Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura – 2Corinzi 5:17 – La Bibbia

Fate questo in memoria di me

Video e/o audio (se presenti per questo articolo):

This entry is parte 56 di 65 in the series Vangelo di Matteo

(Testo di riferimento: Matteo 26,26-30 – La Bibbia)

Siamo arrivati all’episodio 56 della nostra serie sul vangelo di Matteo.

Gesù è a tavola con i suoi discepoli per l’ultima cena con loro. Nello scorso episodio, abbiamo visto che Gesù aveva rivelato di conoscere colui che lo avrebbe tradito, Giuda. In questo episodio ci concentriamo invece su un brano molto breve ma molto importante per la cristianità, quello in cui Gesù spiegò ai suoi discepoli il modo in cui avrebbero dovuto ricordarsi di lui.

Mentre mangiavano, Gesù prese del pane e, dopo aver detto la benedizione, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli dicendo: «Prendete, mangiate, questo è il mio corpo».  (Matteo 26, 26)

Era ovvio che il tema principale della serata sarebbe stata la sua imminente morte. La cornice della cena pasquale offriva a Gesù gli spunti giusti per far comprendere ai propri discepoli il significato della sua morte. Infatti egli applicò a se stesso la straordinaria storia della redenzione narrata nel libro dell’Esodo.

La pasqua era una festa molto importante in Israele. Essa era stata infatti stabilita da Dio quando, ai tempi di Mosè, Egli liberò gli Israeliti dalla schiavitù in Egitto.  Nella notte in cui gli Israeliti avevano lasciato l’Egitto il Signore aveva fatto morire tutti i primogeniti degli uomini e del bestiame in Egitto, salvando la vita dei primogeniti delle famiglie in cui il sangue dell’agnello pasquale era stato messo sugli stipiti della porta per poi essere interamente consumato quella sera stessa prima di partire (Esodo 12:7-14).

Ogni anno da allora in poi gli Israeliti avrebbero dovuto ricordare quell’evento per trasmetterne l’importanza ai propri figli:

” Voi osserverete questo comando come un rito fissato per te e per i tuoi figli per sempre.  Quando poi sarete entrati nel paese che il Signore vi darà, come ha promesso, osserverete questo rito.  Allora i vostri figli vi chiederanno: Che significa questo atto di culto? Voi direte loro: È il sacrificio della pasqua per il Signore, il quale è passato oltre le case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l’Egitto e salvò le nostre case». (Esodo 12:24-27).

Una delle caratteristiche importanti della festa era quindi l’insegnamento che durante la cena ogni capofamiglia dava ai propri figli per ricordare loro la grande liberazione che Dio aveva operato.

Se ci pensiamo bene, quella sera Gesù trattò i propri discepoli proprio come se fossero i suoi figli. Utilizzò simboli comuni come il pane e il vino, utilizzati all’interno di una cena pasquale, per trasmettere ai propri discepoli un significato nuovo che essi dovevano attribuire a quei simboli.

Spezzando il pane, egli disse: “Prendete, mangiate, questo è il mio corpo”. Ovviamente si trattava di pane, ma con quella frase Gesù voleva intendere che rappresentava il suo corpo. Egli in quel momento era ancora lì vivo in mezzo ai suoi discepoli, quindi quel pane, in quel momento, non diventava letteralmente il suo corpo. Tuttavia c’era un senso profondo in quelle parole.

Era piuttosto comune che il capofamiglia spezzasse il pane (che durante la cena di pasqua era azzimo) e pronunciasse una preghiera di benedizione verso il Signore per i cibi. Il pane azzimo consumato durante la pasqua era comunemente associato all’afflizione di Israele nel paese d’Egitto. Infatti In deuteronomio 16:3 leggiamo:

Non mangerai con queste offerte pane lievitato; per sette giorni le mangerai con pane azzimo, pane d’afflizione, poiché uscisti in fretta dal paese d’Egitto, affinché per tutta la vita ti ricordi del giorno che uscisti dal paese d’Egitto.

Gli Ebrei mangiando pane azzimo durante la pasqua ricordavano la loro afflizione in Egitto e la loro liberazione, ma Gesù reinterpretò quel simbolo applicandolo a sé stesso.

Quel pane rappresentava il corpo di Gesù con il quale Dio avrebbe messo fine alla vera afflizione dell’uomo, liberandolo non dalla schiavitù dell’Egitto, ma dalla schiavitù del peccato e dal suo effetto più nefasto: la morte.

Sarebbe stato infatti lui a soffrire, portando su di sé i peccati di tutti proprio come era stato profetizzato da Isaia:

Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità;
il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti. (Isaia 53:5)

Gesù non stava invitando i discepoli a fare un rito magico, non li stava invitando a diventare cannibali, come qualche scettico potrebbe pensare, ma li stava invitando ad avere comunione con lui, a condividere ciò che egli avrebbe fatto poche ore dopo, dando il suo corpo affinché essi potessero essere liberati dalla morte e avere vita eterna.

Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti,  perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati.  (Matteo 26, 27-28)

La piena redenzione non sarebbe più passata attraverso la vita di un agnello, ma attraverso la vita stessa di Gesù. Quella notte in Egitto, gli Israeliti ebbero fede nelle parole di Dio quando misero il sangue dell’agnello sugli stipiti della propria porta. Allo stesso modo tutti coloro che avrebbero creduto nel sacrificio di Gesù per i loro peccati,  avrebbero idealmente messo il sangue di Gesù sulla porta del proprio essere e avrebbero avuto vita eterna.

Nel distribuire il vino, Gesù lo associò al suo sangue, facendo quindi un chiaro riferimento alla sua morte. La frase “il sangue del patto” richiama una frase pronunciata da Mosè proprio quando venne inaugurato il patto tra Dio e Israele dopo l’uscita dall’Egitto:

Allora Mosè prese il sangue, ne asperse il popolo e disse: «Ecco il sangue del patto che il SIGNORE ha fatto con voi sul fondamento di tutte queste parole». (Esodo 24:8)

Il brano parallelo di Luca 22:20 evidenzia: “Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi.” Questo  patto tra Dio e l’uomo sarebbe stato suggellato proprio dal sangue di Gesù stesso, quindi attraverso la sua morte.

Il brano connette in modo inequivocabile la morte di Gesù, ovvero lo spargimento del suo sangue, con il perdono dei peccati: “perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati.” Gesù è il Messia promesso ad Israele , quindi è logico che il patto a cui Gesù si riferisce è, in primo luogo, un patto tra Dio e Israele. Tuttavia, come si comprende leggendo il resto del nuovo testamento, gli effetti di questo patto si sarebbero estesi ben oltre i confini d’Israele per raggiungere tutte le nazioni. Quando Gesù parla di “molti” per cui il sangue è sparso, non possiamo non pensare a tutte le persone di ogni etnia, in ogni parte del mondo, che, nel croso dei secoli, hanno creduto in Gesù per il perdono dei propri peccati.

Non credo che quella sera i discepoli abbiano capito fino in fondo la portata di quelle parole. Probabilmente erano ancora confusi circa ciò che li aspettava. Ricordiamo che la morte del Messia, fino a quel momento, per loro era stato un evento inimmaginabile, ma leggendo il resto del nuovo testamento ci rendiamo conto che i discepoli di Gesù in seguito, illuminati dallo Spirito Santo, compresero bene ciò che Gesù voleva trasmettere quella sera. A questo proposito nella lettera agli Ebrei leggiamo:

 “Infatti, se il sangue di capri, di tori e la cenere di una giovenca sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano, in modo da procurare la purezza della carne, quanto più il sangue di Cristo, che mediante lo Spirito eterno offrì se stesso puro di ogni colpa a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte per servire il Dio vivente!  Per questo egli è mediatore di un nuovo patto. La sua morte è avvenuta per redimere dalle trasgressioni commesse sotto il primo patto, affinché i chiamati ricevano l’eterna eredità promessa. (Ebrei 9:13-15)

L’autore della lettera agli Ebrei dimostra di aver compreso bene la portata del sacrificio di Gesù che costituiva il vero sacrificio, il sacrifico definitivo e completo per la redenzione dell’uomo di cui i sacrifici offerti nei secoli precedenti erano solo stati un’anticipazione.

Le parole di Gesù potevano intristire i discepoli quella sera, tuttavia egli, nell’annunciare la sua morte, fece un riferimento implicito anche alla sua risurrezione per incoraggiarli, riferendosi al futuro:

Vi dico che da ora in poi non berrò più di questo frutto della vigna, fino al giorno che lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio». (Matteo 26,29)

La morte non sarebbe stata la fine di tutto, infatti lui avrebbe ancora bevuto vino insieme a loro nel regno di Dio! In attesa di quel giorno, da allora fino ad oggi, i discepoli di Gesù , attraverso i simboli del pane e  del vino, continuano a ricordare il sacrificio di Gesù per i peccati dell’umanità.

Dopo che ebbero cantato l’inno, uscirono per andare al monte degli Ulivi. (Matteo 26,30)

Prima di recarsi al monte degli ulivi, conclusero la cena cantando. Era usuale cantare durante le feste e, nonostante le perplessità che potevano essere sorte tra i discepoli in seguito alle dichiarazioni di Gesù, anche quella sera non poteva chiudersi diversamente. Durante la cena pasquale si usava cantare i Salmi 113-118, canti di lode a Dio per la sua misericordia, per la sua bontà, per la sua liberazione. Anche se i discepoli  non potevano immaginarlo, poche ore dopo, Gesù avrebbe compiuto quel sacrificio per la remissione dei loro peccati e di quelli di tutta l’umanità. Quale migliore occasione per cantare canti di lode a Dio per la sua salvezza? 

Nel ripensare a ciò che il Signore Gesù affrontò quel giorno per noi, uniamoci anche noi nel ringraziare Dio con le parole di uno di quei salmi, il salmo 117:

Lodate il SIGNORE, voi nazioni tutte! Celebratelo, voi tutti i popoli!
Poiché la sua bontà verso di noi è grande, e la fedeltà del SIGNORE dura per sempre. Alleluia.

Grazie a tutti. Alla prossima

Vangelo di Matteo

Uno di voi mi tradirà Lo spirito è pronto, la carne è debole

Commenti

2 risposte a “Fate questo in memoria di me”

  1. Avatar Dante

    Nel distribuire il vino Gesù prese il Calice? oppure !!!Dante

    1. Avatar Omar

      Oppure cosa? Nel testo è ovvio che Gesù abbia preso un calice, ovvero una coppa, semplicemente perché si usava fare così, non perché il calice avesse un significato particolare. Ciò che aveva un significato particolare era il vino che venne distribuito tra i discepoli. Il modo in cui venne distribuito (se lo versarono ognuno nel proprio bicchiere presumibilmente) non è descritto nella bibbia perché è irrilevante in questo testo. Purtroppo mi rendo conto che oggi molti danno più importanza al calice piuttosto che al vino che venne distribuito e questo mi rattrista molto.

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