Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura – 2Corinzi 5:17 – La Bibbia

Vicini e lontani

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Questa voce fa parte 37 di 56 nella serie Lettera ai Romani
 Poiché non c’è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato. Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c’è chi lo annunci? E come annunceranno se non sono mandati? Com’è scritto: «Quanto sono belli i piedi di quelli che annunciano buone notizie!»
Ma non tutti hanno ubbidito alla buona notizia; Isaia infatti dice: «Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione?»  Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo. Ma io dico: forse non hanno udito? Anzi, la loro voce è andata per tutta la terra e le loro parole fino agli estremi confini del mondo. Allora dico: forse Israele non ha compreso? Mosè per primo dice: «Io vi renderò gelosi di una nazione che non è nazione; provocherò il vostro sdegno con una nazione senza intelligenza». Isaia poi osa affermare: «Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano; mi sono manifestato a quelli che non chiedevano di me». Ma riguardo a Israele afferma: «Tutto il giorno ho teso le mani verso un popolo disubbidiente e contestatore».
(Romani 10:12-21 – La Bibbia)

Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Non c’è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Quella che a noi può sembrare un’ovvietà, non lo era affatto per molti contemporanei dell’apostolo Paolo. Infatti proprio il fatto che non fosse richiesto agli stranieri di essere circoncisi diventando di fatto Giudei per entrare a fare parte del popolo di Dio,  era stato oggetto di discussione nella comunità cristiana nei primi anni dopo l’ascensione di Gesù (si legga a questo proposito Atti 15). In questa sezione l’apostolo Paolo chiarisce che la predicazione della buona notizia anche agli stranieri non costituiva una novità inaspettata ma era  già previsto nelle scritture dell’antico testamento!

Uno degli errori di molti in Israele, che portava ad un indurimento nei confronti della comunità che aveva riconosciuto Gesù come Messia, era stato proprio quello di promuovere un esclusivismo che non era mai stato nelle intenzioni di Dio quando aveva scelto Israele come suo popolo. Era infatti evidente che l’elezione di Israele aveva lo scopo di fare conoscere il Signore agli altri popoli, non quello di trasformare tutti gli altri popoli in Israeliti attraverso la conversione al Giudaismo.

Paolo aveva  compreso la necessità di predicare la buona notizia inerente Gesù anche a persone che non facevano parte di Israele rispettando le loro specificità. Anche gli stranieri potevano essere salvati invocando il nome di Gesù, il messia di Israele, senza entrare formalmente a fare parte di Israele, in accordo con le decisioni prese nell’incontro di Gerusalemme riportato in Atti 15

La tesi di Paolo è che l’antico testamento prevedesse già la conversione degli stranieri senza  che fosse loro richiesto di entrare a fare parte del popolo di Israele.

Quanto sono belli i piedi di quelli che annunciano buone notizie! Citando Is 52:7 l’apostolo Paolo evoca proprio l’intera sezione di Isaia 52-53 che parla della buona notizia inerente il Messia di Israele che avrebbe destato anche l’ammirazione delle altre nazioni:

 Il SIGNORE ha rivelato il suo braccio santo agli occhi di tutte le nazioni; tutte le estremità della terra vedranno la salvezza del nostro Dio. (Is 52:10)

molte saranno le nazioni di cui egli desterà l’ammirazione; i re chiuderanno la bocca davanti a lui, poiché vedranno quello che non era loro mai stato narrato, apprenderanno quello che non avevano udito. (Is 52:15)

L’apostolo Paolo deduce logicamente che affinché le nazioni potessero credere, come Isaia stesso aveva annunciato, era necessario che qualcuno fosse mandato ad annunciare la buona notizia anche a loro! E chi aveva mandato il Signore a  parlare del Messia alle nazioni se non il popolo di Israele?

Ma proprio  nel seguito di quel brano di Isaia, il profeta si rende conto del fatto che proprio in Israele non tutti avrebbero ascoltato la buona notizia, infatti si domanda:

Chi ha creduto a quello che abbiamo annunciato? (Is 53:1)

Se non tutti in Israele hanno ubbidito alla buona notizia,  certamente non possono parlarne agli stranieri. Fino a quel momento, anche se non avevano ricevuto la legge come Israele, gli stranieri avevano comunque “udito” la testimonianza della creazione come è scritto nel salmo 19 a cui Paolo si riferisce:

 I cieli raccontano la gloria di Dio e il firmamento annuncia l’opera delle sue mani. Un giorno rivolge parole all’altro, una notte comunica conoscenza all’altra. Non hanno favella, né parole; la loro voce non s’ode, ma il loro suono si diffonde per tutta la terra, i loro accenti giungono fino all’estremità del mondo. (Salmo 19:1-4)

La creazione aveva certamente fatto la sua parte, ma Israele stava facendo la propria? Stava adempiendo al proprio mandato? Era necessario che gli stranieri ascoltassero la parola di Cristo affinché potessero riporre la loro fede in Lui, ma come avrebbero potuto udire se Israele, il popolo che Dio aveva scelto, non avesse parlato loro del Messia?

Forse Israele non aveva compreso il suo compito? Forse non aveva compreso che la legge stessa prevedeva la conversione degli stranieri? Eppure Mosé stesso ne aveva parlato dicendo:

Essi mi hanno fatto ingelosire con ciò che non è Dio, mi hanno irritato con i loro idoli vani;
e io li renderò gelosi con gente che non è un popolo, li irriterò con una nazione stolta. (De 32:21)

Così come molti in Israele avevano fatto ingelosire Dio andando dietro a falsi idoli, così il Signore avrebbe causato la gelosia del suo popolo prendendosi per sé gente che non faceva parte del popolo, una nazione stolta, senza intelligenza, ovvero senza la legge di Dio che costituiva la sapienza e l’intelligenza di Israele (De 4:6).

Tutto questo era stato già previsto dal Signore e annunciato attraverso Mosè e trova poi conferma nelle parole di Isaia:

«Io sono stato ricercato da quelli che prima non chiedevano di me, sono stato trovato da quelli che prima non mi cercavano; ho detto: “Eccomi, eccomi” a una nazione che non portava il mio nome. Ho steso tutto il giorno le mani verso un popolo ribelle, che cammina per una via non buona, seguendo i propri pensieri; (Is 65:1-2)

Insomma quelli che erano lontani si erano avvicinati, e quelli che erano vicini si erano allontanati. Quelli che prima non conoscevano Dio e non se ne preoccupavano, avrebbero cercato e trovato il Signore che si sarebbe lasciato trovare. Al contrario, quelli verso cui il Signore aveva steso le mani si sarebbero comportati come un popolo ribelle.

Il Signore aveva quindi già previsto che sarebbe stato trovato da persone che fino a poco tempo prima ignoravano persino la sua esistenza, mentre il popolo a cui Lui si era rivelato in maniera speciale, lo avrebbe rifiutato.  Paolo dimostra quindi che quella situazione che a molti sembrava paradossale era parte integrante del piano di Dio rivelato ai loro padri. 

Stiamo però attenti a generalizzare, perché grazie al Signore una parte di Israele ha comunque risposto alla chiamata di Dio! Paolo e molti altri Giudei come lui hanno speso la loro vita affinché la buona notizia giungesse fino a noi che eravamo così lontani da Dio. Se ora siamo vicini al Signore lo dobbiamo anche alla fedeltà di quei figli di Abramo e alla loro comprensione del vero significato dell’elezione di Israele.

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