Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura – 2Corinzi 5:17 – La Bibbia

Vipere nel regno dei cieli?

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(Testo di riferimento: Matteo 3,1-12 –  La Bibbia)

In quei giorni venne Giovanni il battista, che predicava nel deserto della Giudea, e diceva:  «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino». (Matteo 3,1-2)

Il Regno dei cieli è vicino. Così predicava Giovanni il battista. Ma a cosa si riferiva? Cos’è il regno dei cieli e perché Giovanni sosteneva che fosse vicino?

Mentre il vangelo di Luca dedica qualche riga a spiegare chi era Giovanni il battista e chi erano i suoi genitori, l’evangelista Matteo ce lo mostra subito adulto e in azione.

Quest’uomo aveva le idee chiare su quale fosse il compito che Dio gli aveva dato. Sostanzialmente egli doveva preparare il popolo di Israele a incontrare il suo Messia.

Abbiamo già detto che il Messia doveva essere un Re discendente di Davide e una cosa è certa: se c’è un Re c’è anche un regno.

Spesso pensiamo al regno dei cieli come qualcosa di immateriale che si trova in un’altra dimensione. Ma gli Ebrei non avevano in mente un concetto simile quando usavano questa espressione.

Essi pensavano ad un regno molto concreto che si sarebbe manifestato nella loro terra in Israele attraverso il Messia. D’altra parte le profezie dell’antico testamento parlavano di quel tipo di regno. Inoltre dobbiamo tenere presente che gli Ebrei utilizzavano spesso la parola “cieli” come un eufemismo al posto della parola “Dio”. Questo, tra l’altro lo facciamo anche noi quando usiamo espressioni come “Grazie al cielo!”

Così il regno dei cieli è in effetti il regno di Colui che risiede nei cieli, ovvero in una dimensione normalmente invisibile all’uomo. Naturalmente si tratta di Dio stesso. Ecco perché nei vangeli trovate a volte regno dei cieli e a volte regno di Dio.

Chi avesse dei dubbi può prendere semplicemente il testo di Matteo 19:23-24 dove Gesù stesso, nei testi originali, nel versetto 23 parla di regno dei cieli e nel versetto 24 usa l’espressione regno di Dio. I traduttori moderni, ad esempio nella versione Nuova Riveduta che normalmente utilizzo, traducono regno dei cieli anche nel versetto 24, non permettendo quindi di cogliere questo aspetto, mentre in traduzioni antiche più letterali, come la Diodati, troverete “regno di Dio” nel versetto 24. I due concetti sono interscambiabili quindi entrambe le versioni vanno bene. Leggendo Matteo 19:23-24 ci si rende conto che Gesù non cambia argomento ma parla della stessa cosa chiamandolo regno dei cieli e poi regno di Dio.

Sostanzialmente, quindi, Giovanni preparava le persone al regno che Dio avrebbe stabilito attraverso il Messia che loro aspettavano e si riferiva a quel regno come “regno dei cieli”. Il regno dei cieli era vicino perché Giovanni sapeva che il Messia Gesù era già in mezzo a loro e stava per manifestarsi!

In che modo Giovanni stava preparando le persone? Lo capiamo dal suo nome. Egli veniva chiamato Giovanni “il battezzatore”, ovvero Giovanni, “colui che immerge”, perché la parola traslitterata “battesimo” andrebbe tradotta nella lingua italiana come “immersione”.

Ma perché quest’uomo immergeva le persone in acqua? Che significato aveva quel gesto?

Sostanzialmente l’acqua era un simbolo che da sempre gli Ebrei associavano alla purificazione. Di fatto la legge e la tradizione ebraica conoscevano già diversi tipi di immersioni e abluzioni in acqua. La particolarità di questa immersione è che veniva fatta per rappresentare la propria purificazione, il proprio ravvedimento in vista del regno dei cieli, in vista dell’incontro con il Re dei Re, il Messia.

Di lui parlò infatti il profeta Isaia quando disse:
«Voce di uno che grida nel deserto:
“Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri
“». (Matteo 3,3)

Matteo cita un brano di Isaia 40, un brano molto conosciuto tra gli Ebrei, un brano di speranza, di perdono, di guarigione per la nazione di Israele dopo gli orrori dell’esilio. Dopo l’esilio a Babilonia Dio stesso avrebbe salvato e confortato il suo popolo e questo doveva essere annunciato dai suoi araldi.

In effetti dopo l’esilio a Babilonia era ricominciata la ricostruzione, era stato rimesso in piedi il tempio e Dio era tornato in mezzo al suo popolo, ma rimanevano ancora degli adempimenti delle profezie di Isaia che solo il Messia poteva realizzare completamente. Il popolo era sotto i Romani e aspettava una liberazione. Sostanzialmente Matteo ci dice che Giovanni stava facendo proprio l’araldo del Messia annunciando che Dio stava per ristabilire il suo regno.

Tornano in mente anche le parole di Isaia 52:7 che introducono il Messia e il regno di Dio in questo modo: “Quanto sono belli, sui monti, i piedi del messaggero di buone notizie, che annuncia la pace, che è araldo di notizie liete, che annuncia la salvezza, che dice a Sion:«Il tuo Dio regna!»”

Preparare la via del Signore, raddrizzare i suoi sentieri sono espressioni che indicano un pentimento, un ritorno a Dio. Non era un concetto nuovo. Da sempre, prima e dopo l’esilio, i profeti avevano insistito sulla necessità di tornare a Dio affinché Dio tornasse al suo popolo.

Dal ritorno dall’esilio a Babilonia fino alla nascita di Gesù, Israele non era mai tornato veramente libero. Dopo i Babilonesi e i Medi-Persiani erano arrivati i Greci e poi c’era stata la spartizione tra i quattro generali di Alessandro Magno e i loro discendenti che per lungo tempo avevano trasformato tutta quella zona in un teatro per le loro lotte di potere. Infine erano arrivati i Romani. Aveva quindi senso pensare che quella salvezza che in qualche modo era cominciata dopo l’esilio, doveva adempiersi in modo completo attraverso il regno del Messia.

Giovanni parlava proprio di questo. Stava risvegliando la speranza di Israele, preparandoli a incontrare il loro Dio.

Giovanni aveva uno strano aspetto e strane abitudini.

Giovanni aveva un vestito di pelo di cammello e una cintura di cuoio intorno ai fianchi; e si cibava di cavallette e di miele selvatico.  (Matteo 3,4)

Attraverso questa descrizione, era facile per i suoi contemporanei cogliere similitudini con un altro famoso profeta della storia di Israele, Elia. Non è un caso che Matteo faccia questa descrizione infatti, nel proseguire la lettura del vangelo, vedremo che Giovanni ed Elia erano in qualche modo connessi e anche Gesù farà riferimento a questa connessione facendo riferimento ad una profezia di Malachia. Vedremo questo aspetto quando arriveremo al capitolo 11 di Matteo.

Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutto il paese intorno al Giordano accorrevano a lui; ed erano battezzati da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. (Matteo 3,5-6)

Il successo iniziale di Giovanni non stupisce. Leggendo il profeta Daniele, e in particolare i capitoli 2 e 7, molti avevano compreso che il Regno eterno del Messia doveva a un certo punto insediarsi nella storia prevaricando tutti i regni precedenti stabiliti dagli uomini. Così, al solo annuncio che finalmente il regno dei cieli era vicino e il Messia stava dunque per venire, molti erano ben contenti di prepararsi, confessando i propri peccati e sottoponendosi a quell’immersione nell’acqua del fiume Giordano che idealmente rappresentava proprio la purificazione dai loro peccati e il loro impegno a iniziare una nuova vita.

Ma Giovanni sapeva che non tutti erano sinceri in ciò che stavano facendo:

Ma vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire l’ira futura? Fate dunque dei frutti degni del ravvedimento. Non pensate di dire dentro di voi: “Abbiamo per padre Abraamo”; perché io vi dico che da queste pietre Dio può far sorgere dei figli ad Abraamo. Ormai la scure è posta alla radice degli alberi; ogni albero dunque che non fa buon frutto, viene tagliato e gettato nel fuoco. (Matteo 3,7-10)

Razza di vipere. Non è certo un complimento. Ma perché Giovanni era così duro con quelle persone? Molti di noi oggi direbbero: “Ma che problema c’è? L’importante è che si stavano facendo battezzare! Perché sgridarli in quel modo?”

Per Giovanni il battesimo aveva un senso solo se era accompagnato da un vero cambiamento. Questo era sempre stato un punto sul quale avevano sempre insistito tutti i profeti, a partire da Mosè: la circoncisione del cuore è più importante di quella fisica… Spieghiamolo in modo diverso per comprendere meglio: le manifestazioni religiose esteriori hanno senso solo se sono espressione di qualcosa che avviene nell’interiore.

Giovanni non condivideva l’agenda politica e religiosa della classe dirigente giudaica di cui la maggioranza degli esponenti più importanti erano proprio farisei e sadducei. Molti di loro avevano sviluppato un senso di superiorità verso le altre persone appartenenti al proprio popolo e ancora più verso gli stranieri. Molti di loro inoltre amavano i soldi e il potere più di tutto il resto. Questo sentirsi migliori e sentirsi a posto con Dio non favoriva certamente un vero ravvedimento di cui invece avevano un grande bisogno come gli altri se non più degli altri.

Giovanni sapeva bene che l’essere discendenti di Abraamo era motivo di vanto per molti di loro, come se quella discendenza fisica, quell’appartenenza ad un gruppo speciale, fosse sufficiente ad assicurare loro un posto nel regno di Dio. Giovanni li mise in guardia sul fatto che quella discendenza fisica non sarebbe contata nulla se essi avessero continuato a sentirsi a posto con Dio senza prepararsi seriamente ad incontrare il Messia. Essere figli di Abraamo non era certamente un loro merito, perché Dio avrebbe potuto ricavare una discendenza di Abraamo anche dalle pietre! A questo proposito è interessante notare che nel nuovo testamento Paolo, in Romani 4 e in Galati 3 ad esempio, si riferì anche agli stranieri che avevano fede in Gesù come discendenza di Abraamo. In sostanza la discendenza dal punto di vista spirituale era più importante di una discendenza fisica, un concetto che per quei farisei e sadducei era certamente difficile da digerire.

Giovanni ci aveva visto molto bene. Infatti l’incontro con il Messia sarebbe stato molto problematico per quella classe religiosa, come si vedrà nel resto del vangelo. Molti di loro si comportarono davvero da serpenti velenosi nei confronti di Gesù.

Ma con coraggio Giovanni li aveva avvertiti: il giudizio di Dio non li avrebbe risparmiati anche se erano discendenza fisica di Abraamo. Se non ci fosse stato un cambiamento in loro essi non avrebbero avuto un posto nel regno di Dio ma sarebbero stati come alberi che non danno frutto, quindi inutili e pronti per essere usati solo per scaldarsi, ovvero gettati nel fuoco.

Giovanni chiarì ancora meglio il suo punto di vista nell’ultima parte del brano:

Io vi battezzo con acqua, in vista del ravvedimento; ma colui che viene dopo di me è più forte di me, e io non sono degno di portargli i calzari; egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e con il fuoco. Egli ha il suo ventilabro in mano, ripulirà interamente la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con fuoco inestinguibile».   (Matteo 3,11-12)

Ovviamente Giovanni si stava riferendo al Messia, ovvero a Gesù. Il battesimo in acqua di Giovanni era solo preparatorio per prepararsi a incontrare il Messia, colui del quale Giovanni non si riteneva neanche degno di essere servitore, portandogli le scarpe.

Ma quella preparazione andava fatta bene. Se essi non si preparavano a incontrare il Messia, essi non sarebbero stati pronti per ricevere lo Spirito Santo attraverso il Messia.

Giovanni Battista ricordò ai suoi interlocutori che il Messia, secondo la profezia di Malachia 3,1-3, quando fosse venuto avrebbe anche giudicato il suo popolo proprio a partire dalla classe sacerdotale:

“Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore, che voi cercate; l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, ecco viene, dice il Signore degli eserciti. Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai.  Siederà per fondere e purificare; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’oblazione secondo giustizia. (Malachia 3,2-3) 

Il Messia avrebbe purificato il suo popolo come il fuoco affina i metalli preziosi e il sapone toglie via le impurità. Solo se il messia avesse fatto quest’opera in loro, essi avrebbero potuto davvero entrare nel regno di Dio.

Ma, come Giovanni aveva intuito, le premesse non erano buone e la restante parte del vangelo ci mostrerà una classe dirigente giudaica che non aveva alcuna intenzione di farsi purificare dal Signore. E, usando il linguaggio vivido di Giovanni, se quelle vipere non si lasciavano purificare dal loro veleno, non sarebbero sfuggite all’ira di Dio. Non c’era spazio per i serpenti velenosi nel regno dei cieli.

Come abbiamo già detto, la classe dirigente in Israele non si preparò a incontrare il Messia, approcciò in maniera superficiale il messaggio di Giovanni e il suo battesimo e, di conseguenza, non furono pronti a riporre la loro fiducia in Gesù.

L’ultima immagine usata da Giovanni è molto significativa. Giovanni stava seminando, ma Gesù era quello che sarebbe venuto per raccogliere. Quando Gesù avrebbe raccolto in Israele, solo il grano sarebbe rimasto mentre la pula sarebbe stata bruciata. Quella classe dirigente rischiava proprio di non essere grano ma pula.

In conclusione, Giovanni stava preparando il popolo ad incontrare il Messia ma alcuni, soprattutto nella classe dirigente, non si stavano preparando in modo adeguato. Il risultato di questa superficialità lo vedremo nel resto del vangelo, ma possiamo già anticipare che non porterà nulla di buono.

Volendo fare un’applicazione alla situazione attuale, in un certo senso, un messaggio analogo vale anche per noi oggi in vista della seconda venuta del Messia, in vista del suo ritorno, indipendentemente dal fatto che siamo Giudei o stranieri. Il Messia è già venuto, ha già inaugurato il suo regno come vedremo nel resto del vangelo, e ha già fatto un’opera meravigliosa per la salvezza di tutti gli uomini. Ma come ci stiamo preparando al suo ritorno? Come ci stiamo preparando a entrare nella pienezza del regno di Dio? Alcuni non se ne preoccupano proprio, altri hanno un approccio superficiale pensando che in un modo o nell’altro se la caveranno.

Io preferisco avere la certezza di entrare nel regno dei cieli, una certezza che posso avere solo se ripongo la mia fiducia in Gesù, nella sua persona e nella sua opera, e mi lascio trasformare da Lui attraverso il Suo Spirito Santo. Voi, fate pure la vostra scelta.

Vangelo di Matteo

Gesù e quelle strane profezie Gesù fa le cose per bene!

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