Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura – 2Corinzi 5:17 – La Bibbia

Il proponimento di Dio

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This entry is part 32 of 56 in the series Lettera ai Romani
Però non è che la parola di Dio sia caduta a terra; infatti non tutti i discendenti d’Israele sono Israele; né per il fatto di essere stirpe d’Abraamo, sono tutti figli d’Abraamo; anzi: «È in Isacco che ti sarà riconosciuta una discendenza». Cioè, non i figli della carne sono figli di Dio; ma i figli della promessa sono considerati come discendenza. Infatti, questa è la parola della promessa: «In questo tempo verrò, e Sara avrà un figlio». Ma c’è di più! Anche a Rebecca avvenne la medesima cosa quand’ebbe concepito figli da un solo uomo, da Isacco nostro padre; poiché, prima che i gemelli fossero nati e che avessero fatto del bene o del male (affinché rimanesse fermo il proponimento di Dio, secondo elezione, che dipende non da opere, ma da colui che chiama), le fu detto:«Il maggiore servirà il minore»; com’è scritto:
«Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù».
(Romani 9:6-13 – La Bibbia)

Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Se Israele è il popolo che Dio ha scelto per essere luce delle nazioni, il popolo attraverso il quale sarebbe poi giunto il Messia che sarebbe stato di benedizione per tutti i popoli, come si spiega che proprio in Israele molti hanno rifiutato Gesù come Messia? Dio si è sbagliato nelle sue scelte? Le sue promesse nei confronti di Israele come popolo rimangono ancora valide? Dio ha cambiato idea e gli stranieri ora hanno preso il posto di Israele?

Paolo sapeva che i suoi destinatari avevano in mente queste e altre domande e sapeva anche che nella comunità di Roma questi temi avevano alimentato la tensione proprio tra gentili (appartenenti alle “genti” , ovvero stranieri) e Giudei. In questa sezione della lettera egli si occupa proprio di fare chiarezza su questi temi.

Nei versetti precedenti Paolo aveva espresso tutta la sua tristezza per la situazione del suo popolo Israele, infatti era evidente che molti Giudei avevano rifiutato di riconoscere Gesù come Messia di Israele.   Tuttavia egli precisa subito che questa situazione non cambia nulla nel piano di Dio, infatti afferma: “però non è che la parola di Dio sia caduta a terra”. 

La parola di Dio non è caduta a terra.  La preoccupazione principale di Paolo in questa sezione è proprio quella di fare comprendere che Dio non cambia idea ma ha un piano che prosegue e mantiene tutte le sue promesse. Non si tratta di una disquisizione di secondaria importanza ma è fondamentale  perché, se non fosse così, come potremmo ancora fidarci delle promesse di Dio?

Al tempo di Paolo (ma purtroppo accade anche ai nostri giorni) molti fraintendevano la scelta (ovvero elezione) di Israele come popolo di Dio per essere di benedizione verso tutti gli altri popoli (in particolare attraverso il Messia) confondendola con la salvezza eterna di ogni singolo israelita.   A questo proposito, già  nei capitoli iniziali della lettera Paolo aveva dimostrato che il vero Giudeo dal punto di vista spirituale era quello che discendeva non solo fisicamente da Abraamo ma quello che imitava anche la fede di Abraamo (Ro 4:12), infatti la vera circoncisione doveva essere quella del cuore (Ro 2:25-29). Ecco quindi perché Paolo usa la strana espressione: ” infatti non tutti i discendenti d’Israele sono Israele; né per il fatto di essere stirpe d’Abraamo, sono tutti figli d’Abraamo”.    In sostanza Paolo ribadisce che all’interno dell’Israele fisico (circoncisi nella carne), c’è  un sottoinsieme composto da tutti gli Israeliti che sono anche circoncisi nel cuore e quindi hanno un rapporto con Dio basato sulla fede.  Questi ultimi sono figli di Abraamo anche spiritualmente, un Israele “spirituale” all’interno dell’Israele “fisico”.

Per avvalorare la tesi secondo cui l’elezione di Israele come popolo è indipendente dall’elezione a salvezza di ogni singolo discendente di Giacobbe, ovvero che l’ingresso nel regno di Dio, nel mondo a venire, non può essere stabilito per diritto di nascita, Paolo, utilizzando degli esempi tratti dalle scritture dell’antico testamento, ricorda ai suoi interlocutori che già tra i discendenti di Abramo ed Isacco era avvenuta una selezione non basata sui diritti di nascita ma sul proponimento di Dio!

Ismaele ed Isacco erano figli  dello stesso padre Abraamo ed Ismaele era il primogenito, eppure Dio ha selezionato la linea genealogica di Isacco per realizzare le sue promesse di benedizione verso il mondo intero (vedi Ge 22:18). In quel caso Dio non aveva utilizzato criteri umani, ovvero la primogenitura, per elargire le sue benedizioni ma aveva scelto il figlio della promessa, ovvero il figlio che Abraamo e Sara avevano avuto nella loro tarda età in maniera miracolosa e non attraverso lo stratagemma umano di un accoppiamento tra Abramo ed una donna più giovane in età fertile, ovvero Agar, serva di Sara che poi aveva partorito Ismaele.

Qualcuno poteva obiettare che nel caso appena descritto la scelta di Dio fosse dovuta al fatto che Ismaele fosse nato da una donna diversa pur avendo lo stesso padre,  ma l’esempio di Giacobbe ed Esaù toglie ogni dubbio, infatti essi erano gemelli e quindi avevano i medesimi genitori ovvero Isacco e Rebecca. Anche in quel caso Dio scelse di portare avanti il suo piano senza rispettare la primogenitura naturale di Esaù (Ge 25:25) stabilendo che  il maggiore avrebbe servito il minore.

Ricapitolando, Abraamo e Sara avevano cercato di manipolare la promessa di Dio ma  Dio aveva scelto Isacco.  Poi nella generazione seguente, ben prima che Esaù rinunciasse alla propria primogenitura (Ge 25:32), il Signore nella sua onniscienza aveva già annunciato che “il maggiore avrebbe servito il minore”, togliendo ogni dubbio sul fatto che la scelta della linea di Giacobbe da parte di Dio non era legata né alle azioni  di Giacobbe che aveva ingannato suo padre (Ge 27:19),  né a quelle di Esaù che disprezzò la propria primogenitura, ma solo al proponimento di Dio che faceva le sue scelte in modo autonomo!

La frase finale “Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù”  conferma la determinazione di Dio nella sua scelta. Si tratta di una citazione di Malachia 1:2-3 che non deve portarci a false conclusioni. Infatti molti partono da questa affermazione per costruire teorie stravaganti sul modo in cui Dio si rapporterebbe con gli uomini, come se Egli fosse capriccioso e a priori avesse scelto chi odiare e chi amare ne senso di condannare e salvare, ma né il contesto di Romani né quello di Malachia suggeriscono che questo sia il senso. Infatti il contesto di Malachia indica proprio la scelta, ovvero la preferenza di Israele (Giacobbe) rispetto ad Edom (Esaù) come popolo e non è legato in alcun modo alla salvezza personale di ogni singolo Israelita o Edomita. Inoltre l’utilizzo dei verbi “odiare” e “amare” è da intendersi come in altri brani dell’antico testamento in cui i verbi esprimono proprio una preferenza all’interno di un insieme, non certo un malevolo disprezzo di uno a vantaggio dell’altro.  Ad esempio in Deuteronomio 21:15-16 si trova questi verbi in riferimento alla moglie preferita e a quella meno gradita in un matrimonio poligamico. Ovviamente l’odiata, quella meno gradita, è pur sempre una moglie che come tale doveva essere trattata e rispettata insieme ai propri figli. 

Il modo di agire di Dio nella storia esclude quindi che qualcuno possa credere di essere destinato ad avere un rapporto particolare con Dio per diritto di nascita, infatti Dio afferma la sua sovranità e stabilisce un principio chiaro: il suo piano, le sue scelte (questo è il senso della parola che sta dietro il termine “elezione”) non sono influenzate in alcun modo dai piani dell’uomo, dalle sue tradizioni, dalle sue azioni, in poche parole dalle opere dell’uomo.

Basandosi su questi principi Paolo non aveva dubbi sul fatto che la ribellione di molti Israeliti che avevano rifiutato il proprio Messia costituiva semplicemente l’ennesima selezione all’interno della medesima discendenza ma questo non impediva a Dio di realizzare il suo piano e di mantenere le sue promesse verso il popolo di Israele per amore di questo residuo fedele, come Paolo spiegherà nelle sezioni seguenti e come già era accaduto nella storia passata.

Per quanto ci riguarda, dovrebbe consolarci comprendere che Dio ha un suo proponimento, un suo piano che va avanti indipendentemente dalle opere dell’uomo.  Dio non si è  basato sugli stratagemmi di Abraamo e Sara o sulla presunta furbizia di Giacobbe per realizzare il proprio piano, e non salva gli uomini sulla base dell’appartenenza ad un popolo particolare. Dio è giusto e possiamo essere certi che le sue scelte esprimono la sua giustizia. Che Egli sia benedetto in eterno!

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