Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura – 2Corinzi 5:17 – La Bibbia

Cosa significa “prendere la croce”?

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(Testo di riferimento: Matteo 16,24-28 – La Bibbia)

Gesù aveva appena scioccato i discepoli annunciando la sua morte e la sua risurrezione. Pietro si era opposto a questa idea perché, secondo la logica umana, non aveva senso. La logica divina era diversa e Pietro aveva difficoltà a capirla.

Ma la lezione per i discepoli non era finita: non solo Gesù sarebbe morto sulla croce, ma anche loro dovevano essere pronti a prendere la propria croce. Cosa significava questa espressione per i discepoli? E cosa può significare per noi oggi?

Ne parliamo in questo trentanovesimo episodio della serie sul vangelo di Matteo.

Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la troverà.  (Matteo 16,24-25)

Gesù aveva già parlato di questo tema nel capitolo 10 dove aveva avvertito i discepoli circa l’opposizione che avrebbero trovato nella società e addirittura nella propria famiglia. In Matteo 10,38-39 Gesù aveva affermato: Chi non prende la sua croce e non viene dietro a me, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.

Come avevamo già detto in quell’occasione, Gesù sta parlando di un argomento piuttosto serio. Parlare di croce, a quel tempo, equivaleva a parlare di morte. Dire a qualcuno di prepararsi a portare la croce equivaleva a dire di prepararsi a morire! Ma quindi Gesù si aspettava che i suoi discepoli fossero pronti a morire pur di seguirlo?

Gesù stava dicendo ai propri discepoli di essere pronti a rinunciare a se stessi, ovvero di mettere da parte i propri progetti, le proprie aspettative, per seguire il maestro. Sostanzialmente, chi voleva essere suo discepolo doveva essere pronto a considerare la volontà del maestro come più importante della propria. Significava quindi essere pronti a seguirlo accettando le conseguenze di tale scelta.

Seguire Gesù poteva significare essere disprezzati dai propri parenti, dai propri concittadini, ma poteva anche significare persecuzione, prigione, e, in alcuni casi, poteva costare la vita stessa. Era quindi appropriato che Gesù utilizzasse l’espressione “portare la croce”.

I cristiani, ieri come oggi, sono disposti ad accettare anche la persecuzione pur di non rinnegare Gesù. Questa abnegazione, agli occhi degli altri, potrebbe sembrare una vita sprecata. “Chi te lo fa fare ad essere pronto anche a perdere la vita pur di seguire Gesù?”

Eppure, le testimonianze che ci pervengono ogni giorno da diverse parti del mondo, ci confermano che tanti cristiani hanno preso sul serio le parole di Gesù, e non si tirano indietro di fronte a chi li vuole costringere a rinnegare ciò in cui credono. Perché resistono? Perché hanno capito che le parole di Gesù sono vere: “chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la troverà. ”. Gesù promette una vita oltre la vita, una vita eterna per chi lo prende sul serio. Spendere la vita per seguire Gesù è una vita guadagnata.

Chi preferisce invece tenersi la sua vita così com’è, senza preoccuparsi della volontà del maestro, secondo Gesù sta sprecando la sua vita, la sta perdendo, perché alla fine, se rinuncia alla vita eterna, non gli rimarrà nulla.

C’è però, a questo punto, una domanda importante di Gesù alla quale ognuno di noi dovrebbe rispondere.

Che gioverà a un uomo se, dopo aver guadagnato tutto il mondo, perde poi l’anima sua? O che darà l’uomo in cambio dell’anima sua?  Perché il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo l’opera sua. (Matteo 16, 26-27)

Se un uomo dedica tutta la sua esistenza a guadagnare cose che comunque un giorno dovrà lasciare, cosa gli resterà? Se un uomo non si preoccupa oggi della vita che lo aspetta nel mondo a venire, tutto ciò che ha guadagnato in questa vita non gli sarà di alcuna utilità.

Gesù ricordò ai suoi discepoli che alla fine dei tempi egli sarebbe tornato e avrebbe giudicato gli uomini, rendendo a ciascuno secondo la sua opera. Alla luce di quanto Gesù aveva appena detto, è chiaro che l’opera a cui si riferisce è proprio quell’atteggiamento nei suoi confronti. Chi lo avrebbe preso sul serio e avrebbe speso la propria vita per seguire Gesù, avrebbe ritrovato la sua vita. Gli altri, invece, di fronte al suo giudizio, non avrebbero potuto offrire nulla per salvare la propria vita.

Teniamo presente che non era facile per i discepoli di Gesù seguire questi discorsi. Per noi è facile comprendere che Gesù si riferiva ad un tempo futuro in cui sarebbe tornato, ma per i discepoli la venuta del Messia non era comprensibile come una prima e una seconda venuta separate da un periodo di tempo più o meno lungo. Non dimentichiamo che non avevano ancora digerito le parole di Gesù relative alla sua morte e alla sua risurrezione. Se Gesù era il Messia, essi si aspettavano quindi la manifestazione del regno di Dio in quel tempo.

E, con le sue parole, Gesù in qualche modo confermò che non avevano tutti i torti:

In verità vi dico che alcuni di coloro che sono qui presenti non gusteranno la morte, finché non abbiano visto il Figlio dell’uomo venire nel suo regno». (Matteo 16,28)

Alla luce del ragionamento appena fatto, sarebbe facile per noi pensare che Gesù si stesse riferendo alla sua seconda venuta, ma come ho appena spiegato i discepoli in quel momento non sapevano nulla di una sua seconda venuta. Per loro, le parole di Gesù erano inequivocabili: egli avrebbe stabilito il suo regno entro quella generazione. Ma lo ha fatto davvero o ha raccontato un bugia? Il regno di Dio è già cominciato nel primo secolo o e un qualcosa che ci aspetta nel futuro?

Diciamo che c’è una dimensione presente ed una dimensiona futura del regno. In un certo senso, il regno di Dio si stava già manifestando con la prima venuta di Gesù. D’altra parte, anche in altre occasioni Gesù lo aveva confermato. In Luca 17:20-21, leggiamo infatti così: “Interrogato poi dai farisei sul quando verrebbe il regno di Dio, rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi; né si dirà:  “Eccolo qui”, o “eccolo là”; perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi».

Dal momento in cui Gesù è venuto, nel primo secolo, Egli ha inaugurato il suo regno. Dopo la sua morte e la sua risurrezione quel regno sta crescendo oggi attraverso i suoi discepoli, la sua chiesa. Ricordate quando Gesù, in Matteo 13:31-32, aveva paragonato il regno di Dio ad un granel di senape, che dopo essere stato seminato cresce fino a diventare un albero sul quale vanno gli uccelli a ripararsi?

Gesù non aveva quindi mentito ai discepoli. Essi avrebbero assistito, anzi in un certo senso stavano già assistendo, alla venuta del Messia nel suo regno. C’è una dimensione presente del regno di Dio, perché Gesù è vivo e opera anche oggi. Ma c’è anche una dimensione futura, alla fine dei tempi, quando Gesù tornerà appunto in modo visibile per giudicare gli esseri umani, per raccogliere il grano buono e buttare via le scorie. Egli tornerà per dare pieno compimento alla nuova creazione, dove non ci sarà più male, non ci sarà più il peccato, non ci sarà più né dolore né lacrime, ma ci sarà solo vita eterna per coloro che hanno preso sul serio Gesù, hanno creduto nella sua persona e nella sua opera, lo hanno seguito, hanno accettato di prendere la propria croce, perché sapevano che alla fine, anche se avessero perso la vita, l’avrebbero ritrovata.

Grazie a tutti. Alla prossima

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