Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura – 2Corinzi 5:17 – La Bibbia

Cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?

Video e/o audio (se presenti per questo articolo):

This entry is parte 46 di 65 in the series Vangelo di Matteo

(Testo di riferimento: Matteo 19,16-30 – La Bibbia)

Cosa devo fare di buono per avere la vita eterna? Un tale si avvicinò a Gesù e gli fece questa domanda. La conversazione che ne seguì è davvero illuminante anche per noi oggi.

Ne parliamo in questo episodio 46 della serie sul vangelo di Matteo.

Un tale si avvicinò a Gesù e gli disse: «Maestro, che devo fare di buono per avere la vita eterna?» Gesù gli rispose: «Perché m’interroghi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono. Ma se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». (Matteo 19,16-17)

Ci avete fatto caso? Gesù fece notare subito a quel tale che la sua domanda era mal posta perché presupponeva che fosse possibile essere buoni.

È un errore comune. Molti pensano di poter essere buoni. E molti pensano addirittura che la bibbia sia un libro che ha la pretesa di insegnare agli uomini a diventare buoni. Ma il vero punto di partenza valido per accostarsi a Dio è rendersi conto che nessuno può essere davvero buono se non uno solo, ovvero Dio stesso.

Gesù sapeva che,  per quanto un essere umano possa fare opere buone, non sarà mai davvero “buono” nei confronti di Dio perché solo Dio è buono in senso assoluto. Ma Gesù voleva aiutare davvero quell’uomo. Voleva fargli toccare con mano l’impossibilità di essere buoni. Così Gesù stette al gioco, e lo indirizzò alla legge, siccome quel tale era un conoscitore della legge, uno dei capi religiosi secondo Luca 18:18, benché piuttosto giovane secondo quanto leggeremo più avanti nel versetto 20.

Vuoi essere buono? Pensi davvero di poter essere buono? Vuoi avere vita eterna? Bene. Allora comincia ad osservare i comandamenti!

Teniamo presente che, a rigor di logica, se si osserva una legge, si diventa solo rispettosi della legge, non certamente buoni. Al più ci si può vantare di essere persone che praticano la giustizia, ma nulla più. A pensarci bene, già il fatto che Dio abbia dovuto dare dei comandamenti per regolare la vita degli uomini, presuppone che gli uomini non siano buoni in loro stessi.

E in effetti, dalla conversazione che segue, si comprende che quel tale era già arrivato da solo alla conclusione che rispettare la legge non fosse sufficiente.

«Quali?» gli chiese. E Gesù rispose: «Questi: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso. Onora tuo padre e tua madre, e ama il tuo prossimo come te stesso». E il giovane a lui: «Tutte queste cose le ho osservate; che mi manca ancora?» (Matteo 19, 18-20)

Quali? Quale sono le cose davvero importanti? Chissà quale risposta si aspettava da Gesù! Chissà quale segreto gli avrebbe rivelato!

Invece Gesù citò comandamenti importanti, ma ben noti a qualunque Israelita. Nulla di eccezionale.

Non uccidere? Non commettere adulterio? Non rubare? Non testimoniare il falso? Onora tuo padre e tua madre? Ama il tuo prossimo come te stesso?

Siamo sinceri, anche se non siamo Giudei, la maggioranza di noi risponderebbe nello stesso modo in cui rispose quell’uomo! Mai ucciso nessuno… Mai tradito mia moglie… Mai derubato nessuno… ecc. ecc.

Quelli citati da Gesù erano i capisaldi della legge. Nulla di così complicato per qualunque persona timorata di Dio.

Ma quel tale si aspettava che Gesù gli rivelasse qualcosa di più profondo. Dobbiamo davvero credere che egli fosse sincero e che avesse fatto di tutto per onorare Dio ed osservare i comandamenti, tuttavia sentiva ancora un vuoto, sentiva ancora di non essere a posto, di non essere davvero buono. C’era in quell’uomo un sincero desiderio di fare di più, anche se non sapeva cosa potesse fare.

Vediamo cosa rispose Gesù.

Gesù gli disse: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi». Ma il giovane, udita questa parola, se ne andò rattristato, perché aveva molti beni. (Matteo 19, 21-22)

Gesù conosce ogni essere umano e sa quale cassetto dell’animo umano andare ad aprire per trovare qualcosa a cui non possiamo rinunciare per il regno di Dio. Non dobbiamo pensare che Gesù ce l’avesse in particolare con i ricchi. Per quel giovane, le sue ricchezze erano un ostacolo, mentre per altre categorie l’ostacolo potrebbe essere diverso. Ma il punto centrale di questa conversazione è chiara: se la vita eterna fosse basata sulle opere buone, Gesù sarebbe in grado di trovare qualcosa di difficile realizzazione per ognuno di noi.  

Ciò a cui quel tale non poteva rinunciare, e Gesù lo sapeva, erano proprio i suoi numerosi beni. Sì, voleva essere buono, ma non pensava di dover rivoluzionare la sua vita fino a quel punto! Pensava di poter essere buono mantenendo semplicemente il suo stile di vita attuale.

Se ci pensiamo bene, Gesù stava offrendo a quel tale una grande opportunità, quella di diventare uno dei suoi discepoli, uno dei suoi più stretti collaboratori. Infatti Gesù non se ne andava normalmente in giro a dire alla gente di lasciare tutto e di seguirlo. Non era ciò che richiedeva a tutti. Ma visto che quell’uomo mostrava sincero desiderio di fare qualcosa di più, Gesù gli stava offrendo quell’opportunità.

Quel giovane non capì la grande opportunità che Gesù gli stava offrendo. Non possiamo sapere se in seguito ci ripensò ma, per il momento , se ne andò rattristato.

Nel leggere questo episodio, non dobbiamo semplificare troppo e pensare che tutto il brano giri intorno alla condanna della ricchezza da parte di Gesù. C’è qualcosa di ben più importante qui. Forse la maggior parte di noi non sono tanto ricchi e non avrebbero grossi problemi a lasciare ciò che hanno, ma questo farebbe di noi delle persone buone? Se l’obiettivo è quello di essere buoni, Gesù sarebbe sempre in grado di trovare qualcosa in grado di metterci in difficoltà. Per quel ricco il problema era il denaro, per noi potrebbe essere altro. Quel giovane ricco voleva fare di più, sentiva il bisogno di fare di più, ma non era disposto a farlo alle condizioni di Gesù.

L’esperienza di quel giovane ci mostra che, quando ci poniamo di fronte a Dio pensando di poter essere i primi della classe, Egli trova sempre la domanda alla quale non siamo in grado di rispondere. E rischiamo di tornarcene al nostro posto a testa bassa.

Infatti, come mostra il seguito del brano, dobbiamo presentarci davanti a Dio con un atteggiamento completamente diverso. Davanti a Dio dobbiamo percorrere la strada dell’umiltà. Non possiamo pensare di piacere a Dio con ciò che sappiamo fare, non possiamo pensare di essere buoni, ma possiamo piacere a Dio solo se ci rendiamo conto che da soli non possiamo farcela e abbiamo bisogno di tutto il suo aiuto.

E Gesù disse ai suoi discepoli: «Io vi dico in verità che difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. E ripeto: è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio». (Matteo 19, 23-24)

Gesù non ce l’aveva con i ricchi in quanto tali. D’altra parte nel nuovo testamento troviamo diverse persone anche benestanti che sono poi diventate discepoli di Gesù. Si pensi ad esempio a Giuseppe d’Arimatea che era addirittura un illustre membro del consiglio e in Matteo 27:57 ci viene detto esplicitamente che era un uomo ricco. Gesù non sta quindi dicendo che un ricco non possa diventare suo discepolo in senso assoluto, ci sta però dicendo che è difficile. Gesù utilizza l’iperbole del cammello e della cruna dell’ago per far capire quanto fosse estremamente difficile.

Ma perché è così difficile? Questo è il punto su cui riflettere. Era difficile che un uomo ricco entrasse nel regno dei cieli perché, normalmente, chi è ricco confida nelle proprie ricchezze, nelle proprie risorse, piuttosto che affidarsi a Dio. Chi è autosufficiente, non ha bisogno di qualcuno che si prenda cura di lui… Quell’uomo voleva piacere a Dio, ma voleva farlo a modo suo. Che siamo ricchi, oppure no, se ci avviciniamo a Dio pensando di poter fare qualcosa per piacergli, allora Dio ci chiederà di rinunciare proprio a ciò che costituisce il nostro vanto, ciò in cui abbiamo riposto le nostre sicurezze.

I discepoli infatti capirono che non era quell’uomo l’unico che avrebbe trovato difficoltà.

I suoi discepoli, udito questo, furono sbigottiti e dicevano: «Chi dunque può essere salvato?» Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini questo è impossibile; ma a Dio ogni cosa è possibile».(Matteo 19:25-26)

Chi dunque può essere salvato? Se le cose stanno così, poveri noi! Gesù aveva fatto centro. Li aveva portati proprio a fare la domanda che avrebbe dovuto fare quel tale.  Egli se ne era andato rattristato per la richiesta di Gesù ma, se si fosse fermato qualche minuto in più avrebbe compreso il punto a cui Gesù voleva arrivare: «Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio».

Nessuno può essere salvato per le sue buone opere. È impossibile. La domanda di quel tale era sbagliata fin dall’inizio. Nessuno può fare qualcosa per essere salvato, nessuno può essere veramente buono se non Dio stesso. Tuttavia, Dio è in grado di salvare gli uomini non perché essi sono buoni ma proprio perché Egli è buono e mostra la sua grazia verso di loro.

I discepoli sapevano bene che la maggior parte delle persone religiose più in vista in Israele erano spesso anche benestanti. D’altra parte le ricchezze venivano normalmente associate a benedizione da parte di Dio! Ciò che Gesù aveva detto li aveva quindi sbigottiti. Capite? Gesù, provocatoriamente, stava ribaltando tutto il loro modo di vedere la vita. Se anche le ricchezze, che tutti consideravano una benedizione, potevano diventare invece un ostacolo per entrare nel regno di Dio, non c’era davvero speranza per nessuno!

Ma la risposta di Gesù è davvero incoraggiante. Ciò che gli uomini considerano una benedizione, non è assolutamente essenziale per entrare nel regno di Dio, anzi può divenire un ostacolo proprio perché gli uomini finiscono per spostare la loro attenzione sulle benedizioni piuttosto che su Colui che le ha concesse.

Ma quando una persona si affida a Dio, ricca o povera che sia, quando riconosce il suo bisogno della grazia di Dio, quando si rende conto che con tutte le proprie ricchezze non potrà mai fare nulla di davvero buono per guadagnarsi il favore di Dio, allora il miracolo avviene! Ciò che è impossibile agli uomini è infatti possibile a Dio. Egli vuole salvare chi riconosce il proprio stato, il proprio bisogno, la propria inadeguatezza, piuttosto che chi cerca di essere il primo della classe.

Allora Pietro, replicando, gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito; che ne avremo dunque?»  (Matteo 19,27)

Il solito Pietro… vuole delle rassicurazioni da parte di Gesù. Lui e gli altri avevano rinunciato a tutto per seguire Gesù, ma cosa ne avrebbero ricavato, anche considerando che Gesù continuava a parlare della sua morte imminente? Pietro, dopo tante parole, temeva davvero di rimanere con un pugno di mosche in mano. Di fronte alla prospettiva di aver lasciato tutto per seguire un uomo che da lì a poco sarebbe stato ucciso, forse sarebbe stato meglio comportarsi come il giovane ricco… Pietro era un uomo pratico, in un certo senso non possiamo biasimarlo.

Ma anche Gesù era molto pratico:

E Gesù disse loro: «Io vi dico in verità che nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, anche voi, che mi avete seguito, sarete seduti su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele.  (Matteo 19,28)

Gesù fece capire a Pietro che la loro scelta di seguirlo andava considerata come un investimento a lungo termine. il premio sarebbe stato tutt’altro che deludente; essi avrebbero governato con Gesù, sarebbero ancora stati i suoi più stretti collaboratori, quando Egli si sarebbe insediato sul suo trono glorioso, come Messia di Israele. Ma ciò sarebbe avvenuto, alla fine dei tempi, nella nuova creazione. Forse Pietro avrebbe preferito regnare subito con Gesù, ma il programma di Dio non era solo quello di fare di questo mondo degradato un posto migliore, ma proprio di ricrearlo, ricominciando da capo. Quando arriviamo al libro dell’Apocalisse e leggiamo di nuovi cieli e nuova terra, ci rendiamo conto di cosa stava parlando Gesù, ma in quel momento non doveva essere facile per i discepoli immaginare tutto ciò.

E chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi a causa del mio nome, ne riceverà cento volte tanto, ed erediterà la vita eterna. Ma molti primi saranno ultimi e molti ultimi, primi. (Matteo 19,28-30)

Come vediamo qui Gesù non parla di denaro perché probabilmente la maggior parte dei suoi discepoli non erano di estrazione benestante come quel giovane. Ma Gesù sapeva che essi avevano lasciato la propria casa, i propri famigliari per seguirlo. Sappiamo ad esempio che Pietro era sposato, quindi mentre si spostava insieme a Gesù, passava molto tempo lontano da Capernaum dove stava la sua famiglia. C’era quindi un sacrificio dal punto di vista umano. Essi avevano considerato quella chiamata di Gesù talmente importante da imporre loro di rinunciare a qualcosa pur di perseguire quella vocazione.

Ma questa frase finale di Gesù è una promessa per i suoi discepoli. Non dovevano temere, in quanto qualunque cosa avessero lasciato per causa sua, sarebbe apparsa poca cosa in vista delle grandi cose che Dio aveva in serbo per loro. Non dovevano preoccuparsi di quale ricompensa avrebbero ricevuto, perché, come Gesù spiegherà in una parabola che vedremo nel prossimo episodio, Dio è un datore di lavoro molto generoso.

Noi esseri umani vorremmo tutto e subito. Gesù ci invita invece ad avere fede e ad aspettare. Chi si affida a lui, e penso che molti di noi cristiani possono confermarlo, non è deluso perché già in questa vita, nonostante le difficoltà, il Signore ci dà già tante soddisfazioni..

Chiunque abbia rinunciato a qualcosa, soldi, tempo, comodità, affetti, per servire in qualche modo il Signore, sa che il Signore è fedele. Annunciare il vangelo, essere di aiuto a qualcuno, dare da mangiare a chi ha fame, qualunque cosa possiamo aver fatto, spinti dall’amore di Gesù, sono sicuro che abbiamo realizzato che c’è sempre grande gioia e grande soddisfazione nel dare.

Alla fin fine, se cerchiamo di essere i primi in questo mondo, cercando solo di accumulare ricchezze o chissà cos’altro, finiremo per essere gli ultimi, e non daremo davvero un senso alla nostra vita. Ma se spenderemo la vita per stare vicini agli ultimi, facendosi noi stessi ultimi, e riconoscendo che solo la grazia di Dio può salvarci, non la nostra bontà, allora ci sono buone possibilità che avremmo fatto davvero centro nella nostra vita. Molti che sembrano essere i primi in questo mondo, saranno ultimi e molti ultimi, primi… ci saranno sorprese nel regno di Dio.

Grazie a tutti. Alla prossima

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Commenti

Una risposta a “Cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?”

  1. Avatar Francesco
    Francesco

    Grazie di cuore. Trovo queste riflessioni molto precise tanto da farci immaginare di essere presenti nel momento in cui Gesù ammaestra i sui discepoli. Il Signore vi benedica…

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