Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura – 2Corinzi 5:17 – La Bibbia

Perché Gesù pagava la tassa per il tempio?

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This entry is part 42 of 65 in the series Vangelo di Matteo

(Testo di riferimento: Matteo 17,22-27 – La Bibbia)

Questo quarantaduesimo episodio della serie sul vangelo di Matteo ci illustra il modo in cui Gesù si pose su un argomento molto pratico, le tasse che ogni israelita adulto versava per il mantenimento del tempio. Era giusto che Gesù versasse quelle imposte? O doveva esserne esente? Le parole di Gesù ci forniscono l’occasione per una riflessione sulla sua natura e sulla sua missione.

 Mentre essi percorrevano insieme la Galilea, Gesù disse loro: «Il Figlio dell’uomo sta per essere dato nelle mani degli uomini;  essi lo uccideranno e il terzo giorno risusciterà». Ed essi ne furono molto rattristati. (Matteo 17,22-23)

Prima di addentrarci nel tema principale di questa sezione, troviamo ancora una volta Gesù che predice la sua morte e la sua risurrezione. Matteo ci riporta l’episodio di passaggio e ci conferma che Gesù, ciclicamente, affrontava quell’argomento per preparare i discepoli a ciò che stava per accadere. Come vediamo, tutte le volte che Gesù tirava fuori questo argomento, i discepoli si rattristavano, a conferma del fatto che si trattava di un argomento davvero ostico da digerire per loro.

Intanto Gesù insieme ai suoi discepoli era rientrato a Capernaum:

Quando furono giunti a Capernaum, quelli che riscotevano le didramme si avvicinarono a Pietro e dissero: «Il vostro maestro non paga le didramme?» Egli rispose: «Sì».

Innanzitutto cerchiamo di capire di cosa si sta parlando. Cosa erano queste didramme? Era un modo per riferirsi all’imposta annua di due dramme che ogni Israelita, dai venti anni in su, doveva pagare per il mantenimento del tempio, per il suo funzionamento.

Gesù si era stabilito in Capernaum all’inizio del suo ministero pubblico e da lì aveva iniziato a reclutare i suoi discepoli, facendo diventare quella cittadina la base operativa da cui andava e veniva durante la sua missione in Israele e dintorni. Era quindi logico che gli esattori si aspettassero che pagasse lì in Capernaum le tasse.

Gesù si era spostato continuamente in quel periodo e, evidentemente, gli esattori avevano aspettato il suo ritorno per andare a riscuotere. Sapendo che Pietro era un suo discepolo, si erano rivolti a quest’ultimo. Pietro aveva risposto “Sì”, ma non si era ancora confrontato con Gesù.

Quando fu entrato in casa, Gesù lo prevenne e gli disse: «Che te ne pare, Simone? I re della terra da chi prendono i tributi o l’imposta? Dai loro figli o dagli stranieri?»  «Dagli stranieri», rispose Pietro. Gesù gli disse: «I figli, dunque, ne sono esenti.  (Matteo 17, 25-26)

Questa prima parte della conversazione tra Gesù e Pietro potrebbe far pensare che Gesù non intendesse pagare l’imposta. Come vedremo non era così.

Gesù approfittò piuttosto dell’occasione per riflettere insieme a Simon Pietro. In precedenza, Pietro lo aveva riconosciuto come il Messia, il Figlio di Dio, Colui che avrebbe stabilito il regno di Dio. Egli era quindi il Re, Figlio del Re e, secondo la logica umana, doveva essere esentato dalla tassa. Infatti anche i re della terra non impongono tributi ai loro figli, a quelli della loro stessa casa, ma piuttosto a coloro che avevano assoggettato, normalmente appartenenti ad altri popoli.

Ora se il tempio è la casa di Dio, Dio si aspetta che siano i servi a pagare la tassa, non che sia il Figlio di Dio, Colui che lo rappresentava, Colui che avrebbe stabilito il suo Regno. Anzi, a dirla proprio tutta, ragionando secondo la logica umana, al più Gesù sarebbe dovuto essere Colui al quale le tasse andavano pagate da parte degli altri Israeliti!

Il ragionamento era logico. Ma c’era una seconda parte della lezione che Gesù voleva impartire a Simon Pietro. Sì è vero, lui era il Figlio di Dio, Lui era il Re dei re, ma allo stesso tempo lui era Colui che si identificava pienamente con il suo popolo. Gesù proseguì quindi così:

Ma, per non scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che verrà su. Aprigli la bocca: troverai uno statère. Prendilo, e dàllo loro per me e per te». (Matteo 17,27)

Uno statère equivaleva proprio a due didramme e copriva quindi la tassa sia per Pietro che per Gesù. Mandando Pietro a recuperare il denaro nel pesce, ironicamente Gesù pagava la tassa e allo stesso tempo non la pagava in modo diretto, conciliando quindi le due esigenze.

Come abbiamo detto, a rigor di logica, vista la sua identità, Gesù non avrebbe dovuto pagare la tassa, ma egli si comportò in modo rispettoso delle regole del suo popolo per non destare scandalo, perché, nonostante la natura divina, Egli si identificava pienamente con il suo popolo, rinunciando ai suoi privilegi. D’altra parte , se ci pensiamo bene, è ciò che Gesù ha fatto dall’inizio alla fine del suo ministero ed è quel medesimo principio che lo porterà sulla croce.

Tornando al discorso iniziale di Gesù sulla sua morte e sulla sua risurrezione, che aveva rattristato i discepoli, osserviamo che Il suo identificarsi con il suo popolo lo avrebbe portato a dare la sua vita per i peccati del popolo, a dispetto della sua natura divina. Ma la morte non avrebbe potuto trattenerlo proprio a causa della sua natura divina, ed egli sarebbe risorto.

Pietro e gli altri discepoli avrebbero compreso pienamente questo duplice aspetto della persona di Gesù solo sopo la sua risurrezione, ma intanto il loro maestro, anche attraverso questi piccoli episodi, li stava istruendo in tal senso.

Gesù è il Re dei RE, ma è un Re umile che pagava addirittura la tassa per il tempio. Il Re non avrebbe dovuto pagare la tassa, ma lo aveva fatto identificandosi con il suo popolo. Allo stesso modo non sarebbe dovuto morire, ma lo avrebbe fatto per riscattare il suo popolo e tutta l’umanità che in seguito avrebbe creduto in lui.

Gesù ha fatto tutto questo anche per te. E tu, come rispondi al suo amore?

Lasciandovi questa domanda, vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento alla prossima.

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