Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura – 2Corinzi 5:17 – La Bibbia

Gesù o Barabba?

Video e/o audio (se presenti per questo articolo):

This entry is part 60 of 65 in the series Vangelo di Matteo

(Testo di riferimento: Matteo 27,11-31 – La Bibbia)

Lo scorso episodio si era concluso con Gesù che era stato consegnato al governatore Pilato il quale si apprestava ad interrogarlo. Come vedremo, Pilato tentò senza successo di offrire a Gesù una via d’uscita, convinto che i capi dei sacerdoti glielo avessero consegnato solo per questioni religiose, ma la folla istigata dai capi del popolo scelse Barabba. A Pilato non restò che consegnare Gesù perché fosse crocifisso.

Ricordo che, qualche tempo fa ho realizzato un video in cui ho analizzato la credibilità dal punto di vista storico di questo confronto tra Pilato e Gesù. Chi è interessato può guardarlo cliccando sul link in alto alla vostra destra.

Detto questo, addentriamoci in questo episodio 60 della serie sul vangelo di Matteo.

Gesù comparve davanti al governatore e il governatore lo interrogò, dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?» Gesù gli disse: «Tu lo dici». E, accusato dai capi dei sacerdoti e dagli anziani, non rispose nulla. Allora Pilato gli disse: «Non senti quante cose testimoniano contro di te?» Ma egli non gli rispose neppure una parola; e il governatore se ne meravigliava molto. (Matteo 27,11-14)

Perché Pilato chiese a Gesù se era il Re dei Giudei? La cosa non appare chiarissima nel vangelo di Matteo che ci parla semplicemente di accuse generiche dei capi dei sacerdoti e degli anziani. Tuttavia, ci viene in aiuto il vangelo di Luca 23:2 in cui è riportata l’accusa con cui lo avevano presentato a Pilato:

E cominciarono ad accusarlo, dicendo: «Abbiamo trovato quest’uomo che sovvertiva la nostra nazione, istigava a non pagare i tributi a Cesare e diceva di essere lui il Cristo re». (Lc 23:2)

Pilato non avrebbe applicato la pena di morte per questioni religiose di poco conto e i giudei lo sapevano bene. Dovevano quindi accusarlo con argomentazioni politiche. Roma non vedeva bene chi se ne andava in giro a dire di essere un Re e soprattutto istigava a non pagare le tasse. Anche se non c’era evidenza che Gesù stesse organizzando una rivolta, si trattava comunque di un’accusa che Pilato, nella sua posizione, doveva prendere sul serio.

Per questo motivo la conversazione tra PIlato e Gesù ruotò intorno a questo concetto: «Sei tu il re dei Giudei?»

Sappiamo che Gesù non aveva mai istigato nessuno a non pagare le tasse, ma di fronte a questa domanda diretta sul suo essere re dei Giudei, come era accaduto di fronte al sommo sacerdote, Gesù non poteva fare altro che confermare: «Tu lo dici».

Tuttavia, è evidente che Gesù non fosse il Re che Pilato si aspettava. Pilato era un politico navigato e certamente sapeva riconoscere un rivoltoso. Gesù non aveva l’atteggiamento di un rivoltoso, non minacciava, non rispondeva alle numerose accuse, non tentava nemmeno di argomentare in sua difesa, anzi rimaneva muto di fronte alle ulteriori domande di Pilato.

Possiamo dire che Gesù aveva scelto la strada tracciata dal profeta Isaia 53:7 : “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la bocca. Come l’agnello condotto al mattatoio, come la pecora muta davanti a chi la tosa, egli non aprì la bocca.”

Pilato ne rimase meravigliato. Qualcosa non tornava… Quel Gesù tutto sembrava fuorché una minaccia politica per Roma. Pilato capì che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato più per invidia, probabilmente legata e questioni inerenti la religione, che per reali motivazioni politiche. Cercò allora un modo per liberarlo senza inimicarsi le autorità giudaiche.

Ogni festa di Pasqua il governatore era solito liberare un carcerato, quello che la folla voleva. Avevano allora un noto carcerato, di nome Barabba. Essendo dunque radunati, Pilato domandò loro: «Chi volete che vi liberi, Barabba o Gesù detto Cristo?» Perché egli sapeva che glielo avevano consegnato per invidia. (Matteo 27,15-18)

Da politico navigato qual era, Pilato pensò che avrebbe potuto liberare Gesù approfittando della consuetudine secondo cui ad ogni festa di Pasqua liberava un carcerato. Nel video di cui vi ho parlato all’inizio, e di cui ancora potete cliccare il link qui in alto alla vostra destra, discuto anche della credibilità dal punto di vista storico di questa usanza di Pilato.

Come dicevamo, Pilato aveva compreso che gli avevano consegnato Gesù per invidia, non perché costituisse una minaccia politica concreta per Roma. È abbastanza ovvio che Pilato non credesse che Gesù fosse davvero un Re, ma allo stesso tempo egli pensava che la folla ne avrebbe gradito la liberazione se, facendo leva sul loro sentimento nazionalistico,  lo avesse presentato proprio come “Gesù detto Cristo”, quindi proprio come il loro presunto Re Messia. Avrebbero forse permesso che il loro Re fosse condannato? Chi avrebbero scelto? Gesù o Barabba?

 Mentre egli sedeva in tribunale, la moglie gli mandò a dire: «Non aver nulla a che fare con quel giusto, perché oggi ho sofferto molto in sogno per causa sua».  (Matteo 27,19)

Probabilmente la moglie di Pilato aveva sentito in precedenza parlare di Gesù e in qualche modo era rimasta attratta da quella figura, al punto da fare dei sogni a suo riguardo. Ovviamente non possiamo dirlo con certezza, ma sembra quasi che Dio stesso stesse dando a Pilato la possibilità di riflettere ancora sulle sue azioni. Pilato era già perplesso per conto suo sulla possibilità di condannare Gesù, quindi questa ambasciata da parte di sua moglie dovette renderlo ancora più perplesso. A maggior ragione voleva liberare Gesù, ma la risposta della folla non fu quella che Pilato si aspettava.

Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. E il governatore si rivolse di nuovo a loro, dicendo: «Quale dei due volete che vi liberi?» E quelli dissero: «Barabba». E Pilato a loro: «Che farò dunque di Gesù detto Cristo?» Tutti risposero: «Sia crocifisso». Ma egli riprese: «Che male ha fatto?» Ma quelli sempre più gridavano: «Sia crocifisso». 

I capi dei sacerdoti spinsero la folla a chiedere la liberazione dell’altro carcerato, Barabba, uno che aveva commesso un omicidio durante una rivolta secondo Marco 15:7. Fu una scelta che denota una linea precisa da parte dei capi dei Giudei: un criminale come Barabba sarebbe stato più utile nella lotta contro l’invasore romano piuttosto che Gesù, uno che diceva di essere il Messia, il Re dei Giudei, eppure non stava facendo  apparentemente nulla di utile per liberare Israele.

Teniamo presente che quando parliamo di folla, non dobbiamo pensare che ci fosse tutto il popolo di Gerusalemme lì presente quella mattina. Ovviamente c’erano soprattutto persone che erano vicine alla classe dirigente che aveva arrestato Gesù. Non dobbiamo quindi pensare che quella mattina ci fossero lì le medesime persone che avevano accolto Gesù festosamente al suo ingresso in Gerusalemme. Faccio questa precisazione per fare comprendere che ovviamente Gesù aveva spaccato in due l’opinione pubblica. Probabilmente coloro che volevano vederlo morto erano solo una minoranza istigata dai capi del popolo, tuttavia non sarebbe certamente stato facile per gli altri opporsi ai capi. Come abbiamo visto, persino i più stretti discepoli di Gesù avevano avuto paura e lo avevano abbandonato. Probabilmente i suoi discepoli non erano in mezzo a quella folla, ma si erano tenuti a distanza, timorosi, lasciando il campo ai fedelissimi della classe dirigente.

«Che farò dunque di Gesù detto Cristo?». Pilato provò ancora a fare leva sul sentimento nazionalistico ma la risposta della folla non tardò ad arrivare: «Sia crocifisso». Nemmeno un politico senza scrupoli come Pilato si sarebbe aspettato una reazione del genere da parte della folla al punto che, quasi incredulo domandò:«Ma che male ha fatto?» Ma essi gridarono più forte che mai: «Sia crocifisso»

Pilato, come tutti i politici che cercano consenso, non poteva fare altro che accondiscendere al desiderio della folla; di certo non voleva che si sollevasse un tumulto:

Pilato, vedendo che non otteneva nulla, ma che si sollevava un tumulto, prese dell’acqua e si lavò le mani in presenza della folla, dicendo: «Io sono innocente del sangue di questo giusto; pensateci voi». (Matteo 27,24)

Non facciamoci ingannare da questa scena. Molti scettici hanno criticato i vangeli dicendo che Pilato viene rappresentato in modo poco realistico, perché sembra quasi un buono nel suo tentativo di liberare Gesù e il suo gesto di lavarsi le mani sembra confermarlo. Da quanto abbiamo appena letto, però, egli sembra solo un abile politico che, sceglie di fare ciò che gli conviene. Un tumulto non gli fa comodo ed è disposto a sacrificare la vita di un innocente pur di salvare la sua posizione, e questo non è un gesto da “buono”. Il gesto di lavarsi le mani per dichiarare la propria estraneità non era una pratica romana ma una pratica giudaica basata su deuteronomio 21:7. Pilato non aveva mai dimostrato grande simpatia per la cultura giudaica, pertanto questo gesto non era da lui… Molti studiosi pensano piuttosto che questo fu un gesto di scherno nei confronti dei giudei attraverso una parodia delle loro usanze. Pilato sapeva che le motivazioni di coloro che glielo avevano consegnato erano poco pulite. Con quel gesto stava mandando un segnale alle autorità giudaiche per dire loro: “Io so che è innocente e non è pericoloso per Roma, e lo sapete anche voi. Quindi in sostanza vi sto solo facendo un favore e mi siete debitori.”

E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». (Matteo 27,25)

Una folla istigata da poche persone senza scrupoli può fare scelte davvero sciagurate. Si sentivano sicuri al punto da invocare su di sé e sui propri figli eventuali conseguenze di una scelta sbagliata! Ringraziamo il Signore perché egli non è certamente vincolato dalle parole che noi uomini pronunciamo spesso con tanta leggerezza. Dio nella sua misericordia non avrebbe certamente fatto ricadere le conseguenze delle loro colpe sui loro figli, perché ognuno avrebbe pagato per il proprio peccato.

Tuttavia, si può osservare che la scelta di condannare Gesù avrebbe avuto comunque delle conseguenze nei decenni successivi. Lo abbiamo visto nei capitoli precedenti quando Gesù aveva annunciato l’imminente distruzione del tempio e un periodo di grande sofferenza per il popolo, e quando aveva pianto sulla città di Gerusalemme preannunciando che lo avrebbero rivisto solo quando lo avrebbero riconosciuto e benedetto come “colui che viene nel nome del Signore“.

La generazione seguente non avrebbe pagato per gli errori dei propri padri, ma purtroppo, ancora istigata dai capi del popolo, avrebbe perseguito la medesima strada, continuando a perseguitare i discepoli di Gesù fino al triste epilogo del 70 d.c., quando la città di Gerusalemme venne distrutta. In effetti nei decenni che seguirono la morte di Gesù, l’opinione pubblica in Gerusalemme fu ancora divisa nei confronti di Gesù e dei suoi discepoli. Ci furono tante conversioni di persone che si unirono ai discepoli ma anche tanti che li disprezzavano. I capi del popolo avrebbero perseguitato anche i discepoli di Gesù e questo avrebbe causato una spaccatura profonda in Israele tra coloro che avevano riconosciuto Gesù come Messia e coloro che non lo avevano fatto, spaccatura mai del tutto risanata.

Allora egli liberò loro Barabba; e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Allora i soldati del governatore portarono Gesù nel pretorio e radunarono attorno a lui tutta la coorte. E, spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto; intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra e, inginocchiandosi davanti a lui, lo schernivano, dicendo: «Salve, re dei Giudei!» E gli sputavano addosso, prendevano la canna e gli percotevano il capo. E, dopo averlo schernito, lo spogliarono del manto e lo rivestirono dei suoi abiti; poi lo condussero via per crocifiggerlo. (Matteo 27,26-31)

Di fronte a tanta determinazione, a Pilato non rimase che consegnare Gesù affinché fosse crocifisso, dopo averlo fatto flagellare. Si noti che dopo essere stato disprezzato dalla folla di giudei presenti, Gesù venne anche disprezzato dai Romani che si presero gioco di lui, sputandogli addosso e percuotendolo, dopo avergli messo una corona di spine e avendolo coperto con un mantello scarlatto. Il Re dei Giudei, il Messia, il discendente di Davide, che doveva regnare per sempre, era sempre stato nell’immaginario giudaico un uomo forte e vittorioso. Anche per questo i soldati romani avevano provato particolare gusto nell’umiliare Gesù. Le corone di spine, gli sputi, le percosse, le frasi per schernirlo erano tutte connesse a quell’appellativo di “Re dei Giudei”.   Era un modo per sottolineare la forza di Roma ed evidenziare che fine facevano coloro che vi si opponevano.

Questa scena ci dimostra ancora una volta che Pilato fu tutt’altro che buono con Gesù, infatti non impedì che tutto questo avvenisse. D’altra parte noi sappiamo che Gesù stava per dare la sua vita per i peccati di tutti gli uomini, siano essi giudei o gentili, pertanto è molto significativo che tutti, giudei o gentili, in un modo o nell’altro, quel giorno ebbero la loro parte nella sua condanna a morte.

Le cose stavano andando proprio come Gesù aveva detto. Gesù o Barabba? Quel giorno la folla aveva fatto la propria scelta. Avevano scelto di liberare un uomo colpevole, un criminale, perché poteva essere più utile alla causa giudaica di un uomo innocente ma apparentemente inutile come Gesù. Essi non sapevano che quella scelta politica aveva dei risvolti teologici.  Infatti si può ben dire che quel giorno Gesù morì al posto di Barabba, un innocente al posto di un colpevole.  A pensarci bene, quello scambio particolare fu in fondo figura di uno scambio ben più ampio, infatti Gesù come rappresentante del popolo, proprio come  loro Re, stava prendendo su di sé non solo la condanna di Barabba ma quella che spettava a tutto il popolo per il proprio peccato, proprio come era stato anticipato ancora in Isaia:

Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità;
il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti. (Is 53:5)

Sembra incredibile ma quel giorno, i capi dei sacerdoti, la folla, Pilato, i soldati romani, tutti loro contribuirono inconsapevolmente a realizzare il piano di Dio per la salvezza di Israele e del resto dell’umanità. Loro pensavano di toglierlo di mezzo ma, in realtà, era Gesù che si stava offrendo per la loro e per la nostra redenzione.

Ringraziamo il Signore perché quel giorno Gesù scelse di non rispondere a quelle accuse e, per amore nei confronti dell’umanità, nonostante fosse davvero il Re dei Giudei, il Messia, lasciò che gli uomini facessero di lui ciò che volevano. Se noi oggi possiamo avere una relazione con Dio ed essere perdonati dei nostri peccati, lo dobbiamo solo a quel Re che accettò di farsi uccidere non solo al posto di un criminale come Barabba, ma al posto di ognuno di noi.

Grazie a tutti. Alla prossima

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