- Il Re è qui!
- Il suo nome è Gesù
- Re dei Giudei, Re del mondo intero
- Gesù e quelle strane profezie
- Vipere nel regno dei cieli?
- Gesù fa le cose per bene!
- Gesù il Re parte col botto!
- Beati quelli dalla parte giusta
- Non sono venuto ad abolire
- Gesù smaschera l’adulterio
- Siate perfetti come Dio?
- Questo è il premio che ne hanno
- Cercate prima il regno di Dio
- Due pesi e due misure?
- Chiedete e vi sarà dato?
- La regola d’oro
- Stai costruendo sulla roccia?
- Autorità di Gesù in azione
- Gente di poca fede
- Le risposte di Gesù
- Gesù tra fede e scetticismo
- Il raccolto è grande: cercasi operai.
- Pecore in mezzo ai lupi
- Gesù e i nostri dubbi
- Il regno dei cieli rifiutato e maltrattato
- Stanchi e oppressi? Io vi darò riposo.
- La religione, le regole e la misericordia
- Il peccato imperdonabile
- Vogliamo un segno?
- La parabola del seminatore
- Cos’è il regno dei cieli?
- Gesù il Messia rifiutato
- Il nostro poco può essere molto!
- Non abbiate paura
- Cosa contamina l’uomo?
- Non solo le briciole!
- Chi è Gesù per te?
- Ha senso un Messia che muore?
- Cosa significa “prendere la croce”?
- Trasfigurazione: Il Re si manifesta!
- Perché non ci siamo riusciti?
- Perché Gesù pagava la tassa per il tempio?
- Diventare piccoli per essere grandi?
- Perdonare non è facile ma è necessario
- Il divorzio è sempre un doloroso “piano B”
- Cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?
- Meglio la grazia che la paga!
- Vuoi essere servito? Diventa servo!
- Osanna al Figlio di Davide!
- Gesù al contrattacco!
- Perché mi tentate, ipocriti?
- Guai a voi, scribi e farisei ipocriti!
- Il discorso profetico di Gesù
- Parabola delle dieci vergini, dei talenti e il giudizio di Gesù
- Uno di voi mi tradirà
- Fate questo in memoria di me
- Lo spirito è pronto, la carne è debole
- Vedrete il Figlio dell’uomo!
- La fine di Giuda e l’inizio di Pietro
- Gesù o Barabba?
- Dio mio, perché mi hai abbandonato?
- L’ultimo respiro di Gesù
- Giuseppe d’Arimatea e i discepoli che non ti aspetti
- È risorto come aveva detto
- Fino alla fine
(Testo di riferimento: Matteo 25,1-46 – La Bibbia)
Stiamo affrontando l’ultimo discorso di Gesù nei capitoli 24 e 25 del vangelo di Matteo. Nello scorso episodio abbiamo esaminato il capitolo 24 e abbiamo visto che Gesù parlò di eventi futuri, alcuni imminenti, altri più avanti nel tempo, invitando i discepoli a non preoccuparsi dei dettagli inerenti la fine dei tempi, ma piuttosto a prepararsi ai tempi difficili che avrebbero dovuto affrontare. Essi avrebbero dovuto continuare a servire il Signore in modo che egli potesse trovarli all’opera quando sarebbe venuta la fine.
Nel capitolo 25, attraverso le famose parabole delle dieci vergini e dei talenti, Gesù continuò la sua esortazione alla vigilanza in vista della fine e del giudizio di Gesù a cui si riferì in particolare nell’ultima parte del capitolo. Ne parliamo in questo episodio 54 della serie sul vangelo di Matteo.
Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini le quali, prese le loro lampade, uscirono a incontrare lo sposo. Cinque di loro erano stolte e cinque avvedute; le stolte, nel prendere le loro lampade, non avevano preso con sé dell’olio; mentre le avvedute, insieme con le loro lampade, avevano preso dell’olio nei vasi. Siccome lo sposo tardava, tutte divennero assonnate e si addormentarono. Verso mezzanotte si levò un grido: “Ecco lo sposo, uscitegli incontro!” Allora tutte quelle vergini si svegliarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle avvedute: “Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Ma le avvedute risposero: “No, perché non basterebbe per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene!” Ma, mentre quelle andavano a comprarne, arrivò lo sposo; e quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala delle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi vennero anche le altre vergini, dicendo: “Signore, Signore, aprici!” Ma egli rispose: “Io vi dico in verità: Non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora. (Matteo 25,1-13)
Su questa parabola potrebbe capitarvi di sentire diverse interpretazioni allegoriche, in cui ad ogni elemento della storia viene associato un significato particolare. Però, a parte rari casi, le parabole di Gesù non avevano un carattere allegorico. Esse avevano l’obiettivo di trasmettere un insegnamento semplice, attraverso un racconto che potesse evocare situazioni con cui i suoi ascoltatori erano famigliari. Tratteremo quindi questo testo per ciò che è, una parabola con un insegnamento univoco e chiaro, senza speculare troppo.
L’immagine evocata da Gesù è quella di un matrimonio secondo la tradizione dell’epoca. Non è semplice ricostruire in modo univoco i costumi relativi ai matrimoni del primo secolo in Israele, perché gli studiosi devono basarsi su documenti posteriori e, per quanto ne sappiamo, i costumi potevano essere anche diversi da un luogo all’altro e potevano cambiare nel tempo. Ciò che sappiamo è che normalmente il matrimonio avveniva entro un anno dal fidanzamento ufficiale. Durante l’anno lo sposo preparava la dimora per la coppia, poi si recava alla casa paterna della sposa per prendere la sposa. I festeggiamenti, a seconda della tradizione di riferimento, potevano avvenire in casa della sposa o dello sposo, e duravano circa una settimana.
In questa parabola, a seconda della tradizione di riferimento, lo sposo viene rappresentato mentre arriva a casa della sposa oppure mentre ritorna già con la sposa nella propria casa paterna dove ha preparato la camera nuziale. Le vergini, ovvero le ragazzine molto giovani, di cui si parla nella parabola potevano essere assistenti della sposa nella casa paterna della sposa che accoglievano lo sposo con queste torcie e lo accompagnavano verso la sposa nell’ultimo tratto o, in alternativa, potevano essere ragazze che si univano al corteo degli sposi mentre questi si spostavano dalla casa della sposa a quella dello sposo per i festeggiamenti e per entrare nella camera nuziale. Comunque entrambe le possibilità avrebbero senso e non cambierebbero l’insegnamento della parabola.
Siccome era più tipico che i festeggiamenti principali si svolgessero a casa dello sposo dove la camera nuziale era preparata, proviamo a ricostruire la situazione evocata dalla parabola in questo caso. Dopo una festicciola a casa della sposa, gli sposi insieme al corteo nuziale si sarebbero recati verso la sua casa paterna dove lo sposo aveva preventivamente preparato una camera nuziale. In particolare qui ci si riferisce a dieci vergini, ovvero dieci giovanissime ragazze, che si sarebbero piazzate sul percorso e si sarebbero unite al corteo nuziale illuminando con le loro lampade l’ultimo tratto. Il corteo degli amici accompagnava gli sposi fino alla camera nuziale, dove si sarebbero congedati salutando gli sposi e, a quel punto, la porta sarebbe stata chiusa e gli sposi sarebbero rimasti soli nella loro intimità. A quel punto la festa sarebbe continuata per diversi giorni dopo i quali gli sposi si sarebbero uniti ancora agli amici e parenti per completare i festeggiamenti.
Al di là della tradizione di riferimento, ciò che conta è che le ragazze avevano un compito da assolvere. E per assolverlo esse dovevano farsi trovare pronte. Il fatto che esse si addormentarono è poco rilevante nella parabola, infatti si addormentarono tutte e dieci, ma ciò che conta è il fatto che cinque di loro non si erano preparate a dovere. Non avevano considerato che, con il passare del tempo, tardando lo sposo, l’olio poteva non bastare. Così persero tempo nel procurarsene altro. E nel frattempo, i festeggiamenti erano andati avanti. Quando arrivarono, la porta della camera nuziale era già stata chiusa, quindi non era più opportuno disturbare gli sposi, pertanto la risposta dello sposo fu giustamente severa nei loro confronti. Nel contesto storico e culturale della parabola, quelle cinque ragazze facevano davvero una pessima figura, infatti con il loro atteggiamento avevano rovinato un po’ la festa agli sposi. Tra l’altro, le cose sarebbero andate anche peggio se le altre cinque avessero condiviso il loro olio, infatti nessuna delle dieci sarebbe riuscita ad illuminare l’intero tragitto e allora sarebbe stato un vero disastro.
Ma perché Gesù raccontò questa parabola? Perché paragonò gli eventi di questa parabola al regno dei cieli? La parabola si inserisce bene nel tema che Gesù sta affrontando in questi capitoli. Nel capitolo 24 abbiamo visto che i discepoli lo avevano interrogato sui tempi della fine e sui segni che avrebbero accompagnato la sua venuta. Lui aveva descritto loro a grandi linee come sarebbero andate le cose, ma aveva messo l’accento in particolare sulla necessità di farsi trovare sempre pronti, di vegliare. Questa parabola riprende proprio quel tema.
Per farsi trovare sempre pronti bisogna vegliare, bisogna agire responsabilimente, preparandosi con cura alla manifestazione del regno di Dio. Sostanzialmente non bisognava fare come quelle ragazze che avevano avuto tutto il tempo di prepararsi, eppure alla fine si erano fatte cogliere di sorpresa e si erano dimenticate di fare l’unica cosa importante, ovvero preparare l’olio, rovinando di fatto la festa agli sposi.
Gesù voleva fare capire ai propri discepoli che il regno dei cieli, il regno di Dio, si sarebbe manifestato in tutto il suo splendore a tempo debito, ma non tutti ne avrebbero fatto parte. Era essenziale farsi trovare pronti.
Come abbiamo visto nei capitoli precedenti, le guide del popolo, farisei e sadducei, stavano facendo un po’ la figura di quelle cinque vergini stolte, infatti benché fossero le guide religiose del popolo, non si erano fatti trovare per nulla pronti nel momento in cui il Messia si era manifestato. Ma questa parabola aveva valore anche in ottica futura, in vista della seconda venuta di Gesù, infatti in ogni epoca ci sarebbero state persone che si sarebbero preparate all’incontro con Gesù e sarebbero entrate nel suo regno, mentre tante altre si sarebbero fatte trovare impreparate. Accade così anche oggi.
Ancora oggi è possibile prepararsi in vista del ritorno di Gesù, diventando suoi discepoli, riponendo la propria fede in lui e vivendo una vita che lo onori ogni giorno. I discepoli di Gesù sono chiamati proprio a distinguersi dal resto dell’umanità, essendo persone responsabili che attendono in maniera gioiosa e attiva il ritorno di Gesù, in modo da essere sempre pronti all’incontro con il Signore, anche se egli dovesse tardare. Noi stiamo attendendo in questo modo il ritorno di Gesù? Allora sono sicuro che non saremo tra quelli che mancheranno all’appuntamento.
Il tema dell’attesa attiva, dell’attesa vigile era particolarmente importante per Gesù,infatti la parabola che segue, quella dei talenti, fornisce ulteriori elementi di riflessione sul medesimo tema:
«Poiché avverrà come a un uomo il quale, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e affidò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità; e partì. Subito, colui che aveva ricevuto i cinque talenti andò a farli fruttare, e ne guadagnò altri cinque. Allo stesso modo, quello dei due talenti ne guadagnò altri due. Ma colui che ne aveva ricevuto uno, andò a fare una buca in terra e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo, il padrone di quei servi ritornò a fare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto i cinque talenti venne e presentò altri cinque talenti, dicendo: “Signore, tu mi affidasti cinque talenti: ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. Il suo padrone gli disse: “Va bene, servo buono e fedele; sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore”. Poi, si presentò anche quello dei due talenti e disse: “Signore, tu mi affidasti due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. Il suo padrone gli disse: “Va bene, servo buono e fedele, sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore”. Poi si avvicinò anche quello che aveva ricevuto un talento solo, e disse: “Signore, io sapevo che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; eccoti il tuo”. Il suo padrone gli rispose: “Servo malvagio e fannullone, tu sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; dovevi dunque portare il mio denaro dai banchieri; al mio ritorno avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento e datelo a colui che ha i dieci talenti. Poiché a chiunque ha, sarà dato ed egli sovrabbonderà; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quel servo inutile, gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor dei denti”. (Matteo 25,14-30)
La parabola è piuttosto semplice da comprendere. Un padrone affida ai suoi servi i suoi beni prima di partire per un viaggio, e al suo ritorno si aspetta che i suoi servi abbiano fatto fruttare bene ciò che hanno ricevuto, poco o tanto che sia. Per comprendere la reazione del padrone, teniamo presente che le cifre in gioco nella parabola dei talenti sono davvero enormi. Un talento equivale infatti a più di 34 kg di argento, quindi tutto ciò che un uomo di umile condizione, un operaio, poteva sperare di guadagnare nella sua intera esistenza. Quindi dobbiamo considerare che quel padrone aveva affidato a tutti i suoi servi una vera fortuna! Era piuttosto normale che un uomo così ricco si aspettasse che le sue ricchezze fossero investite e che fruttassero.
I primi due servi furono davvero molto in gamba perché riuscirono a fare investimenti che permisero al capitale di raddoppiare. Tutti noi vorremmo dei consulenti finanziari così bravi, vero? Ma, anche in questa parabola, così come era accaduto nella parabola delle dieci vergini, c’è qualcuno che non ha fatto ciò che avrebbe dovuto. Così come alcune ragazze avevano trascurato la preparazione in attesa dello sposo, qui troviamo un servo che non fece fruttare ciò che aveva ricevuto, in attesa del ritorno del padrone, ma gli restituì semplicemente ciò che aveva ricevuto.
Perché il padrone se la prese tanto? Non perché non era stato in grado di far fruttare il capitale ricevuto raddoppiandolo come gli altri due. Gli altri due erano stati piuttosto in gamba per trovare degli investimenti così fruttuosi! Certamente il padrone non pretendeva così tanto. Ma almeno poteva portarlo in banca dove avrebbe ricevuto un interesse minimo. Se ci pensiamo bene, portarlo in banca richiedeva la stessa fatica che aveva fatto per nasconderlo, ma almeno avrebbe fruttato qualcosa.
Il finale della parabola ha assolutamente senso. Voi cosa avreste fatto al posto del padrone? Quel servo perse il lavoro e ciò che lui non aveva fatto fruttare fu dato all’altro che aveva dimostrato già di essere un servo capace.
Ma cosa significava la parabola per i discepoli di Gesù? Cosa significa per noi? Ancora una volta Gesù attirò l’attenzione dei suoi discepoli sulla responsabilità che ognuno aveva di fronte alle sue parole. C’è chi ne avrebbe fatto tesoro e si sarebbe comportato di conseguenza in vista del futuro, altri che invece non avrebbero fatto fruttare in alcun modo ciò che stavano ricevendo da Gesù.
Gran parte dei capi del popolo, ad esempio, fino a quel momento avevano dimostrato di aver sprecato totalmente ciò che avevano ricevuto, infatti cosa ne avevano fatto della rivelazione ricevuta attraverso le scritture? Pur essendo gli interpreti più autorevoli delle scritture, essi non erano stati in grado nemmeno di riconoscere il Messia quando Egli si era manifestato davanti a loro. Essi stavano sprecando la grande opportunità che avevano ricevuto.
E lo stesso sarebbe accaduto in futuro. Da lì a poco Gesù sarebbe morto e risorto e avrebbe affidato ai suoi discepoli la proclamazione della buona notizia del regno di Dio fino al suo ritorno. Ma cosa ne avrebbe fatto la gente? Le parole di Gesù avrebbero portato frutto nelle vite dei suoi discepoli e di molti altri che avrebbero creduto attraverso la loro testimonianza nelle generazioni seguenti, e in questo senso il regno di Dio si sarebbe espanso, accrescendo di fatto il capitale iniziale! Ma altri non ne avrebbero tratto nessun giovamento. Avrebbero ascoltato e avrebbero ignorato il messaggio, mettendolo da parte. Alla fine, quando Gesù tornerà, farà i conti e premierà coloro che hanno fatto fruttare in qualche modo la rivelazione ricevuta in questa vita. Ma coloro che ignorano la rivelazione ricevuta, piccola o grande che sia, coloro che non mostrano nessun interesse per le cose di Dio, coloro che nascondono il proprio talento, per usare i termini della parabola, coloro che pensano che non valga la pena preoccuparsi del regno di Dio, coloro che pensano che Dio sia un padrone duro che pretende troppo dai suoi servi, tutti questi finiranno per sprecare la propria vita, senza preoccuparsi del fatto che prima o poi il padrone chiederà loro conto di ciò che hanno ricevuto. Cosa ne sarà di loro? Siamo chiamati a portare frutto per il regno di Dio, a fare accrescere il capitale del nostro Signore, per usare i simboli della parabola, in attesa del suo ritorno.
Se consideriamo il messaggio globale veicolato da entrambe le parabole, quella delle dieci vergini e quella dei talenti, comprendiamo che per Gesù era fondamentale il modo in cui le persone avrebbero agito in risposta alla sua parola. Chi lo avrebbe preso sul serio, avrebbe vegliato, si sarebbe preparato e avrebbe fatto fruttare ciò che aveva ricevuto, investendo in vista del regno di Dio. Chi non lo avrebbe preso sul serio, come stavano facendo molti capi del popolo, avrebbe continuato per la propria strada, sprecando la rivelazione ricevuta, e sprecando di fatto non solo questa vita, ma anche la possibilità di entrare nel mondo a venire. Proprio come nella parabola, coloro che hanno fatto fruttare le parole di Gesù, riceveranno anche tutto ciò che lui ha promesso, mentre gli altri perderanno tutto.
Non a caso, l’evangelista Matteo conclude questo discorso di Gesù nel capitolo 25, con una descrizione a grandi linee di ciò che sarebbe accaduto alla fine dei tempi, quando Dio avrebbe giudicato gli esseri umani:
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti gli angeli, prenderà posto sul suo trono glorioso. E tutte le genti saranno riunite davanti a lui ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli della sua destra: “Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v’è stato preparato fin dalla fondazione del mondo. Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? O nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti a trovarti?” E il re risponderà loro: “In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me”. Allora dirà anche a quelli della sua sinistra: “Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli! Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere; fui straniero e non m’accoglieste; nudo e non mi vestiste; malato e in prigione, e non mi visitaste”. Allora anche questi gli risponderanno, dicendo: “Signore, quando ti abbiamo visto aver fame, o sete, o essere straniero, o nudo, o ammalato, o in prigione, e non ti abbiamo assistito?” Allora risponderà loro: “In verità vi dico che in quanto non l’avete fatto a uno di questi minimi, non l’avete fatto neppure a me”. Questi se ne andranno a punizione eterna; ma i giusti a vita eterna». (Matteo 25, 31-46)
Anche qui, è possibile leggere o ascoltare diverse spiegazioni piuttosto speculative sui dettagli. Io mi limiterò a considerare l’idea generale che emerge dalle parole di Gesù.
L’idea di un giudizio era piuttosto radicata anche nell’ebraismo. Colui che amministrava il giudizio era Dio stesso, però tra i Giudei era per lo più diffusa l’idea che fosse scontato il loro ingresso nel regno di Dio ed era opinione comune che fossero invece gli stranieri a dover essere giudicati per il modo in cui si erano comportati proprio nei confronti di Israele.
Il giudizio di cui parla Gesù ha invece delle caratteristiche peculiari.
In primo luogo, Gesù si riferisce al Figlio dell’Uomo come giudice. Sappiamo da altri brani che Gesù utilizzava questa espressione per riferirsi a se stesso, paragonandosi al personaggio descritto in Daniele 7, che riceve il regno e riceve anche autorità su tutti gli uomini. Gesù sarà quindi il giudice, il re, colui che tutti chiameranno Signore. Tutte le genti compariranno davanti a lui. Gesù assume quindi di fatto una prerogativa divina. E questa non è una rivelazione da poco.
In secondo luogo questo giudizio riguarda tutte le genti, tutte le nazioni, e nel vangelo di Matteo Gesù non ha mai dato l’impressione di avvallare il concetto secondo cui l’ingresso dei Giudei nel regno dei cieli sarebbe scontato. D’altra parte coloro che lo ascoltavano erano tutti Giudei ed ha senso credere che le sue parole in quel momento fossero soprattutto rivolte a loro. Pertanto sembra che qui Gesù si riferisca semplicemente a tutti gli esseri umani di qualunque etnia o nazione.
Potrebbe stupire il metro di giudizio nella descrizione di Gesù. Coloro che ereditano il regno di Dio sono quelli che sono sostanzialmente venuti incontro ai bisogni del prossimo. Non viene fatto un elenco esaustivo ma comunque ci sono bisogni tra i più essenziali: persone che hanno fame o sete, stranieri in un paese che non è il loro, nudi, malati, carcerati. Ma allora si entra nel regno di Dio facendo del bene, indipendentemente dalla propria relazione con Dio?
Come sempre, non possiamo interpretare le parole di Gesù, estrapolandole da un contesto consolidato. La fede e l’amore verso Dio sono per Gesù la base di partenza essenziale e scontata, non c’è bisogno che egli lo ripeta come preambolo in ogni occasione. Non dimentichiamo che in Matteo 22, Gesù aveva confermato che il più grande comandamento è “«”Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente“. Di sicuro, Gesù non ha cambiato idea…
Ma non dobbiamo dimenticarci che in Matteo 22, dopo aver descritto il comandamento più importante in assoluto, Gesù aveva aggiunto un secondo comandamento strettamente collegato al primo. Egli aveva detto: “Il secondo, simile a questo, è “Ama il tuo prossimo come te stesso“. E poi aveva concluso: “Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti”.
La fede e l’amore verso Dio era qualcosa che tutti gli ascoltatori giudei di Gesù davano per scontato, non era nemmeno necessario ribadirlo. Ma ciò che non tutti davano per scontato era che l’amore verso Dio, se era reale, si doveva manifestare in modo pratico verso i propri simili! Si tratta di un principio che affonda le sue radici nell’antico testamento e permea anche tutto il resto del nuovo testamento. La cosa più importante nella vita è amare Dio, ma se ami Dio, manifesterai questo amore nei confronti del tuo prossimo.
I due comandamenti sono ovviamente connessi. Infatti, come puoi mostrare di amare Dio se non ami il tuo prossimo?Nel descrivere il giudizio del Figlio dell’Uomo nei confronti di persone appartenenti a tutte le genti, a tutte le nazioni, Gesù fa proprio un’applicazione di questo principio. Gesù si identifica con coloro che egli chiama i suoi fratelli. Si può scorgere qui un riferimento agli esseri umani in generale ma, in particolare ai suoi discepoli, visto che Gesù diverse volte nel vangelo di Matteo si riferisce ai propri discepoli chiamandoli fratelli. Di conseguenza, chi diceva di amare Gesù, lo avrebbe dimostrato mostrando amore in generale verso i bisognosi che lo circondavano, e avrebbe mostrato particolare attenzione proprio verso i confratelli, discepoli di Gesù.
Le pecore, i veri discepoli di Gesù, si sarebbero preparati al suo ritorno non diventando degli esperti in teologia o profezie bibliche, ma vivendo in modo semplice e pratico ciò che Gesù aveva insegnato loro. Le loro vite sarebbero state trasformate dall’incontro con Gesù ed essi avrebbero portato frutto nella propria vita, si sarebbero fatti trovare con le lampade accese, riflettendo nei confronti degli altri l’opera della grazia di Dio in loro. Sarebbero stati degli specchi che riflettono l’amore di Gesù. D’altra parte Gesù lo ricordò ai suoi discepoli proprio nell’ultima cena quando disse, in Giovanni 13:35: “Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri”
Si noti che, dalla risposta che danno, le pecore alla destra di Gesù dimostrano di non aver fatto del bene al prossimo, e in particolare ai fratelli, per avere un premio. Anzi, essi si stupiscono persino dell’affermazione di Gesù. Ciò dimostra che essi avevano soddisfatto i bisogni del prossimo in modo naturale, per amore del prossimo, non per amore di un premio, non per un secondo fine, perché l’incontro stesso con Gesù li aveva trasformati.
Al contrario, quelli alla sinistra non si erano curati del prossimo non per disprezzo volontario nei confronti di Gesù, ma semplicemente per noncuranza nei confronti del prossimo, perché non vedevano nessuna relazione tra l’amore verso Gesù e l’amore verso il prossimo.
I giusti di fronte alla giustizia perfetta di Dio, si sentono comunque mancanti, e sanno che la grazia di Dio nei loro confronti è comunque immeritata. Al contrario i malvagi si sentono a posto con Dio, pur avendo operato male. Non è colpa loro se Dio non si è fatto vedere! Se lo avessero visto, lo avrebbero aiutato.
Con questa descrizione del giudizio Gesù dimostra che coloro che amano davvero Gesù, in modo naturale, trasformati dalla sua grazia, manifesteranno tale amore verso gli altri. Coloro che a parole esprimono amore verso di lui ma poi non manifestano tale amore in modo pratico in alcun modo, dimostrano che c’è qualcosa che non va in loro. Hanno davvero conosciuto Gesù? E allora come mai in loro non è cambiato nulla? Sembrano molto a quei capi del popolo a cui Gesù si era riferito nei capitoli precedenti chiamandoli ipocriti…
Nessuno di noi è prefetto e, probabilmente, se siamo credenti, ci sentiamo sempre mancanti nei confronti di Dio. D’altra parte ci saranno comunque delle volte in cui saremo ottusi e insensibili nei confronti del nostro prossimo. Ma ma può sempre essere così? Se il Signore con il suo Spirito Santo agisce in noi non ci sarà nessun riflesso della sua vita in noi? Questo non si rifletterà nel nostro atteggiamento nei confronti del prossimo?
In conclusione, i discepoli di Gesù volevano conoscere meglio i tempi in cui il regno di Dio si sarebbe manifestato, ma egli, attraverso diverse parabole li invitò a non preoccuparsi del quando, ma piuttosto del come. Come lo avrebbero aspettato? Sarebbero stati vigli? Avrebbero fatto fruttare ciò che il Signore stava affidando loro? Il loro amore verso Dio si sarebbe manifestato nel loro amore verso gli altri?
Forse anche noi, come i discepoli di Gesù, preferiremmo conoscere i tempi e i momenti stabiliti da Dio per realizzare il suo piano e magari ci piacciono tanto i discorsi speculativi in tal senso. Ma Gesù invita anche noi a essere un po’ più pratici. Lui è il re che ha inaugurato il suo regno alla sua prima venuta e un giorno tornerà per stabilirlo in vista dell’eternità. Nel frattempo, cosa ne abbiamo fatto delle sue parole? Come hanno trasformato la nostra vita? L’amore verso Dio, e quindi verso Gesù e la sua opera, sono ciò che egli si aspetta dai suoi discepoli. E il miglior modo per manifestare tale amore , la cartina tornasole della nostra relazione con Dio, è proprio il modo in cui ci relazioniamo con gli altri, a partire proprio da coloro che ci circondano, dai nostri fratelli in Cristo, per estendersi poi anche a tutti gli altri.
È questo il percorso che stai facendo nella tua vita? L’incontro con Gesù ti ha trasformato e ti ha portato in qualche modo, con le risorse e capacità che hai, a mostrare amore verso il prossimo? Stai facendo fruttare ciò che Dio ti ha dato? Ti stai facendo trovare pronto per il suo ritorno? Sentiti libero di condividere le tue esperienze nei commenti.
Grazie a tutti. Alla prossima


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