Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura – 2Corinzi 5:17 – La Bibbia

Ha senso un Messia che muore?

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This entry is parte 38 di 65 in the series Vangelo di Matteo

(Testo di riferimento: Matteo 16,21-23 – La Bibbia)

Dopo la confessione di Pietro che aveva riconosciuto in Gesù il Messia, Gesù cominciò a parlare in modo franco con i discepoli circa la sua imminente morte e risurrezione. Ma per i discepoli le parole di Gesù erano incomprensibili perché, per loro, un Messia che viene ucciso non aveva alcun senso.

Ne parliamo in questo trentottesimo episodio della serie sul vangelo di Matteo.

Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molte cose da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti, degli scribi, ed essere ucciso, e risuscitare il terzo giorno.  (Matteo 16,21)

Dopo venti secoli di cristianesimo queste parole ci sembrano normali, ma per i discepoli di Gesù si trattava di una rivelazione scioccante.

Mai e poi mai nella tradizione ebraica qualcuno era arrivato ad ipotizzare un Messia che viene ucciso per poi risuscitare.

Molte idee circolavano tra le varie sette giudaiche circa la natura del Messia e sicuramente c’erano diverse scuole interpretative intorno alle profezie, ma l’idea che il Messia dovesse morire per poi risuscitare non era mai stata ipotizzata da nessuno.

Questo può sembrare strano a molti di noi perché siamo ormai abituati ad interpretare le profezie messianiche dell’antico testamento alla luce di ciò che Gesù ha detto e ha fatto. Oggi per noi è normale citare Isaia 53 come prova inconfutabile del fatto che il Messia dovesse morire per i peccati del popolo, ma non era così semplice per i Giudei. Infatti nell’antico testamento si trovano profezie che parlano del Messia in modo chiaro, ma anche profezie che a prima vista potrebbero far pensare ad altri personaggi.

Noi oggi parliamo di Gesù come Messia, come Re, come profeta, come Sommo sacerdote, alla luce della sua opera e del suo insegnamento, facendo confluire in un’unica persona testi che obiettivamente non erano così semplici da comprendere in quel modo prima che Gesù si fosse manifestato.

Tornando al testo di Isaia 53, è evidente che si parla di un servo sofferente che muore per i peccati del popolo, ma non è esplicitamente detto che si tratti del Messia. Questo noi lo comprendiamo a posteriori, alla luce della rivelazione di Gesù.

L’idea più chiara e più diffusa inerente il Messia era quella secondo cui si trattava di un discendente di Davide che avrebbe ristabilito il Regno di Israele riportandolo agli antichi fasti. Inoltre era diffusa l’idea secondo cui il Messia non sarebbe morto, infatti avrebbe stabilito un regno eterno.

Se osserviamo bene, questa fu proprio una delle obiezioni che la folla fece a Gesù quando, riferendosi alla propria morte sulla croce, si era riferito ad un Figlio dell’uomo che doveva essere innalzato. Essi risposero: «Noi abbiamo udito dalla legge che il Cristo dimora in eterno; come mai dunque tu dici che il Figlio dell’uomo dev’essere innalzato? Chi è questo Figlio dell’uomo?» (Gv 12:34)

Se il Messia deve regnare per sempre, come può morire? Era un’osservazione logica, dobbiamo ammetterlo.

Nello scorso episodio abbiamo visto che Gesù aveva confermato le parole di Pietro che lo aveva riconosciuto come il Cristo, il figlio del Dio vivente. Ma ora, Gesù stesso, parlando di morte sembrava proprio contraddire quell’affermazione di Pietro. Possiamo quindi comprendere la reazione di Pietro:

Pietro, trattolo da parte, cominciò a rimproverarlo, dicendo: «Dio non voglia, Signore! Questo non ti avverrà mai». (Matteo 16,22)

Mettiamoci nei panni del povero Pietro. Egli aveva appena riconosciuto Gesù come Messia e Gesù gli aveva fatto quelle belle promesse circa l’edificazione della sua chiesa e il fatto che neanche la morte e le potenze delle tenebre avrebbero potuto sconfiggerla. E ora, Gesù, stava parlando della sua morte, per di più a Gerusalemme per mano dei capi politici e religiosi del suo stesso popolo, cioè proprio le persone che avrebbero dovuto invece sostenerlo come Messia? Per Pietro era un discorso privo di senso.

Come detto, dal punto di vista umano le parole di Pietro sono comprensibili. Eppure la risposta di Gesù fu piuttosto dura:

Ma Gesù, voltatosi, disse a Pietro: «Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini». (Matteo 16,23)

Questo rimprovero può sembrare ai nostri occhi più severo di quanto sia stato in realtà. Infatti quando in italiano leggiamo la parola “Satana” la colleghiamo sempre e comunque al diavolo, al ribelle per eccellenza. Ma la parola Satan che qui è stata lasciata traslitterata piuttosto che tradotta, è presente nelle scritture varie volte per indicare un avversario, uno che si oppone, un accusatore così come in un processo si ha una pubblica accusa.

In sostanza Gesù non stava dicendo a Pietro che improvvisamente il Diavolo aveva preso possesso di lui. Gesù stava semplicemente chiamando Pietro come un Satan, ovvero un oppositore perché in quel momento con le sue parole Pietro si stava opponendo di fatto al piano di Dio.

Affrontare la croce non sarebbe stata una passeggiata per Gesù. In quel momento Egli aveva bisogno che almeno i suoi discepoli, i suoi amici, capissero ciò che stava per accadere. Ma la risposta di Pietro indica chiaramente che anche coloro che erano più vicini a Gesù faticavano a seguire il ragionamento di Gesù, proprio perché per loro un Messia che moriva era inconcepibile.

Se Pietro non comprendeva la necessità della morte del messia, anzi la rifiutava, non sarebbe stato di alcun conforto per Gesù, anzi sarebbe stato di scandalo, ovvero sarebbe stato una pietra d’inciampo, un ostacolo in più da superare nel cammino verso la croce. Ecco perché la risposta di Gesù fu così dura.

Pietro aveva ricevuto una grande rivelazione di Dio per riconoscere che Gesù era il Messia, e ora aveva bisogno della medesima illuminazione per riconoscere che il Messia doveva passare per la morte e per la risurrezione.

Ragionando secondo la logica umana, Pietro non avrebbe mai accettato la morte di Gesù, perché la morte del Messia richiedeva di abbracciare una logica divina. Pietro aveva bisogno di comprendere il senso delle cose di Dio ovvero aveva bisogno di vedere le cose da un altro punto di vista.

Solo dal punto di vista di Dio la morte del Messia poteva avere senso. Leggendo il resto del vangelo e il resto del nuovo testamento, comprendiamo che la logica divina prevedeva non solo l’instaurazione del regno di Dio attraverso il Messia ma anche una soluzione definitiva per il peccato dell’uomo che passava attraverso il sacrificio di Gesù. Per poter essere il Messia che regna per sempre ed anche il servo sofferente che dà la sua vita per i peccati del popolo, Gesù doveva morire ma doveva anche risorgere, e questo fu proprio ciò che avvenne. Questo aspetto non era assolutamente chiaro per i discepoli, e non lo sarebbe stato fin dopo la risurrezione di Gesù, quando Gesù stesso lo spiegò loro. Leggiamo infatti in Luca 24:44-48:

Poi disse loro: «Queste sono le cose che io vi dicevo quand’ero ancora con voi: che si dovevano compiere tutte le cose scritte di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per capire le Scritture e disse loro: «Così è scritto, che il Cristo avrebbe sofferto e sarebbe risorto dai morti il terzo giorno,  e che nel suo nome si sarebbe predicato il ravvedimento per il perdono dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme. Voi siete testimoni di queste cose.

Solo a quel punto i discepoli avrebbero compreso. Solo a quel punto Gesù stesso avrebbe aperto la loro mente per comprendere le scritture fino in fondo.

La reazione di Pietro fu quindi piuttosto normale. Se fossimo vissuti in quel tempo, le nostre aspettative inerenti il Messia sarebbero state esattamente quelle di Pietro.

Ma noi oggi sappiamo che la morte e la risurrezione di Gesù hanno senso perché facevano parte del piano di Dio per redimere l’uomo. Così crediamo che Gesù sia davvero il Messia, crediamo davvero che Egli abbia inaugurato il suo regno alla sua prima venuta e attendiamo il suo ritorno quando il Regno si mostrerà in tutto il suo splendore. Ma nel frattempo, se abbiamo creduto in Gesù, se facciamo parte della comunità dei suoi discepoli, sappiamo che la sua morte e la sua risurrezione hanno avuto un ruolo fondamentale affinché noi potessimo avere vita eterna. Sono duemila anni che, in attesa del suo ritorno, nel suo nome si predica il ravvedimento per il perdono dei peccati a tutte le genti, ovvero a persone di tutte le nazioni.

Ringraziamo il Signore perché il Re dei Re nel suo programma per stabilire il regno di Dio si è fatto come uno di noi ed è morto al nostro posto, pagando una volta per tutte per i peccati dell’umanità in ogni tempo e luogo. Ringraziamo anche perché egli è risorto, la morte non ha potuto prevalere su di lui, ed è proprio per questo che Egli è il Re Messia che regna per sempre e che può dare anche a noi vita eterna. Quel giorno Pietro si scandalizzò delle parole di Gesù, ma oggi noi non possiamo fare altro che ringraziarlo per quelle parole che per noi significano proprio “vita eterna”.

Ciao a tutti e grazie per l’attenzione. Alla prossima

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