Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura – 2Corinzi 5:17 – La Bibbia

Perché mi tentate, ipocriti?

Video e/o audio (se presenti per questo articolo):

This entry is part 51 of 65 in the series Vangelo di Matteo

(Testo di riferimento: Matteo 22,15-46 – La Bibbia)

Siamo al confronto finale tra Gesù e la classe dirigente giudaica. In questo episodio 51 della serie sul vangelo di Matteo diversi Farisei e sadducei cercano di mettere in difficoltà Gesù per coglierlo in fallo. Vediamo cosa succede!

 Allora i farisei si ritirarono e tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nelle sue parole.
E gli mandarono i loro discepoli con gli erodiani a dirgli: «Maestro, noi sappiamo che sei sincero e insegni la via di Dio secondo verità, e non hai riguardi per nessuno, perché non badi all’apparenza delle persone. Dicci dunque: Che te ne pare? È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?»  (Matteo 22, 15-18)

I farisei dopo aver subito gli attacchi di Gesù con le sue parabole che denunciavano il fallimento della classe dirigente giudaica, vogliono trovare una scusa politica per accusare Gesù, così si accordano con gli erodiani per sondare il terreno su una questione molto delicata, quella del tributo a Cesare.

Si avvicinarono con le loro parole melliflue, ma il loro cuore era pieno di veleno. Era infatti una trappola ben preparata: qualunque cosa avesse risposto Gesù, avrebbero trovato una scusa per accusarlo. Era infatti un tentativo di far uscire Gesù allo scoperto su un argomento politico cruciale che divideva le varie fazioni politico-religiose in Israele: bisognava sottomettersi ai romani oppure era giusto ribellarsi? La gente non avrebbe approvato di certo un presunto Messia che considerasse lecito il tributo a Cesare che simboleggiava il dominio di Roma. D’altra parte, se egli avesse detto che non era lecito pagare il tributo, i farisei insieme agli erodiani sarebbero stati pronti a consegnarlo ad Erode come sovversivo. Bella trappola eh?

Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, disse: «Perché mi tentate, ipocriti?  Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli porsero un denaro.  Ed egli domandò loro: «Di chi è questa effigie e questa iscrizione?»  Gli risposero: «Di Cesare». E Gesù disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio».  Ed essi, udito ciò, si stupirono e, lasciatolo, se ne andarono.(Matteo 22, 19-22)

Gesù conosceva il loro cuore, conosceva la loro ipocrisia, sapeva quanto si sentissero furbi in quel momento. Ma la sua risposta li lasciò a bocca aperta. Gesù attirò la loro attenzione sul fatto che il denaro che loro dovevano pagare per le tasse era stato coniato dai romani ed apparteneva all’imperatore. Che a loro piacesse o no, i Romani li avevano soggiogati, avevano occupato la loro terra e imposto le proprie monete. Quel denaro apparteneva evidentemente a Cesare.

Il dominio romano era lì a testimoniare della maledizione che, secondo quanto indicato dalla legge (De 28),  era caduta sul popolo di Israele a partire dalla caduta di Gerusalemme nel 586 a.c. per essere venuti meno al patto con Dio. Anche se gli israeliti erano tornati nella terra di Israele ai tempi di Esdra e Neemia, e avevano ricostruito il tempio, il popolo non si risollevò mai completamente dal punto di vista spirituale. La storia di Israele nei secoli seguenti fu caratterizzata da una classe politica corrotta che in quel momento stava andando a braccetto con i Romani traendo il massimo beneficio dal denaro dell’invasore. Basti pensare che a quel tempo persino il sommo sacerdote veniva nominato da Erode…

In sostanza quegli ipocriti capi del popolo stavano cercando di farlo venire allo scoperto contro i Romani mentre essi stessi si erano venduti volentieri ai Romani per denaro.  Che i farisei, coloro che avrebbero dovuto essere i più separati dai Romani, si fossero presentati insieme agli Erodiani confermava la loro ipocrisia. Gesù non accettò di stare al loro gioco e passò al contrattacco.

Le monete romane riportavano l’effigie di un uomo che credeva di essere un Dio, quindi non era certamente qualcosa che come Ebrei avrebbero dovuto apprezzare. Eppure essi amavano quel denaro e Gesù lo sapeva bene. Erano pronti a rinunciare al denaro di Cesare pur di vedere la manifestazione del regno di Dio? Erano pronti a lasciare a Cesare ciò che è di Cesare pur di dare a Dio ciò che è di Dio? Erano pronti a dire: “Che Cesare si tenga le sue monete! Noi serviremo il nostro Dio e seguiremo il Messia!”?

Egli avrebbe potuto liberarli dal potere politico dei Romani se si fossero lasciati anche liberare dalle catene spirituali che li imprigionavano. Ma Gesù sapeva che essi non erano pronti a farlo… In fondo preferivano tenersi il denaro di Cesare e rinunciare al loro Messia e quindi al regno di Dio. Ecco perché la risposta di Gesù fu sufficiente a lasciarli senza parole.

Ma quel giorno c’erano altri pronti a sfidare Gesù per metterlo in difficoltà. Continuiamo a leggere:

In quello stesso giorno vennero a lui dei sadducei, i quali dicono che non vi è risurrezione, e gli domandarono:  «Maestro, Mosè ha detto: “Se uno muore senza figli, il fratello suo sposi la moglie di lui e dia una discendenza a suo fratello“.  Vi erano tra di noi sette fratelli; il primo, ammogliatosi, morì; e, non avendo prole, lasciò sua moglie a suo fratello. Lo stesso fece pure il secondo, poi il terzo, fino al settimo. Infine, dopo tutti, morì anche la donna. Alla risurrezione, dunque, di quale dei sette sarà ella moglie? Poiché tutti l’hanno avuta». Ma Gesù rispose loro: «Voi errate, perché non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio. Perché alla risurrezione non si prende né si dà moglie; ma i risorti sono come angeli nei cieli. Quanto poi alla risurrezione dei morti, non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: “Io sono il Dio d’Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe“? Egli non è il Dio dei morti, ma dei vivi». E la folla, udite queste cose, stupiva del suo insegnamento. (Matteo 22:23-33)

I sadducei  costituivano un gruppo molto potente in Israele ed esercitavano un’influenza politica molto importante nell’ambito delle relazioni con i Romani. Essi consideravano validi solo i primi cinque libri della bibbia attribuiti a Mosè e, dalla loro interpretazione di tali libri, non emergevano riferimenti alla risurrezione nella quale essi non  credevano. Gesù mostrerà loro che si sbagliavano di grosso.

Basandosi proprio sulla legge di Mosè essi dipinsero una situazione ipotetica in cui una donna prima di morire fosse stata sposa di sette fratelli senza avere figli. Quel quesito trovava le sue basi nella legge di levirato basata sul testo di deuteronomio 25:5-6 secondo cui nel caso in cui un uomo morisse senza lasciare figli, il fratello avrebbe dovuto sposare la cognata e il primo figlio di quell’unione sarebbe stato figlio del defunto, per mantenere il nome e la discendenza del defunto in Israele.

Se la vita oltre la vita fosse stata una realtà, di chi sarebbe stata moglie quella donna dopo la risurrezione? Ovviamente la donna non poteva essere moglie di tutti quegli uomini contemporaneamente… Essi pensavano di prendersi gioco di Gesù con il loro quesito mettendolo in difficoltà. Volevano inoltre vedere se Gesù condivideva quella dottrina nella quale credevano i farisei dei quali essi non condividevano l’agenda politica.

La risposta di Gesù mise in evidenza le loro lacune. Infatti essi  dimostravano di non conoscere le scritture, non solo quelle profetiche che essi rifiutavano di riconoscere come ispirate da Dio, ma anche la stessa legge di Mosè!

Innanzitutto Gesù precisò che la risurrezione implicava una trasformazione dell’essere umano, quindi anche se i risorti avrebbero avuto comunque un corpo fisico, ciò non significava che la vita eterna sarebbe stata identica alla vita che avevano vissuto in precedenza.

Dopo la risurrezione non ci sarebbe stato alcun bisogno del matrimonio, probabilmente perché non ci sarebbe stato alcun bisogno di perpetuare ancora la  razza umana.  Per illustrare questo principio Gesù si riferì agli angeli che , nel mondo invisibile, non hanno bisogno di accoppiarsi e riprodursi. 

L’obiezione dei sadducei aveva quindi già ottenuto risposta. Ma Gesù voleva anche istruirli sulla risurrezione, una dottrina fondamentale per chiunque avesse fede in Dio. Essi  dimostravano infatti di non avere fiducia nella potenza di Dio che poteva risuscitare i morti.

Sarebbe stato facile per Gesù citare, a supporto della risurrezione e della vita eterna, questo brano tratto dal profeta Daniele:

Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna. (Daniele 12:2)

I sadducei però non avrebbero accettato il profeta Daniele come scrittura ispirata da Dio. Così Gesù si servì proprio della legge di Mosé per confutarli riferendosi ad un episodio che tutti conoscevano, ossia quando il Signore aveva parlato a Mosè in mezzo al pruno presentandosi così: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe» (Es 3:6).

L’osservazione di Gesù era semplice ma efficace. Il fatto che il Signore si fosse presentato parlando al presente come Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, dimostrava che Abramo, Isacco e Giacobbe, benché morti, avevano ancora una relazione con Dio! Essi non erano ovviamente ancora risuscitati, ma utilizzando l’espressione presente, Dio si considerava ancora in una relazione viva con loro, una relazione che dopo la risurrezione, sarebbe tornata come prima. C’era un presente e quindi anche un futuro per i patriarchi, altrimenti Dio avrebbe dovuto dire di essere stato il loro Dio, parlando al passato. 

E così anche i sadducei avevano ricevuto la loro lezione.

 I farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si radunarono; e uno di loro, dottore della legge, gli domandò, per metterlo alla prova: «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» Gesù gli disse: «”Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti». (Matteo 22:34-40)

Gesù aveva già dato prova della sua saggezza in diversi modi. A questo punto vollero metterlo alla prova su una questione molto dibattuta tra i capi religiosi del tempo, per conoscere la sua posizione. Tra gli studiosi Giudei era tipico discutere di queste cose infatti, considerando la quantità di comandamenti inclusi nella legge, era lecito chiedersi quali fossero i comandamenti fondamentali ovvero quelli a cui un Ebreo non avrebbe mai dovuto rinunciare neanche nei momenti di crisi nazionale, neanche nei momenti in cui non fosse possibile, ad esempio, accedere al tempio o rispettare tutte le leggi relative alla purità rituale. Se, ipoteticamente, addirittura i comandamenti dovessero essere ridotti a uno, quale sarebbe stato questo comandamento?

La risposta di Gesù non dovrebbe sorprenderci infatti ogni israelita devoto conosceva e pronunciava regolarmente ogni giorno la “shema” (una parola che significa “ascolta”), la preghiera  basata tra l’altro proprio sulle parole di De 6:4: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo.  Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze.” Il riferimento di ogni Israelita, anche nei momenti più bui, doveva rimanere sempre l’adorazione dell’unico Dio, dell’unico Signore e Creatore dell’universo. A quell’unico Dio egli doveva rimanere devoto con tutta la sua persona (cuore, anima, mente e forza sono un modo di indicare tutto l’essere umano), cercando di onorare il Signore in ogni aspetto della propria vita.

Ma qual’è il modo migliore per mostrare amore verso Dio se non mostrare amore verso il nostro prossimo che egli ha creato? Ecco perché, anche se lo scriba non gli aveva chiesto quale fosse un eventuale secondo comandamento fondamentale, Gesù affiancò al primo questo: “Ama il tuo prossimo come te stesso“.

Immaginiamo una società in cui ogni singolo individuo abbia la devozione all’unico vero Dio come centro della propria vita, immaginiamo una società in cui ognuno fosse guidato dal timore di Dio e dal desiderio di piacere a Lui.  Immaginiamo quindi una società in cui ognuno si comporti verso il prossimo come vorrebbe che il prossimo si comportasse verso di lui. Sarebbe un mondo molto diverso da quello in cui viviamo vero? Quale comandamento potrebbe essere più importante di questi due messi insieme? La risposta di Gesù aveva senso.

A questo punto fu Gesù ad avere ancora una domanda per i farisei:

Essendo i farisei riuniti, Gesù li interrogò,  dicendo: «Che cosa pensate del Cristo? Di chi è figlio?» Essi gli risposero: «Di Davide». Ed egli a loro: «Come mai dunque Davide, ispirato dallo Spirito, lo chiama Signore, dicendo: “Il SIGNORE ha detto al mio Signore: ‘Siedi alla mia destra finché io abbia messo i tuoi nemici sotto i tuoi piedi’”?
45 Se dunque Davide lo chiama Signore, come può essere suo figlio?»  E nessuno poteva replicargli parola; da quel giorno nessuno ardì più interrogarlo.
(Matteo 22,41-46)

Gesù aveva dato grande prova di saggezza rispondendo alle domande dei farisei e dei sadducei. Ora con questa domanda offriva loro l’ultima l’opportunità di riflettere seriamente sulla sua persona.

Riferendosi al salmo 110 Gesù volle mettere in evidenza che essi, nonostante la loro grande conoscenza delle scritture, non avevano però la saggezza per porsi le domande giuste che li avrebbero condotti verso la verità. Poco prima essi gli avevano chiesto con quale autorità egli stava facendo ciò che faceva ma nessuno di loro si era soffermato sulla veridicità delle parole e delle azioni di Gesù. Essi si aspettavano un Messia semplicemente umano e questo li portava a non vedere nella giusta luce i segni che Gesù stava facendo, attribuendo, in alcuni casi, addirittura i suoi miracoli ad una forza soprannaturale diabolica.

Essi avevano compreso che il Messia (in italiano “Unto”) doveva essere “Figlio di Davide” ovvero un discendente di Davide, tuttavia non si erano resi conto del fatto che in quel salmo Davide si riferì al Messia anche chiamandolo “suo signore”. In genere nessuno si riferirebbe ad un proprio discendente come suo signore, eppure Gesù fece notare che Davide pronunciò queste strane parole ispirato dallo Spirito Santo. 

Quelle parole avrebbero avuto senso solo se  quel figlio di Davide fosse stato superiore e preesistente a Davide in qualche modo. Quel Re che si sarebbe seduto nel posto più onorevole, alla destra di Dio, aspettando la sconfitta dei suoi nemici, non poteva essere un semplice uomo. Gesù, il Messia, è contemporaneamente figlio e signore di Davide, umano e divino allo stesso tempo come poi avrebbero compreso i discepoli di Gesù dopo la sua morte e la sua risurrezione, come emerge dal resto del nuovo testamento.

Quegli esperti della legge non avevano compreso le  parole del salmista Davide che avrebbero dovuto farli riflettere sulla natura particolare del Messia e quindi avrebbero dovuto renderli più sensibili e attenti nel valutare le opere che Gesù stava facendo, opere che nessun essere umano aveva mai fatte.

Ma anche questo ultimo stimolo da parte di Gesù non sortì alcun effetto. Rimasero a bocca chiusa e smisero di fargli domande.

Cosa possiamo dire alla fine di questo episodio? Non sempre le persone che sembrano essere le più in alto dal punto di vista religioso sono quelle che hanno il miglior rapporto con Dio e la capacità di riconoscere la Sua mano all’opera. Quei farisei e sadducei, rappresentanti dell’elite di Israele, non stavano riconoscendo che Gesù era il Messia, nonostante tutti i segni che Gesù aveva fatto in mezzo a loro. Le sue risposte sagge, invece di avvicinarli a lui, stavano diventando un ostacolo insormontabile per loro. Essi stavano sempre di più chiudendo le loro orecchie e percependo Gesù come una minaccia da togliere di mezzo. Gesù non tenterà più alcun approccio con loro. Ormai le posizioni erano chiare. Ecco perché, come vedremo nel prossimo episodio, nel capitolo 23 Matteo riporta un discorso finale in cui Gesù, di fronte al popolo, condannerà la classe dirigente in Israele indicandoli proprio come guide cieche che avrebbero portato Israele alla rovina.

Vangelo di Matteo

Gesù al contrattacco! Guai a voi, scribi e farisei ipocriti!

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *