- Quale vangelo?
- Un unico messaggio
- Un grande pericolo
- Figli di Abraamo
- Sotto maledizione?
- Legge senza fede?
- Riscattati dalla maledizione
- Dio mantiene le promesse
- La legge e la vita
- Lo scopo della legge
- Siamo schiavi o figli?
- Rapporti incrinati
- Liberi in Cristo
- Quello che conta
- Camminate per lo Spirito
- Giudizio o aiuto?
- Seminare e raccogliere
- Nuove creature
Ma quando Cefa venne ad Antiochia, gli resistei in faccia perché era da condannare. Infatti, prima che fossero venuti alcuni da parte di Giacomo, egli mangiava con persone non giudaiche; ma quando quelli furono arrivati, cominciò a ritirarsi e a separarsi per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei si misero a simulare con lui; a tal punto che perfino Barnaba fu trascinato dalla loro ipocrisia. Ma quando vidi che non camminavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei giudeo, vivi alla maniera degli stranieri e non dei Giudei, come mai costringi gli stranieri a vivere come i Giudei?» Noi Giudei di nascita, non stranieri peccatori, sappiamo che l’uomo non è giustificato per le opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù, e abbiamo anche noi creduto in Cristo Gesù per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; perché dalle opere della legge nessuno sarà giustificato. Ma se nel cercare di essere giustificati in Cristo, siamo anche noi trovati peccatori, vuol dire che Cristo è un servitore del peccato? No di certo! Infatti se riedifico quello che ho demolito, mi dimostro trasgressore. Quanto a me, per mezzo della legge, sono morto alla legge affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me. Io non annullo la grazia di Dio; perché se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge, Cristo sarebbe dunque morto inutilmente.
(Galati 2:11-21 – La Bibbia)
Mangiare insieme a qualcuno implica ancora oggi una condivisione, una comunione, un’intimità particolare e nel mondo antico normalmente assumeva ancora più importanza. La legge di Mosè non vietava ai Giudei di mangiare con gli stranieri ma dobbiamo tenere presente che la società Giudaica del primo secolo in cui Pietro era cresciuto era stata fortemente influenzata dalle tradizioni farisaiche. Basti pensare che la parola “fariseo” deriva da una parola che significa “colui che è separato”. D’altra parte la setta dei farisei si era sviluppata proprio durante il regno degli Asmonei intorno al 150 a.c. per salvaguardare la cultura giudaica in un periodo in cui l’ellenismo stava prendendo il sopravvento. Le regole imposte dai farisei avevano perseguito il lodevole scopo di limitare tra i Giudei l’influenza della cultura greca pagana, preservando gli usi e costumi giudaici che si basavano sulla legge di Mosè. Ma, come spesso accade, per reagire ad un male si può rischiare di finire nel male opposto, infatti le regole farisaiche avevano portato i Giudei a limitare al minimo ogni contatto con i “gentili” che erano considerati i “peccatori” per eccellenza. In conseguenza di ciò un Giudeo non sarebbe mai entrato in casa di un gentile, e meno che mai si sarebbe seduto a tavola con uno di loro! Dal libro degli Atti sappiamo che Pietro (Cefa) era stato il primo a battezzare degli incirconcisi (si legga At 10) perché Dio gli aveva fatto comprendere in visione che non doveva avere paura di entrare in casa loro. Poi, attraverso l’azione dello Spirito Santo in loro, il Signore gli aveva confermato che agiva nei gentili nello stesso modo in cui agiva nei Giudei! Pietro era quindi stato uno dei primi a comprendere che Dio non aveva riguardi personali e accettava nel suo popolo allo stesso modo, ovvero per la sua grazia, sia Giudei (circoncisi) che gentili (incirconcisi). Per questo motivo aveva senso che Pietro non si fosse fatto nessun problema nel condividere il cibo con le persone non giudaiche della comunità di Antiochia in cui svolgevano un importante ruolo di insegnanti Paolo e Barnaba. Ma ad un certo punto arrivarono ad Antiochia delle persone che erano evidentemente ancora attaccate alla tradizione farisaica e quindi non avrebbero mai mangiato con un gentile. Questo non deve stupirci perché quando le tradizioni sono radicate, occorre tempo per modificarle e questo, se siamo abbastanza onesti da ammetterlo, accade spesso anche a noi stessi! Il fatto che venissero da parte di Giacomo non deve farci pensare che Giacomo condividesse ancora tali idee, d’altra parte Paolo stesso ci ha raccontato che già alcuni anni prima egli aveva incontrato Pietro e Giacomo i quali non avevano avuto nulla da ridire sul suo modo di operare tra i gentili (Ga 1:18-20). Ora, come abbiamo detto, senza dubbio Pietro aveva già maturato la convinzione che si potesse mangiare con i gentili, tuttavia in questo brano si comportò da ipocrita, una parola che ai tempi di Paolo ricordava gli attori di teatro che portavano una maschera per cambiare il proprio personaggio. Sostanzialmente Pietro non si stava separando dai gentili per convinzione ma perché recitava una parte per timore di essere disprezzato dai suoi fratelli Giudei che avevano una convinzione diversa. Purtroppo tale ipocrisia aveva trascinato anche gli altri Giudei presenti, incluso Barnaba. Quello che Pietro aveva sottovalutato era che quel comportamento ipocrita non era solo sbagliato ma era anche pericoloso per il messaggio fuorviante che mandava ai fratelli non Giudei. Comportandosi in quel modo, implicitamente, Pietro e gli altri stavano facendo capire ai loro fratelli gentili che se volevano avere piena comunione con loro, di fatto dovevano farsi circoncidere e diventare Giudei! Paolo aveva subito ravvisato il pericolo e aveva ricordato a Pietro che, come quest’ultimo ben sapeva, anche se la tradizione farisaica portava ad identificare i gentili come “peccatori”, ed in tal senso Paolo usa l’espressione “gentili peccatori” in modo provocatorio, gli stessi Pietro e Paolo pur essendo Giudei non erano stati giustificati davanti a Dio per le opere della legge e perché osservavano la tradizione farisaica ma perché avevano riposto la loro fede in Gesù Cristo proprio come avevano dovuto fare gli stranieri. In tal senso, essi si erano avvicinati a Dio proprio come avevano fatto in seguito gli stranieri, come peccatori che avevano bisogno della grazia di Dio! Lo stesso Pietro poco tempo dopo avrebbe riconosciuto questo durante la testimonianza resa a Gerusalemme proprio quando si sarebbe dibattuta la questione della circoncisione dei gentili: “Ma noi (Giudei) crediamo che siamo salvati mediante la grazia del Signore Gesù allo stesso modo di loro (gentili)” (At 15:11). A prima vista , se davanti a Dio anche i Giudei erano considerati peccatori alla stessa stregua dei gentili, poteva sembrare che, secondo il vangelo che Paolo predicava, l’opera di Gesù il Messia avesse peggiorato le cose invece di migliorarle! Il Messia era forse un “ministro di peccato” che invece di trasformare i gentili peccatori in Giudei trasformava i Giudei in gentili peccatori? “Niente affatto!” risponde Paolo, infatti il vero problema era un altro. La venuta di Gesù non aveva trasformato i Giudei in Gentili così come non aveva trasformato i Gentili in Giudei, ma aveva annunciato la pace con Dio agli uni e agli altri (Ef 2:17). Con la sua opera Gesù “di due popoli ne ha fatto uno solo” (Ef 2:14), abbattendo il muro di separazione che il legalismo farisaico aveva contribuito ad erigere attraverso il proprio modo di interpretare la legge (Ef 2:14-15). Se i Giudei sono salvati nello stesso modo in cui lo sono i gentili, non aveva senso per i gentili diventare Giudei dopo essere già stati salvati per grazia! Gesù accoglieva i peccatori nella sua grazia indipendentemente dal fatto che fossero Giudei o stranieri. Che senso avrebbe avuto costringere i “gentili peccatori salvati per grazia” a diventare “Giudei peccatori salvati per grazia”? Paolo considerava estremamente pericoloso il messaggio che Pietro e gli altri stavano inviando agli stranieri, proprio perché comportandosi in quel modo si ricostruiva il muro di separazione tra Giudei e stranieri che Gesù aveva abbattuto con la sua opera di salvezza. Questa sì che era una trasgressione, un vero e proprio disprezzo verso l’opera di Gesù il Messia! Inoltre, ricostruendo quel muro di separazione, si elevava la tradizione farisaica anche al di sopra delle legge di Mosè stessa. Infatti il fatto che la giustizia non si potesse ottenere per mezzo della legge non era certamente un’invenzione di Paolo né una novità introdotta da Gesù ma trovava le sue radici proprio nella legge di Mosè. Nessuno poteva essere giustificato se non per la grazia di Dio esercitando una genuina fede in Dio, la stessa fede che aveva caratterizzato il loro padre Abraamo! Più avanti nella lettera, ricordando l’esempio di Abraamo, Paolo dimostrerà che l’uomo veniva giustificato da Dio attraverso la fede e non per mezzo di opere e illustrerà lo scopo della legge che aveva avuto un ruolo fondamentale nella vita di Israele per spingere gli Israeliti a cercare una relazione con il Dio Altissimo, il Creatore dei Cieli e della terra, in un mondo sostanzialmente idolatra. Tuttavia egli ribadirà con forza il principio secondo cui il piano di Dio aveva sempre previsto che la salvezza fosse per grazia mediante la fede. Se non fosse stato così, allora Cristo sarebbe morto inutilmente. Ma Cristo non era morto inutilmente. Anzi Paolo dichiara che proprio attraverso la morte di Gesù la legge era stata soddisfatta pienamente. La legge stessa insegnava che la conseguenza del peccato è la morte, quindi il credente che si identificava con Cristo sulla croce, morendo con Lui per cominciare una nuova vita con Lui, era di fatto libero di servire Dio senza preoccuparsi più della condanna prevista dalla legge. Con la morte di Gesù la legge stessa era stata soddisfatta, il debito era stato pagato una volta per tutte. Ecco cosa intende Paolo con il gioco di parole “per mezzo della legge, sono morto alla legge affinché io viva per Dio”. A quel punto, utilizzando una delle sue frasi più famose, Paolo dichiara l’essenza del cristianesimo, una relazione con Gesù Cristo che di fatto trasformava la vita di ogni essere umano, sia esso Giudeo o straniero: “Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me”. Sì, la morte e la risurrezione di Gesù erano centrali nel rapporto di ogni essere umano con Dio e la trasformazione interiore che lo Spirito Santo provocava nella vita di ogni credente era ciò che contava davvero. Obbligando le persone a diventare Giudei tramite la circoncisione si faceva invece credere loro che fosse necessaria l’ubbidienza alla legge e alle regole farisaiche. A quel punto era come se Gesù il Messia fosse morto inutilmente! In sostanza il messaggio che stava arrivando agli stranieri era questo: “Anche se se avete ricevuto lo Spirito Santo senza essere circoncisi, questo non vi garantisce la salvezza e non basta per essere accettati pienamente nel popolo di Dio!” Questo messaggio era estremamente fuorviante. Il modo in cui Paolo ha raccontato l’episodio sembra implicare che Pietro e gli altri Giudei abbiano accettato la sua critica costruttiva. Dalla testimonianza di Pietro a Gerusalemme qualche anno dopo (At 15:6-11) troviamo conferma che Pietro aveva maturato la stessa convinzione di Paolo in proposito. Quale lezione impariamo da questo episodio? Questo dibattito sulla circoncisione sembra superato al giorno d’oggi, infatti è piuttosto raro incontrare oggi dei cristiani che pratichino la circoncisione per essere inclusi nel popolo di Dio, tuttavia il grande pericolo di sottovalutare l’efficacia dell’opera di Gesù Cristo per la nostra salvezza affiancando ad essa i nostri sforzi e le nostre tradizioni è più che mai presente nella cristianità in varie forme. Che il Signore ci guardi affinché noi stessi, come fece Pietro in quell’occasione ad Antiochia, non cadiamo nell’errore di lanciare messaggi sbagliati, impedendo quindi ad altri di appropriarsi della gioia della salvezza eterna che viene offerta gratuitamente dal Signore per grazia mediante la fede in Gesù Cristo.


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