnamenti basati sulla loro interpretazione parziale della legge. Per questo motivo in questo brano Paolo esordisce in maniera provocatoria dicendo “Ditemi, voi che volete essere sotto la legge, non prestate ascolto alla legge?” ovvero, in sostanza, voi che volete fare i maestri, siete sicuri di conoscere bene la materia? Siete sicuri che la legge dica proprio quello che costoro vi stanno insegnando? Ovviamente Paolo non voleva prendersi gioco dei Galati facendo semplice sfoggio della sua conoscenza, ma voleva farli riflettere affinché considerassero il messaggio delle scritture nel suo insieme. Così egli utilizzò il racconto inerente la nascita di Ismaele e di Isacco, che troviamo nella Genesi, come un’illustrazione di ciò che stava accadendo anche nel suo tempo.
Si noti che il “senso allegorico” a cui Paolo si riferisce non è quello dell’allegoria utilizzata nella patristica e in epoca medievale, in cui molto spesso i racconti biblici venivano utilizzati come pretesto per insegnare cose che non avevano nulla a che vedere con il senso originale dei testi utilizzati. Infatti, come dimostreremo, Paolo utilizza la narrativa della Genesi e il testo di Isaia applicandoli alla situazione dei Galati ma rimanendo comunque fedele al significato del testo originale. Si tratta quindi di un’applicazione legittima.
Entrando nei dettagli dell’illustrazione usata da Paolo, quando Abraamo aveva ricevuto la promessa di una discendenza numerosa, lui e sua moglie Sara avevano pensato di poter “aiutare”, per così dire, il Signore a mantenere la sua promessa. Siccome sembrava loro impossibile che Sara alla sua età potesse avere dei figli, Abraamo si era preso per moglie anche la serva di Sara, Agar, dalla quale aveva avuto un figlio chiamato Ismaele.
Ma il Signore non aveva gradito quella scelta, non accettò di farsi aiutare da Abraamo, Egli aveva fatto una promessa e l’avrebbe mantenuta. Dio non era in grado di agire in modo miracoloso affinché una donna di novant’anni potesse partorire? Non era abbastanza potente? Sara e Abraamo avrebbero avuto un altro figlio, Isacco che sarebbe stato colui attraverso il quale Dio avrebbe realizzato le sue promesse.
Così Abraamo aveva avuto un figlio dalla serva Agar, frutto della carne, ovvero del suo sforzo umano, e un figlio nato da Sara, la donna libera, frutto della promessa di Dio e del suo intervento miracoloso.
L’apostolo Paolo vide in questa storia che stava alle origini del popolo ebraico una figura di ciò che stava accadendo nel suo tempo. Infatti, i suoi connazionali, a cui egli si riferisce chiamandoli “la Gerusalemme del tempo presente”, stavano rifiutando il Messia, colui attraverso il quale tutte le promesse fatte ad Abraamo si realizzavano pienamente, colui che li avrebbe liberati dalla schiavitù, per rimanere legati al vecchio patto stipulato sul monte Sinai attraverso Mosè, rimanendo di fatto sotto la maledizione prevista dalla legge per la loro disubbidienza, e quindi ancora in schiavitù sotto i Romani, in attesa di un treno che era già passato.
Non è un caso che, a questo punto, l’apostolo Paolo citi il profeta Isaia il quale in Isaia 51:2 si era riferito alle origini di Israele proprio a partire da Abraamo e Sara come esempio dell’intervento miracoloso con cui avrebbe liberato Israele dalla schiavitù e dalla rovina a cui stava andando incontro (Is 51:3-52:12). Ma quella liberazione sarebbe passata attraverso il suo servo che avrebbe sofferto per i peccati del popolo (Is 52:13-Is 53:12). Non ci sono dubbi sul fatto che per l’apostolo Paolo quel servo sofferente non poteva che essere Gesù il Messia! La Gerusalemme libera a cui Paolo si riferisce è proprio quella prefigurata da Isaia che, liberata dal Messia come descritto in Isaia 53, viene paragonata ad una donna sterile che finalmente può partorire:
«Esulta, o sterile, tu che non partorivi!
Da’ in grida di gioia e rallègrati, tu che non provavi doglie di parto!
Poiché i figli dell’abbandonata saranno più numerosi
dei figli di colei che ha marito», dice il SIGNORE. (Isaia 54:1)
Paolo paragona quindi coloro che avevano creduto al Messia Gesù ai figli di questa Gerusalemme di lassù, ovvero di provenienza divina, nati da Dio attraverso l’opera dello Spirito Santo.
Per Paolo era evidente che, come nel passato Ismaele era stato allontanato insieme a sua madre Agar perché la convivenza sotto lo stesso tetto con Isacco e Sara si era fatta difficile (vedi Genesi 21:9-13), così le relazioni tra i discepoli di Gesù e i Giudei che non avevano ricevuto Gesù come Messia diventavano sempre più problematiche con questi ultimi che di fatto perseguitavano i cristiani e continuavano a insistere sulla necessità di essere circoncisi e di entrare a fare parte del popolo di Israele per essere salvati.
Paolo esorta quindi i credenti, ovvero i figli della Gerusalemme di origine divina, della donna libera, a non cedere alle imposizioni di costoro perché Cristo li aveva liberati perché rimanessero liberi, non per cadere di nuovo sotto il giogo della schiavitù!
Questa sezione ci dà un esempio del modo straordinario in cui Paolo utilizzava le scritture dell’antico testamento per portare avanti le sue argomentazioni. Per lui era chiaro che Isaia aveva parlato di Gesù e il rifiuto del Messia aveva conseguenze disastrose per i suoi connazionali Giudei. Era quindi importante che i Galati realizzassero bene ciò che Gesù aveva fatto per loro e rimanessero fermi affinché non si ritrovassero a fare due passi indietro credendo di farne uno in avanti. Anche noi possiamo correre questo pericolo, infatti se non realizziamo che siamo già liberi in Cristo, rischiamo di continuare a cercare la perfezione perseguendo pratiche, riti, insegnamenti che riteniamo più avanzati, nel tentativo di guadagnare qualcosa che invece Dio ci ha già donato in Gesù.


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