Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura – 2Corinzi 5:17 – La Bibbia

Perdonare non è facile ma è necessario

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This entry is parte 44 di 65 in the series Vangelo di Matteo

(Testo di riferimento: Matteo 18,15-35 – La Bibbia)

Quanto è importante il perdono? Quante volte dobbiamo perdonare chi ci offende? Cosa insegnò Gesù a questo riguardo? Ne parliamo in questo episodio 44 della serie sul vangelo di Matteo.

Nel capitolo 18 di Matteo troviamo la quarta raccolta di insegnamenti di Gesù, il quarto discorso, come spesso viene chiamato, nel vangelo di Matteo.

In esso troviamo insegnamenti volti a regolare i rapporti tra le persone, soprattutto all’interno della comunità di discepoli.

 «Se tuo fratello ha peccato contro di te, va’ e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello; ma, se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni. Se rifiuta d’ascoltarli, dillo alla chiesa; e, se rifiuta d’ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano.  (Matteo 18, 15-17)

Nella vita può capitare di offendere qualcuno, così come può capitare che altri si comportino male verso di noi, pecchino contro di noi, per usare il termine che Gesù usa qui.

Quando questo avviene, se poi non c’è un riavvicinamento, una riconciliazione, se la parte offesa non è disposta a perdonare e la parte che ha offeso non è disposta a riconoscere ciò che ha fatto, ci sono sempre dei problemi. Come ognuno di noi ha sperimentato nella propria vita, questo può portare a relazioni rovinate in modo irrimediabile.

In questi pochi versetti Gesù spiegò in modo molto semplice ai suoi discepoli il fatto che dovevano essere proattivi nell’evitare l’incancrenire di certe situazioni, tentando di recuperare un fratello che ha peccato contro di loro. Dovevano quindi mostrarsi disposti al perdono, con l’obiettivo di guadagnare il fratello, ovvero di recuperare la relazione che si era incrinata.

Gesù invita ad essere sensati, cercando innanzitutto di parlarsi a quattrocchi per cercare un chiarimento. Solo se ciò non è sufficiente, occorrerà farlo di fronte a testimoni e infine in modo ufficiale rivolgendosi alla comunità. Qui il termine “fratello” e il termine “chiesa”, ovvero comunità, assemblea, potrebbe portare gli uomini moderni a pensare solo ad un ambito religioso, ma non dimentichiamo che Gesù aveva in mente un contesto giudaico. In quel contesto era usuale riferirsi agli altri come fratelli, visto che erano tutti figli di Israele, ed era usuale considerare la società come una comunità di fratelli. Gesù si riferiva dunque alla necessità di recarsi davanti agli anziani e ai notabili del paese che avrebbero aiutato a dirimere la controversia. In tal caso era necessario portare anche dei testimoni come normalmente si faceva in un processo.

Ora, è chiaro che in un modo o nell’altro la controversia sarebbe stata risolta a favore dell’uno o dell’altro. L’offensore, per legge, avrebbe dovuto sottostare alla decisione comunitaria, tuttavia cosa ne sarebbe stato di quella relazione?

L’esperienza ci insegna che quando due parti arrivano di fronte ad una corte per stabilire chi ha ragione, la relazione tra i due potrebbe essere già abbastanza compromessa.

L’offensore, non riconoscendo il torto fatto, si sarebbe comunque irrigidito nei confronti di chi lo aveva denunciato. E a quel punto cosa sarebbe accaduto? I due probabilmente non si sarebbero più parlati, le cose non sarebbero state più come prima.

A quel punto l’offeso cosa avrebbe potuto fare? Vista la rigidità dell’altro, non avrebbe potuto fare altro che considerarlo come un pagano o un pubblicano, il che, in soldoni, significava non avere più nulla a che fare con lui. Insomma, ognuno avrebbe preso la sua strada.

Spesso le vicende umane finiscono così. Ma questo è il finale che Gesù si aspettava? Sarebbe stata davvero una vittoria? No, in quel caso avrebbero perso semplicemente entrambi perché la relazione diventava praticamente irrecuperabile.

Ecco perché, era particolarmente importante evitare a tutti i costi di finire a quell’ultimo stadio della relazione. La lezione era chiara: occorre fare il possibile per cercare la riconciliazione con chiunque ci offenda, sempre e comunque, perché quando non c’è riconciliazione, quando non c’è disposizione a perdonare da una parte e disposizione a riconoscere i propri torti dall’altra, alla fine perdono tutti.

Certo, il fratello che le aveva tentate tutte per riconciliarsi, non doveva avere rancore nei confronti dell’altro e non avrebbe neanche dovuto rimproverarsi nulla davanti a Dio, tuttavia non poteva essere davvero felice per il risultato ottenuto.

Quelle due persone, di fatto, non sarebbero più state davvero libere l’una nei confronti dell’altra, ma sarebbero rimaste legate, schiave dei propri pensieri verso l’altro. Se si fossero incontrate, probabilmente si sarebbero evitate. Insomma la relazione era rovinata.

Anche se l’esortazione di Gesù, come abbiamo detto, poteva aver senso in generale nella comunità giudaica, comprendiamo che egli aveva particolarmente a cuore le relazioni all’interno della sua comunità di discepoli. Gesù voleva che i suoi discepoli non arrivassero mai a deteriorare in quel modo le loro relazioni. Infatti proseguì in questo modo:

Io vi dico in verità che tutte le cose che legherete sulla terra, saranno legate nel cielo; e tutte le cose che scioglierete sulla terra, saranno sciolte nel cielo.  (Matteo 18:18)

Teniamo sempre presente il contesto di cui abbiamo parlato prima, ovvero relazioni rovinate perché una o entrambe le parti hanno rifiutato la riconciliazione. Quando si giunge ad una riconciliazione e al perdono, entrambi sono liberi, ma quando ciò non avviene, magari uno dei due rimane disponibile, ma l’altro no e comunque c’è una barriera, un legame che non si spezza.

Legare e sciogliere sono termini che abbiamo trovato nel capitolo 16 in un contesto in cui Gesù dichiarava che la sua chiesa, ovvero la sua comunità di discepoli, aveva autorità nei confronti del mondo delle tenebre. Secondo il linguaggio che troviamo nel nuovo testamento, gli esseri umani sono sotto il dominio delle tenebre, di Satana, del peccato, ma il messaggio del vangelo è un messaggio liberatorio. Gli esseri umani possono essere liberati da quei legami proprio attraverso il vangelo, e secondo Matteo 16, le potenze delle tenebre non avrebbero potuto prevalere, non avrebbero avuto alcuna possibilità di vittoria sulla comunità dei discepoli di Gesù.

Però, quando non c’è riconciliazione, come abbiamo detto, ci troviamo di fronte ad una situazione in cui una relazione è rovinata e non c’è vera libertà. Ora se una delle due parti o entrambe le parti non hanno una relazione con Dio, non stupisce più di tanto che le cose siano andate così; il mondo è pieno di situazioni di questo genere. Ma, se le due persone sono discepoli di Gesù, la situazione è particolarmente penosa, perché in qualche modo una delle due parti, o tutte e due le parti, hanno permesso, diciamo così, alle tenebre di fare capolino nella loro vita, incrinando i rapporti.

E allora non ci stupisce che Gesù utilizzi in questo contesto di controversia irrisolta proprio i termini legare e sciogliere che riconducono al contesto di Matteo 16, ad una battaglia spirituale. Se il problema non viene risolto sulla terra, il problema rimane anche nel cielo, nel mondo spirituale, nel mondo invisibile, ovvero anche il legame spirituale non è risolto. Sostanzialmente si permette al nemico, al diavolo, di avere ancora influenza su di noi. Al contrario, se il problema viene risolto sulla terra, allora anche il legame spirituale è sciolto e Satana, l’accusatore, non ha nulla di cui possa accusarci di fronte a Dio.

Potremmo essere tentati di sminuire le nostre controversie con persone che condividono la nostra stessa fede e potremmo essere tentati di sminuire la nostra mancanza di disposizione al perdono, ma, se siamo onesti, dobbiamo invece ammettere che le parole di Gesù sono vere. Infatti, se nella mia vita sono rimasti conti in sospeso con dei fratelli perché magari non ho proprio fatto di tutto per risolvere le controversie, se rivedessi quelle persone, sarei libero di comportarmi normalmente o ci sarebbe ancora su di me il peso di una mancata riconciliazione, la spiacevole sensazione di essere legato?

Gesù ha dato una grande autorità ai suoi discepoli nei confronti del mondo spirituale. Essi avrebbero avuto tutto ciò che occorreva per liberare gli esseri umani attraverso il vangelo e avrebbero prevalso sulle forze delle tenebre. Tuttavia, quale tristezza sarebbe stata se uno di loro, volontariamente, per la sua caparbietà, si fosse intestardito nel non cercare la riconciliazione? Beh, ci sarebbe stato proprio un legame spirituale non risolto che avrebbe comunque portato problemi.

Ma Gesù ha ancora una volta la ci soluzione. Infatti, non dovrebbe mai essere necessario arrivare fino a quel punto.

E in verità vi dico anche: se due di voi sulla terra si accordano a domandare una cosa qualsiasi, quella sarà loro concessa dal Padre mio che è nei cieli. Poiché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».(Matteo 18,19-20)

Niente è irrecuperabile davvero. Se infatti due persone trovano un accordo davanti a Dio, confessando le proprie debolezze l’uno all’altro, e cercando insieme di risolvere il problema sorto tra di loro, il Signore li guiderà nel trovare una soluzione. Se i discepoli di Gesù si incontrano nel suo nome, alla sua presenza, se c’è un sincero desiderio di riconciliarsi e stare insieme, la soluzione, con l’aiuto di Dio, si troverà. Gesù stesso garantisce la sua presenza in mezzo a loro. Si noti che qui Gesù sta anche cominciando a gettare le basi per ciò che sarebbe stato il futuro dei suoi discepoli, quando, dopo la sua resurrezione, essi avrebbero realizzato la sua divinità. Essi infatti si sarebbero riuniti nel suo nome, ovvero onorando la sua persona, ed egli avrebbe garantito la sua presenza. Insomma quando essi avrebbero pregato, egli stesso sarebbe stato in mezzo a loro.

A quel punto, Pietro aveva capito che lo scopo della strada tracciata da Gesù non era certamente quello di arrivare al punto di trattare un fratello come un pagano o un pubblicano, ma arrivare piuttosto ad accordarsi e a perdonarsi a vicenda. Avendo capito quanto Gesù ci tenesse al perdono e alla riconciliazione tra fratelli, si fece avanti convinto di poter fare bella figura con il maestro.

 Allora Pietro si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?»  E Gesù a lui: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. (Matteo 18, 21-22)

Il perdono è sempre stato un elemento fondamentale nella religione giudaica e i rabbini incoraggiavano a perdonare anche fino a tre volte la medesima offesa, il che era già piuttosto impegnativo. Pietro pensava quindi di fare un figurone proponendo di arrivare fino a sette volte, il numero della perfezione. Ma a quel punto Gesù uso un’espressione iperbolica, volutamente esagerata, settanta volte sette, per fargli capire che la disposizione al perdono doveva essere sostanzialmente illimitata.

Poteva sembrare decisamente troppo, ma Gesù prevenne ogni obiezione spiegando con una parabola il motivo per cui era necessario che fosse così.

Perciò il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Avendo cominciato a fare i conti, gli fu presentato uno che era debitore di diecimila talenti. E poiché quello non aveva i mezzi per pagare, il suo signore comandò che fosse venduto lui con la moglie e i figli e tutto quanto aveva, e che il debito fosse pagato. Perciò il servo, gettatosi a terra, gli si prostrò davanti, dicendo: “Abbi pazienza con me e ti pagherò tutto”.  Il signore di quel servo, mosso a compassione, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Ma quel servo, uscito, trovò uno dei suoi conservi che gli doveva cento denari; e, afferratolo, lo strangolava, dicendo: “Paga quello che devi!” Perciò il conservo, gettatosi a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me, e ti pagherò”. Ma l’altro non volle; anzi andò e lo fece imprigionare, finché avesse pagato il debito. I suoi conservi, veduto il fatto, ne furono molto rattristati e andarono a riferire al loro signore tutto l’accaduto. Allora il suo signore lo chiamò a sé e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito, perché tu me ne supplicasti; non dovevi anche tu aver pietà del tuo conservo, come io ho avuto pietà di te?” E il suo signore, adirato, lo diede in mano degli aguzzini fino a quando non avesse pagato tutto quello che gli doveva. Così vi farà anche il Padre mio celeste, se ognuno di voi non perdona di cuore al proprio fratello». (Matteo 18,23-35)

La parabola è piuttosto semplice da comprendere. Nella prima parte viene illustrato il caso di un servo che aveva un debito enorme con il suo Re. Gesù utilizzò volutamente un esempio esagerato, non poteva essere un caso reale, infatti diecimila talenti era una cifra davvero enorme per quel tempo. Ma Gesù utilizzò una cifra di quel genere, paragonabile oggi a migliaia di miliardi, proprio perché la parabola potesse fare più effetto. All’epoca, se uno non poteva pagare i debiti, il rischio concreto era quello di finire in schiavitù con tuta la famiglia. In quel caso, oltretutto, quella cifra era talmente alta che non ci sarebbe stata nessuna possibilità di ripagare il debito e riscattarsi da quella schiavitù. Quindi, quando il servo implorò il Re di avere pazienza con lui perché avrebbe ripagato tutto, il re sapeva bene che sarebbe stato impossibile. Ma quel re fu mosso a compassione e condonò il debito. Fin qui, la storia ci mostra quindi la grandezza della misericordia di quel Re, disposto a condonare un debito enorme.

Cosa imparò quel servo dalla misericodia ricevuta? Nulla, purtroppo. Infatti nella seconda parte troviamo quel medesimo servo che non è disposto a condonare una cifra molto, molto, ma molto più bassa ad un altro conservo. Ed è proprio questo atteggiamento, questa mancanza di misericordia, che lo riporterà nella condizione iniziale, indebitato fino al collo con il Re senza possibilità di ripagare il proprio debito.

La lezione finale di Gesù era chiara. Nella parabola quel servo viene fuori come uno stolto che non ha imparato nulla dalla lezione di misericordia impartita dal suo padrone e il risultato è che si trova ancora una volta indebitato con il padrone.

Quel servo avrebbe dimostrato di essersi appropriato della misericordia del Re solo mostrandosi a sua volta misericordioso. Ma, siccome ciò non era avvenuto, in effetti dimostrò di non aver capito davvero quale grande grazia aveva ricevuto, dimostrò di aver disprezzato la misericordia del Re.

La frase finale di Gesù “Così vi farà anche il Padre mio celeste, se ognuno di voi non perdona di cuore al proprio fratello”, può suonare come una minaccia ma deve essere piuttosto un’incitamento a non prendere nemmeno in considerazione la possibilità di non perdonare un fratello, perché chi si comportasse in quel modo dimostrerebbe di non aver davvero realizzato ciò che il Re ha fatto nei suoi confronti, sostanzialmente disprezzerebbe la grazia di Dio, comportandosi come se tutto gli fosse dovuto. E chi disprezza la grazia, non riceve grazia.

I discepoli dovevano capire che davanti a Dio nessuno può accampare meriti ma ogni essere umano può ricevere il perdono di Dio solo perché Dio è misericordioso. Se realizziamo quale grande debito ci è stato condonato, allora realizziamo che è davvero poca cosa qualunque debito possiamo condonare noi. Pietro pensava di fare qualcosa di eroico perdonando sette volte, ma di fronte all’infinita misericordia di Dio, era qualcosa di davvero trascurabile.

Nella nostra vita, tutti abbiamo sperimentato che non è sempre facile essere disposti al perdono e alla riconciliazione, e in alcuni casi può essere particolarmente difficile. Probabilmente, tutti abbiamo sbagliato più volte in questo campo. Ma sono sicuro che, se abbiamo fatto un po’ di esperienza con Gesù, man mano che gli anni passano, man mano che apprezziamo la misericordia di Dio nei nostri confronti, realizziamo anche che è una strada assolutamente necessaria da percorrere, perché camminando con Colui che è infinitamente misericordioso, siamo trasformati e impariamo anche noi ad essere misericordiosi. Nel perdonare l’altro, non liberiamo solo lui, ma anche noi stessi. D’altra parte, come qualcuno ha detto: “Perdonare è liberare un prigioniero e scoprire che quel prigioniero eri tu”.

Grazie a tutti. Alla prossima

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