Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura – 2Corinzi 5:17 – La Bibbia

Autorità di Gesù in azione

Video e/o audio (se presenti per questo articolo):

Questa voce fa parte 18 di 65 nella serie Vangelo di Matteo

(Testo di riferimento: Matteo 8,1-17 –  La Bibbia)

Ciao a tutti.

Alla fine del sermone sul monte la gente era stupita dell’autorità di Gesù nel suo insegnamento. Era evidente che Gesù possedeva un’autorità speciale che andava ben oltre l’appartenenza ad una scuola rabbinica.

In questo diciottesimo episodio della serie sul vangelo di Matteo vedremo che l’autorità di Gesù non era evidente solo nel suo modo di insegnare ma anche nel suo modo di operare. E vedremo che egli operava in modo particolare lì dove trovava persone disposte a riporre la loro fede in Lui. E noi siamo disposti a riporre la nostra fede in Lui? Ne parliamo tra un attimo.

Negli episodi precedenti abbiamo commentato il sermone sul monte, o discorso della montagna, che l’evangelista Matteo ci ha proposto nei capitoli 5 a 7 del vangelo. Quello è il primo di cinque grandi discorsi di Gesù attorno ai quali Matteo ha strutturato il vangelo.

Tra il sermone sul monte e il prossimo blocco di insegnamenti, troviamo questa parte pratica che ci mostra Gesù in azione.

Gesù aveva parlato del regno di Dio. Ma era davvero lui il Messia che aspettavano? Certamente molti che lo avevano ascoltato se lo stavano chiedendo. Molti avevano riconosciuto che Gesù parlava con autorità…Ora Matteo ci mostra l’autorità di Gesù in azione.

Alla luce dell’intero vangelo noi sappiamo che Gesù era venuto sulla terra per dare vita eterna agli esseri umani, risolvendo il più grande problema dell’umanità, la morte. Sulla croce egli avrebbe riportato la sua vittoria sulla morte, risorgendo entro il terzo giorno e avrebbe esteso la speranza della risurrezione a tutti coloro che avrebbero creduto in lui.

Ma i contemporanei di Gesù non sapevano che sarebbe accaduto tutto questo. Loro si aspettavano un Messia che cambiasse la cose, stabilendo il suo regno. Allora, prima di arrivare alla croce che avrebbe confuso molti di loro, Gesù mostrò loro la sua autorità intervenendo con potenza attraverso miracoli, guarigioni, liberazioni che avrebbero dovuto convincerli di chi Lui fosse davvero e renderli fiduciosi anche quando le cose sarebbero andate diversamente dalle loro aspettative.

Quando egli scese dal monte, una gran folla lo seguì. Ed ecco un lebbroso, avvicinatosi, gli si prostrò davanti, dicendo: «Signore, se vuoi, tu puoi purificarmi». Gesù, tesa la mano, lo toccò dicendo: «Lo voglio, sii purificato». E in quell’istante egli fu purificato dalla lebbra. Gesù gli disse: «Guarda di non dirlo a nessuno, ma va’, mostrati al sacerdote e fa’ l’offerta che Mosè ha prescritto, e ciò serva loro di testimonianza». (Matteo 8,1-4)

Si noti il ruolo della fede in questo brano, ruolo che verrà ribadito anche in seguito. Infatti il lebbroso si avvicinò a Gesù con la certezza che egli potesse aiutarlo a guarire dalla sua condizione. Quell’uomo aveva probabilmente già sentito parlare di Gesù e dei miracoli che aveva fatto in precedenza e mostrò di avere grande fede in Gesù.

Gesù rispose alla fede di quell’uomo facendo un gesto che nessuno avrebbe fatto: toccò il lebbroso. Si consideri che la lebbra era una malattia infettiva molto temuta. I lebbrosi erano considerati impuri secondo la legge mosaica, e nessuno avrebbe osato toccarli.

Ma Gesù toccò il lebbroso. Egli infatti non aveva nulla da temere. Nel caso di Gesù succede esattamente il contrario di quanto ci si sarebbe aspettati normalmente. Non fu la malattia ad estendersi dal lebbroso verso Gesù, ma fu la guarigione ad estendersi da Gesù verso il lebbroso. Gesù aveva autorità anche su quella malattia che faceva così paura a tutti.

Dal punto di vista sociale la lebbra era devastante perché i lebbrosi erano costretti a vivere da soli, lontano da tutti. Ma l’intervento di Gesù nella vita di quell’uomo gli permise di essere reintegrato nella società.

«Guarda di non dirlo a nessuno, ma va’, mostrati al sacerdote e fa’ l’offerta che Mosè ha prescritto, e ciò serva loro di testimonianza». (Matteo 8,4)

Nel libro del Levitico (Le 14) era descritta la procedura che un lebbroso doveva seguire per essere riammesso nella società e Gesù ordinò a quell’uomo di fare proprio ciò che la legge prescriveva. In quel modo sarebbe stato reintegrato nella società e la sua guarigione sarebbe stata davvero completa anche dal punto di vista psicologico.

Ma perché Gesù gli ordinò di non dirlo a nessuno? Come si vede anche leggendo gli altri vangeli, Gesù in questa fase del suo ministero intendeva farsi conoscere da più persone possibili, ma allo stesso tempo sapeva che, se la voce inerente le sue guarigioni si fosse sparsa troppo in fretta, egli sarebbe stato preso d’assalto da un grande numero di persone e si sarebbero generati assembramenti che avrebbero attirato anche l’attenzione delle autorità romane oltre che quella delle autorità giudaiche. Gesù sapeva che non era ancora il momento di affrontare direttamente le autorità giudaiche e di consegnarsi nelle loro mani. Egli seguiva un piano preciso.

In quel momento la migliore testimonianza che quell’uomo poteva dare era proprio quella di recarsi al tempio e di farsi esaminare dal sacerdote. Infatti un miracolo di quella portata avrebbe dovuto portare il sacerdote a interrogarsi sull’origine di quella guarigione e allo stesso tempo avrebbe dovuto riconoscere che Gesù aveva istruito correttamente quell’uomo, invitandolo ad obbedire a ciò che la legge prescriveva per quei casi.

Matteo ci illustra poi un’altra grande manifestazione di fede a cui segue un altro miracolo di guarigione. Ma questa volta la persona che ripose la propria fede in Gesù non era un israelita:

Quando Gesù fu entrato in Capernaum, un centurione venne da lui, pregandolo e dicendo:  «Signore, il mio servo giace in casa paralitico e soffre moltissimo». Gesù gli disse: «Io verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito.  Perché anche io sono uomo sottoposto ad altri e ho sotto di me dei soldati; e dico a uno: “Va’”, ed egli va; e a un altro: “Vieni”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo”, ed egli lo fa».  Gesù, udito questo, ne restò meravigliato, e disse a quelli che lo seguivano: «Io vi dico in verità che in nessuno, in Israele, ho trovato una fede così grande! (Matteo 8,5-10)

Quel centurione romano stava manifestando una fede che Gesù non aveva ancora trovato in nessun Israelita.

Quell’uomo conosceva le usanze giudaiche secondo cui un Giudeo non sarebbe entrato nella casa di un gentile e, probabilmente, non voleva mettere in difficoltà Gesù di fronte alle autorità giudaiche. Ma soprattutto egli riconobbe che Gesù aveva un’autorità tale da non aver neanche bisogno di entrare in casa sua. Egli credeva infatti che Gesù aveva un’autorità tale sulle malattie che gli sarebbe bastata una parola per guarire il suo servo, così come a lui, in quanto centurione, bastava una parola per dare ordini ai suoi sottoposti.

La fede di quell’uomo colpì Gesù che ne approfittò per attirare l’attenzione dei discepoli sul fatto che un gentile poteva avere più fede di un israelita. Questo non avrebbe dovuto sorprenderli perché lo scopo della discendenza di Abramo, e di Israele in particolare, era proprio quella di essere una benedizione per tutti i popoli (Ge 12:3). Era quindi logico aspettarsi che persone appartenenti ad ogni nazione sulla faccia della terra cercassero una relazione con il Dio creatore dei cieli e della terra.

Ma purtroppo nel corso della storia molti Giudei avevano sviluppato nei confronti dei gentili un atteggiamento di disprezzo, atteggiamento che Gesù voleva sradicare dai suoi discepoli. Egli proseguì quindi in questo modo:

E io vi dico che molti verranno da Oriente e da Occidente e si metteranno a tavola con Abraamo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli,  ma i figli del regno saranno gettati nelle tenebre di fuori. Là ci sarà pianto e stridor di denti».  Gesù disse al centurione: «Va’ e ti sia fatto come hai creduto». E il servitore fu guarito in quella stessa ora.(Matteo 8,11-13)

Gesù attirò l’attenzione dei discepoli sul fatto che nel regno di Dio ci sarebbero state persone appartenenti ad ogni nazione, persone che come quel centurione avrebbero riposto la loro fede in lui. La fede sarebbe stata la discriminante per entrare nel regno, non la nazionalità. Gesù guarì il servitore di quel centurione in risposta alla sua fede e, allo stesso tempo, stava affermando che sulla base della fede quel centurione avrebbe potuto essere tra coloro che in futuro sarebbero entrati nel regno di Dio.

I discepoli non dovevano quindi giudicare le persone in base alla nazionalità. Non dovevano disprezzare gli stranieri e allo stesso modo non dovevano sopravvalutare gli Israeliti, pensando che ogni Israelita sarebbe stato accolto nel regno di Dio per diritto di nascita. Chi non avesse avuto fede in Gesù, straniero o Israelita, sarebbe rimasto fuori dal regno di Dio.

Matteo prosegue poi confermando ancora l’autorità di Gesù sulle malattie.

Poi Gesù, entrato nella casa di Pietro, vide che la suocera di lui era a letto con la febbre; ed egli le toccò la mano e la febbre la lasciò. Ella si alzò e si mise a servirlo.

Ancora una volta bastò un tocco di Gesù per rimettere in piedi la suocera di Pietro e, ancora una volta, si trattò di una guarigione straordinaria che permise alla donna di riacquistare le forze in modo immediato, il che dovette lasciare a bocca aperta i presenti.

A quel punto, la voce in Capernaum deve essere girata molto velocemente perché in serata Gesù fu preso letteralmente d’assalto da un gran numero di persone che cercavano guarigione e liberazione:

Poi, venuta la sera, gli presentarono molti indemoniati; ed egli, con la parola, scacciò gli spiriti e guarì tutti i malati, affinché si adempisse quel che fu detto per bocca del profeta Isaia: «Egli ha preso le nostre infermità e ha portato le nostre malattie». (Matteo 8,14-17)

“Egli ha preso le nostre infermità e ha portato le nostre malattie.” Matteo cita un brano di Isaia 53:4 a conclusione di questa sezione. Come dicevamo all’inizio, Gesù è venuto per sconfiggere la morte una volta per tutte attraverso la sua risurrezione, ma in questi brani Gesù ha comunque mostrato la sua autorità sui demoni, la sua autorità sulle malattie, dando un anticipo di ciò che avrebbe compiuto sulla croce. Matteo sottolineò che Gesù faceva queste cose semplicemente con la parola.

E ora veniamo a noi. Abbiamo fede in Gesù? Crediamo che Egli possa mostrare ancora oggi la medesima autorità? Ci sono testimonianze di molte persone che guariscono dalle loro malattie ancora oggi perché il Signore si compiace di rispondere alle preghiere dei suoi figli. Prima o poi, però, nella nostra vita potrà arrivare una malattia che ci condurrà alla morte nel giorno e nell’ora che dio ha stabilito per noi. E allora ? Tutto finito? Game over?

Non dimentichiamo che, alla luce dell’opera completa di Gesù sulla croce, anche quando una malattia dovesse condurci alla morte, quella non sarà la fine perché Gesù è risorto dalla morte, dimostrando che anche noi un giorno risorgeremo. Come scrisse Paolo in 1 Corinzi 15:19-21:

“Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini. Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti.”

“Egli ha preso le nostre infermità e portato le nostre malattie”. Quelle parole di Isaia, alla luce dell’opera di Gesù sulla croce, assumono un valore ancora più elevato, che va oltre la capacità di Gesù di guarire le malattie in questa vita ma apre le porte verso una guarigione dalla malattia più terribile di tutte, la morte stessa. E se Gesù ha sconfitto anche la morte, di cosa dovremmo avere paura?

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