Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura – 2Corinzi 5:17 – La Bibbia

Gesù fa le cose per bene!

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This entry is parte 6 di 65 in the series Vangelo di Matteo

(Testo di riferimento: Matteo 3,13-4:11 –  La Bibbia)

 In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?». (Matteo 3,13-14)

Giovanni battezzava le persone con un’immersione in acqua che rappresentava la purificazione dei loro peccati in seguito al loro ravvedimento. Che bisogno aveva allora Gesù di farsi battezzare da Giovanni? Aveva qualcosa da farsi perdonare? Aveva qualcosa di cui ravvedersi?

In questo sesto episodio della serie sul vangelo di Matteo prendiamo confidenza con un concetto molto importante per comprendere Gesù, ovvero l’identificazione di Gesù con il suo popolo, il Messia come rappresentante del suo popolo.

Gesù non aveva peccato e quindi non aveva bisogno di ravvedersi e di essere battezzato da Giovanni. Inoltre Gesù era il Messia, Colui in vista del quale Giovanni stava battezzando. Giovanni sapeva quindi di trovarsi davanti qualcuno più grande di Lui.

Giovanni sapeva che lui stesso e le persone che aveva battezzato avevano bisogno di andare da Gesù per sperimentare, attraverso lo Spirito Santo, un’unione con Dio ancora più profonda in vista del regno di Dio. D’altra parte Gesù era il Messia, era il Re di quel Regno dei cieli di cui Giovanni parlava.

Tuttavia, Gesù rispose in modo molto chiaro all’obiezione di Giovanni, al punto che quest’ultimo dovette acconsentire al suo battesimo:

Ma Gesù gli disse: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia». Allora Giovanni acconsentì.  (Matteo 3,15)

“Dobbiamo fare in questo modo per adempiere ogni giustizia”. Ovvero, parafrasando le parole di Gesù:”caro Giovanni dobbiamo fare le cose per bene, nel modo giusto.”

Perché Gesù considerava giusto farsi battezzare? Perché lo considerava parte integrante della sua missione? Benché nella sua divinità Gesù fosse senza peccato, nella sua perfetta umanità il Messia doveva identificarsi pienamente con il suo popolo perché il Re è il rappresentante di tutto il popolo davanti a Dio. A pensarci bene, questo gesto prefigurava quell’identificazione completa di Gesù con il suo popolo che raggiungerà il suo culmine sulla croce, quando egli porterà davanti a Dio i peccati del popolo. Quel battesimo era quindi un gesto molto significativo che venne sottolineato dagli eventi che lo accompagnarono:

Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». (Matteo 3,15-16)

“Questo è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”. Ogni Israelita sapeva che, secondo quanto descritto nell’antico testamento, Dio considerava il popolo di Israele come suo figlio (vedi Es 4:22-23). Infatti Israele non era una nazione come le altre ma era una nazione che Dio stesso aveva creato a partire dalla famiglia di Abraamo, Isacco e poi Giacobbe ai quali aveva fatto delle promesse precise. Dio aveva fatto crescere quella famiglia in Egitto facendola diventare una nazione e poi l’aveva liberata dalla schiavitù per condurla nella terra che aveva promesso ai loro padri.

Ma qui la voce dal cielo si riferisce al “Figlio di Dio” come una persona specifica, Gesù, confermandolo quindi come Messia rappresentante del popolo. Ma, considerando la natura divina di Gesù fin dalla sua nascita, noi sappiamo che quell’espressione “Figlio di Dio” indicava qualcosa di ancora più profondo che le persone non erano ancora pronte a comprendere.

Vista la sua natura, lo Spirito aveva sempre accompagnato Gesù nella sua vita, ma la discesa dello Spirito su di Lui subito dopo il battesimo era particolarmente simbolica perché da quel momento la missione di Gesù entrava nel vivo con il suo ministero pubblico. Come confermato da Luca 3:23, Gesù aveva circa trent’anni quando cominciò ad insegnare e fino a quel momento aveva probabilmente svolto il suo lavoro di falegname in Nazaret, come apprendiamo da Marco 6:3. Ma da quel giorno, Gesù, il Figlio di Dio, attraverso la guida dello Spirito Santo e la potenza del Padre, avrebbe mostrato molti segni che avrebbero indicato alla gente Chi Lui fosse davvero.

Nel momento in cui il Figlio di Dio-Messia si identifica con il Figlio di Dio- popolo, entrando quindi nel vivo della sua missione, viene messo alla prova, proprio come Israele fu messo alla prova nel deserto. Ma i risultati della prova furono ben diversi.

Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame.  (Matteo 4,1-2)

Lo Spirito stesso condussee Gesù nel deserto per essere tentato. Perché? Perché era necessario. Prima di addentrarsi nel suo ministero pubblico, era giusto e logico che Gesù fosse messo alla prova. Il modo in cui Gesù resistette alla tentazione del diavolo mette in evidenza la sua specificità come Figlio di Dio e come rappresentante speciale non sono del popolo di Israele ma dell’intera razza umana.

Ogni essere umano da Adamo in poi è caratterizzato dal peccato e anche il Figlio di Dio-popolo, ai tempi di Mosè, era caduto nel deserto proprio a causa del suo peccato e della sua ribellione. Ma il Figlio di Dio-Messia, pur essendo pienamente umano, è anche pienamente divino e lo dimostrò in modo inequivocabile anche nel suo modo unico di superare la prova.

Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, di’ che questi sassi diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto:
Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». (Matteo 4,3-4)

Dopo quaranta giorni e quaranta notti di digiuno, qualunque essere umano si troverebbe allo stremo delle forze. Comprendiamo quindi che il tentatore stava offrendo qualcosa a cui sarebbe quasi impossibile resistere.

Gesù citò un brano di Deuteronomio 8:3 per rispondere a Satana. Sì, egli aveva fame ma confidava in Dio, sapendo che sarebbe bastata una sua parola per fargli avere cibo in abbondanza.


Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche:
Non tentare il Signore Dio tuo». (Matteo 4, 5-7)

Anche il diavolo conosce le scritture e citò il salmo 91:11-12. Certamente le parole di quel salmo erano vere e gli angeli sarebbero venuti in soccorso del Figlio di Dio se egli si fosse trovato nel bisogno. Ma sarebbe stato sbagliato mettersi appositamente in condizione di pericolo per costringere Dio ad agire, sarebbe stato un “tentare Dio” cercando di forzargli la mano. Anche in questo caso Gesù citò un brano di Deuteronomio 91:11-12.

Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse:  «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai». Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto:
Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto». (Matteo 4,8-10)

Il diavolo presentò se stesso come se potesse disporre a suo piacimento dei regni di questo mondo. Presentò se stesso proprio come se avesse un potere paragonabile a quello di Dio. Addirittura chiese a Gesù di prostrarsi davanti a lui e di adorarlo. Ma egli stava mentendo. Sebbene Dio gli abbia lasciato una certa libertà di agire in questo mondo, sebbene gran parte degli abitanti di questo mondo implicitamente lo riconoscono come sovrano, egli rimane comunque un impostore.

Gesù non aveva certamente bisogno del permesso del diavolo per stabilire il proprio Regno eterno! Citando ancora Deuteronomio 6:13-14 che impone di adorare e di rendere un culto solo al Signore, Gesù intimò a Satana di andarsene.

Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano. (Matteo 4,11)

Tutti i brani citati da Gesù appartengono al libro del Deuteronomio. Richiamano quindi alla mente la storia di Israele, il figlio che Dio aveva liberato dalla schiavitù in Egitto. Ma il figlio di Dio Israele nel deserto, in quegli anni riassunti nel libro del Deuteronomio, era caduto molte volte nella tentazione. Quando il popolo aveva avuto fame e sete si era lamentato con Mosè e aveva mormorato contro il Signore non dimostrando di avere fiducia; essi avevano tentato Dio molte volte per forzarlo ad agire; durante quegli anni nel deserto essi erano stati idolatri rendendo il loro culto ad altri dèi, anche se il Signore li aveva liberati dall’Egitto.

Ma il Figlio di Dio-Messia è rimasto in piedi di fronte al diavolo. Gesù si è identificato con il suo popolo nel battesimo e, come il popolo, ha affrontato la prova nel deserto, ma con risultati molto diversi.: egli non è caduto nella tentazione.

La scena finale, con gli angeli che lo servono, dimostra che Gesù aveva ragione. Non c’era bisogno di forzare la mano del Padre per ottenere soccorso, perché il Padre conosceva i suoi bisogni; non c’era bisogno di trasformare le pietre in pane perché il Padre con la sua parola avrebbe soddisfatto la sua fame e la sua sete; come vedremo, non c’era bisogno neanche di accettare l’allettante offerta di Satana, perché sarebbe stato il Padre a concedergli il Regno che gli spettava.

La bibbia ci dice che tutti gli esseri umani hanno peccato ma qui ci troviamo di fronte al Messia, il Figlio di Dio per natura, che pur essendo vero uomo era anche vero Dio. Come vero uomo Gesù si era identificato con il suo popolo e avrebbe portato i peccati del suo popolo, ma allo stesso tempo come vero Dio egli non poteva cadere sotto gli attacchi di Satana.

Il fatto che Gesù non sia caduto nella tentazione è importante. Infatti in Ebrei 4:15 leggiamo: “Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato.” Essendo senza peccato, egli fu nella posizione di poter pagare per i peccati degli altri, fu nella posizione di essere il sommo sacerdote che poteva rappresentarci davanti a Dio, offrendo se stesso.

Concludo la riflessione di oggi ringraziando il Signore perché Gesù ha adempiuto ogni giustizia, ha fatto le cose per bene, simpatizzando con gli esseri umani, mettendosi nei loro panni e diventando loro rappresentante. Ringrazio il Signore anche perché egli non è caduto di fronte a Satana, dimostrando di essere proprio quell’agnello senza macchia, quel sacrificio perfetto che poteva essere offerto per i peccati di tutta l’umanità, passata, presente e futura.

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